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Full text of "Carbonchio E Pustola Maligna"

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CARBONCHIO 



PUSTOLA MALIGNA 



MOUOO-BAFIA 


DEL DOTTORE 



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Agostino Pasini 

Professore pareggiato nell' Università 
e Coadiutore nell' Ospedale Clinico di Napoli. 


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CARBONCHIO 



PUSTOLA MALIGNA 






CARBONCHIO 


E 

PUSTOLA MALIGNA 

IMCOItT OG-BAFIA 


DEL DOTTORE 

/Agostino Pasini 

Professore pareggiato nell’ Università 
e Coadjutore nell’Ospedale Clinico di Napoli. 



NAPOLI 

GIOVANNI JOVENE LIBRAJO-EDITORE 

Strada della Quercia. 18. 

1880 . 





Proprietà le/foravia. 


Tipografia A. Trani, Strada Medina, 25. 











& wm msss 





Ad honorem nostrum Interest. 

ClCERONK. 


Questo lavoretto è parte della tesi di pareggiamento. 

Questo libro ha per me valore di riabilitazione morale. 

Un giorno chiesi il diritto di libero insegnamento e lo chiesi 
per titoli. Giudicato , con voto affermativo della Facoltà di 
Medicina , idoneo all’insegnamento pareggiato, fui riprovato, 
con voto tanto più ingiustificabile, per quanto insolito . dal 
Consiglio Superiore di Pubblica Istruzione. 

Più che l’oltraggio di un’immeritata riprovazione, intesi 
il dovere di riaffermare a me stesso di non aver chiesto cosa 
che non sentissi di meritare, e di provare alla Facoltà che il 
suo voto non era stato nè un errore, nè una colpevole con¬ 
discendenza. 

Chiesi il pareggiamento per prove. 

Il voto unanime di approvazione, che la Commissione mi 
ha dato,, è voto di biasimo pel Consiglio Superiore. 


Dott. A. CASINI. 




I. 


Considerazioni sulla storia, sulla nomenclatura e sull’ importanza 
delle malattie carbonchiose. 

1 . 

Per nessun altro morbo più che per le malattie carbonchiose ò giu¬ 
stificata la verità di questa frase fatta: « che la loro storia si perda nella 
notte dei tempi, n 

Senza dubbio tra i flagelli che V irato Dio degli Ebrei lanciò sul capo 
dei Faraoni era il carbonchio , se si deve giudicare dai pochi caratteri 
che ne ricordano le storie di quei tempi. Sedici secoli av. G. C., Mosò, 
nel libro secondo — Esodo—del Pentateuco , descrivendo una delle 
piaghe che afflissero V Egitto , e propriamente la quinta, parla di una 
malattia, la quale non potè essere che carbonchiosa. E narra che, su¬ 
bito dopo la minaccia: «che la vendetta di Dio sarebbe caduta sull’Egitto», 
scoppiò un morbo, onde perirono lutti gli animali degli Egizii e che si 
manifestò con ulcere e grossi tumori , sia sugli animali—e sui giumenti 
specialmente—sia sugli uomini. 

Se davvero il morbo descritto da Mosò si deve ritenere come affe¬ 
zione carbonchiosa , è indubitato che nelle parole di lui si rivela, tra 
le altre, chiara la nozione che fin d’ allora si avea della propagazione 
a distanza del carbonchio *). 


v. 3.) Ecce manus mea erit super agros tuos, et super equos, et asinos, 
et camelos, et boves, et ove3 pesti.s valde gravis. 

v. 6).mortuaque sunt omnia animantia Aegyptorum. 

v. 8) Tollite plenas manus eineris de camino et spargat illam Moyses 
in coelum coram Pharaone. 

y. 9) Sitque pulvis super oranem terram Aecypti, eruntenim in hominibus 
etjumentis ulcera et vesicae turgentes in universa terra Aegypti. 

v. 10) Tuleruntque cinerem de camino et steterunt coram Pharaone et 
sparsit illum Moyses in coelum , factaque sunt ulcera vesicarum turgentium 
in hominibus et jumentis. 


1 











— 2 — 

Dalla più remota antichità man mano, attraverso i secoli - scendendo 
fino ai tempi in cui le affezioni carbonchiose furono descritte con caratteri 
propri—poeti , storici e medici, nei loro canti, nelle loro nariazioni e 
nei loro trattati alludono o descrivono infermità di animali ed uomini, 
le quali ad una esatta critica si rivelano con grande probabilità di affe¬ 
zioni carbonchiose. Cosi ai tempi di Omero, 9 a 10 secoli av. G. C., 
ed ai tempi di Ippocrate, dopo r80 ma Olimpiade, circa 4 secoli av. G. 
C., quei morbi dovcano essere ben noti, comunque brevemente e pove¬ 
ramente descritti. 

Omero nell'Iliade parla vagamente di un morbo che colpì i muli ed 
i pigri cani e poscia gli uomini. *) 

Era dunque il carbonchio ? Non si può affermare recisamente, come 
non si può recisamente negare dalle poche parole che il poeta consacra a 
quella malattia. 

Più tardi però in Ippocrate balena un raggio di luce più chiara. 

Il vecchio di Coo in alcuni luoghi parla di carbonchi ; ma soggiunge 
che si presentavano agl 1 inguini, accompagnati da forte febbre. In altii 
luoghi poi parla chiaramente di antraci. 

Nel primo caso , o egli intende di parlare della peste , o riferisce 
una erronea sintomatologia del carbonchio , confondendolo con alti e 
malattie. 

Non è neppure necessario di dire che invauo nelle opere antiche si 
cercherebbe una descrizione, che rispondesse a capello all una più che al- 
l altra malattia affine al carbonchio. Bisogna dunque indagare fino a 
qual punto quelle descrizioni lascino supporre che si tratti di vero car¬ 
bonchio più che di altre malattie. 

Ippocrate potea ben parlare della pesto bubbonica? Era nota ai 
suoi tempi? Se intorno a questi quesiti nessuno oserà pronunziarsi net¬ 
tamente, non è men vero che le nozioni sulla peste rimontano a tempo 
piò lontano di quello che generalmente si crede ; e grazie alle inda¬ 
gini ed alle meditazioni dei dotti, è risaputo che quella che fu descritta 
come peste di Atene si deve ritenere della stessa natura dell altra, che 
infierì molti secoli dopo nell’Egitto, nella Libia e nella Siria e sotto Gi u- 
stiniano prese nome di peste orientale. 2 ) La peste era dunque nota 
fin dagli antichi tempi ed ancora molto prima di Rufo di Efeso , 
a malgrado che nozioni sicure su questo morbo non si avessero prima della 
memorabile epidemia della metà del VI secolo. 3 ) 

Se Ippocrate dunque con alcune sue parole lascia il dubbio che 


*) Oóprja? pèv trpStov éiaoyeio, xal xuva? dp you? 

Airràp enei-’ BiXp? fyeijsvx&c t 

Ba/X 1 a(cl Si rcupai vsxvtov xafovTo Saziai. IXiaSo; A. 

*) Rraus. Disquisitio historica medica de natura morbi Atheniensium. Stutt- 
gard. 1831. 

3 ) Procopio. De bello persico. 







— 3 — 

possa alludere alla peste , non è meno chiaro ch’egli abbia conosciuto 
il carbonchio; comunque anche in lui se ne trovi una breve ed incom¬ 
pleta nozione. In un luogo del « 3° libro deli’epidemie » a noi pare che 
pronunzi troppo chiaramente la parola antrace per poterla mettere in 
dubbio ancora, ed è là dove dice che « nell’està si vide gran numero 
di antraci ed altre affezioni che si dicono settiche. » Questi antraci , 
come le altre malattie , Ippocrate rnettea sul conto di notevoli tur¬ 
bamenti atmosferici 1 ). 

Restando ancora ai tempi anteriori all’era volgare, e nei primi anni 
di essa, si possono trovare allusioni o vere descrizioni di morbi che tor¬ 
mentavano gli animali—e che quindi probabilmente , se non tutti , 
alcuni erano di natura carbonchiosa — nel libro di Lucrezio «de re¬ 
rum natura)); in quello di Columella, «de re rustica»; nelle Vito di 
Plutarco, specialmente nella vita di Romolo; nelle Georgiche di V i r- 
gilio; nelle Metamorfosi di 0 v i d i o ; nella storia naturale di PI i n io etc. 

Nella Georgica III Virgilio dice di Giunone che, avendo pensato di 
vendicarsi della giovenca figliuola d 1 Iliaco, mandò quel mostro, la peste 
cioè, contro gli animali. È troppo vago il linguaggio di Virgilio, troppo 
indeterminata la frase del poeta , per poter dire se fin da quei tempi 
era popolare la conoscenza del propagarsi del contagio a mezzo degl’insetti; 
giacchò si parla d’insetti, che i Romani chiamavano assilli (o tafani) , 
insetti dal morso aspro , dei quali gli armenti temevano ed i quali 
fuggivano , cacciandosi tra le selve che risuonavano dei muggiti dei 
buoi. Oggi che si sa cou certezza che gl’insetti possono essere bene i 
portatori ed i propagatori del contagio carbonchioso, le frasi del poeta 
possono alludere a questa nozione, antica quanto il libro che la porta 2 ). 

Ed Ovidio nel Libro VII delle Metamorfosi, e propriamente nella fa¬ 
vola IX , dove parla della peste di Egina, racconta con verità di frase 
ammirevole 1’ epizozia che si sviluppò nei cani , nei buoi , negli uc¬ 
celli ecc. È meravigliosa questa descrizione fatta con colori cosi veri. 
Dall’ altro lato pare che si confonda pure un altro morbo colla ma¬ 
lattia che colpi gli animali , e che dalla descrizione si deve ritenere 
sia stata un’epizozia carbonchiosa. Ci fa pensare ad un’affezione car- 


*) ''ÀvOpaxe^ ~oXXo( xaxà OspGS , xal àXXa , à sxOùgaxa cyjty xaXsexai psyàXa 
eproj-res ì;oXXoigt [AcyàXou 

2 ) .muscus ubi et vividissima granirne ripa 

Speluncaeque teganl et saxea procubet umbra 
Est locus Silari circa, illicibusque virentem 
Plurimus Alburnum voìitans, cui nomen Asilo 
Romanum est; Oester Gray vertere vocantes 
Asper, acerba sonans, quo tota exterrita sylvis 
Diffugiunt aumenta, furit mugitibu9 aether 
Concussus , sylvaeque et siaci ripa Tanagri 
Hoc quondam monstro horribiles exercuit vias 
Inachiae Juno pestem meditata juvencae. s 







— 4 — 

bonchiosa il leggere che il misero colono , stupefatto , mirava i buoi 
che, gagliardi, mentre lavoravano, cadevano sfiancati in mezzo ai solchi— 
Era il carbonchio fulmineo, apoplettico, da quel che pare. 

E poi si legge ancora che a fetidi carcami giacciono per le selve, per 
i campi, impregnando l'aere di odori corrotti, e non tocchi nè da caui, 
nò da uccelli rapaci e neppure dai lupi. » Che questa peste dagli ani¬ 
mali passasse all’uomo è detto in quei versi in cui il poeta racconta 
che « le carni putrefatte , a brani , aprono il campo al contagio e la 
peste degli animali passa ai miseri coloni. 

Noi non sappiamo resistere al desiderio di riportare per intero quel 
brano in cui dal poeta è descritta questa peste con linguaggio e con 
precisione di frase degni di un libro di patologia *). 

Plinio descrive nel libro secondo della sua Storia Naturale il morbo 
che dominò sotto i censori L. Paolo e Q. Mario. 

Egli fa allusione a malattie che facilmente poteano essere carbonchio¬ 
se; ma nello stesso tempo dice che i tumori apparivano ai genitali. Que¬ 
sta ultima proposizione gitta un pò eli confusione e di dubbio sulla na¬ 
tura della malattia che descrive. 

Per uscire da queste narrazioni che , appartandosi dal campo me¬ 
dico , hanno sola importanza cronologica, crediamo che questi pochi , 
ma chiari esempi, sieno sufficienti a dimostrare che l’idea del carbon¬ 
chio negli antichi tempi non era solamente della patologia; ma a bastanza 
popolare, per trovare posto nelle opere dei poeti e degli storici. 

In Celsio si trova una descrizione del carbonchio. Nel libro V. cap. 
28, De Carbuuculo, enumera i caratteri di questo morbo 1 2 ). 

1) Strage canum prima, volucrnmque, oviumque, boumque 
Inque feria subiti deprensa potentia morbi, 

Concidere infelix validos miratur arator 

Iuter opus tauros, medioque recumbere sulco 
Lanigeris gregibus, balatus dantibus aegros 
Sponte sua lanaeque cadunt et corpora tabent 
Acer equus quondam, magnaeque in pulvero fama© 

Degenerat palmas, veterumque oblitus honorum 
Ad praesepe gemit, leto moriturus inerti 
Non aper irasci nerainit, nec fidere cursu 
Cerva, nec armentis incurrere fortibus ursi 
Omnia languor habet ; silvisque, ngrisque, viisque 
Corpora foeda jacent, vitiantur odoribus aurae. 

Mira loquor : non illa canes avidaeque volucros 
Non cani tetigere lupi ; dilapsa liquescunt 
Adflatuque nocent et agunt contagia lata, 

Pervemt ad miseros damno graviore colonos 
Pestis, et in magnae dominatur moenibus urbis 
Viscera torrentur primo ec. 

2 ) « Eius hae notae sunt: rubor est , superque eum non niraium pusulae 
« eminent, maxime nigrae, interdum sublividae , aut pallida©.... ipsum cor¬ 
ei pus aridum et durius quam naturaliter oportet circaque quasi crusta est..,. 
« somnus urget nonnumquam horror, aut febris aritur, aut utruraque ec. 





5 - 

Oribasio, Aezio e Paolo di Egina parlano aneli'essi di carbonchio, 
l’uno non aggiungendo altri caratteri a quelli che si conoscevano ; Y al¬ 
tro assegnando dei caratteri necrotici al prodotto dell’alterazione dei tes¬ 
suti e P altro facendo risaltare il carattere contagioso di certi carbonchi. 

Galeno nella sua opera «de tumoribus praeter naturami) conti¬ 
nua a parlare del carbonchio; ma la sua mente non manda nessun raggio 
di luce nuova sulla natura di questa malattia. Egli no parla con lo 
stesso linguaggioj degli altri ; continua le idee note a' suoi tempi ; e 
continua del pari la confusione tra l’antrace ed il carbonchio. 

Nò meno fa la Scuola araba. Qualunque tumore cutaneo si manifestava 
con bruciore e finiva con escare nere e con cangrena, meritava il nome 
di anthrax, o come dicevasi, ignis persicus. 

Tra tutti però bisogna render giustizia a Guido di Chauliac , il 
quale aggiunge un carattere differenziale at carbonchio. Enumerandone 
i fenomeni, descrivendo il modo onde si succedono, nota che questo car¬ 
bonchio ha un carattere maligno, ciò che forma una differenza col fo¬ 
runcolo. Le osservazioni di Guido di Chauliac furono però bentosto 
dimenticate e di quel carattere speciale maligno del carbonchio non fu 
tenuto conto per molto tempo ; finche in tempi posteriori non si ri¬ 
conobbe la giustezza di quella osservazione. 

Così arriviamo all’evo medio. 

I caratteri che si erano assegnati alle affezioni carbonchiose si di¬ 
menticano; le differenze che meglio poteano circoscrivere il concetto 
di questa malattia si dimenticano e si confondono ; si attribuiscono 
ad affezioni carbonchiose tutte , o quasi , le forme caugrenose , ere¬ 
si pelatose della cute; purché acute, accompagnate da prurito, da escare 
nere c da cangrena. 

L’articolo del carbonchio pestilenziale è ricco, e raggruppa le forme 
più varie di cangrene cutanee. 

Se si leggono le descrizioni di quei morbi, si scorge chiaramente che 
in buona parte delle osservazioni citate di tutt’altro potea trattarsi, fuor¬ 
ché del vero carbonchio degli animali e degli uomini. Certamente ci 
vorrebbe molto amore e lungo studio per definire quali di quelle forme 
appartenevano veramente al carbonchio, quali ad altre malattie. Alla cri ■ 
tica parrà erroneo di ritenere il carbone soffocante , che, siccome descrive 
M. A. Severino, nel 1618 infierì in Italia, ed uccise molti bambini, 
come una forma carbonchiosa, solamente perchè fu preceduto da una 
tremenda epizozia di buoi. Nè carbonchiose poteano essere quelle ma¬ 
lattie , in cui il malato, fulmineamente colpito—come il linguaggio 
fantastico di quei tempi diceva — « era come quell’albero cui il foco 
del cielo avesse mutilato i rami » — Tanto meno si possono litenere 
come carbonchiose quelle epidemie descritte con colori così foschi e ca¬ 
ratteri strazianti negli annali di Francia. Ancora meno quelle descritte 
nella letteratura medica dell* evo medio sotto il nome di ornale degli ar¬ 
denti » che al tempo delle crociate—tempi oscuri e di superstizioni in 



— 6 


cui lo spirilo umano si piaceva di attribuire ad un potere occulto e 
vendicativo tutto quanto si presentava con caratteri nuovi e non acces¬ 
sibili alla più volgare intelligenza — fu ritenuto come terribile manife¬ 
stazione della vendetta del cielo, contro la quale altro scudo non aveauo 
gl’ infelici colpiti che rifugiarsi tra le mura di Nòtre-Dame per rad¬ 
dolcirvi colle preghiere 1* ira del cielo , ed attendere il tempo in cui, 
mutilati dal male e squallidi di miseria, battevano la via del DelGnato, 
dove la pietà di Urbano II 0 avea fondato l’ordine di S. Antonio ed eretto 
un asilo, solo conforto ed ultima tappa di dolore per coloro che l atro- 
cita del morbo avea resi monchi e deformi. 

Tra tanta confusione d idee e di forme nosografìche si può ben dire 
che vi erano affezioni carbonchiose in certa parte, e ve n’erano di altre, 
molto più numerose, che con quelle si confondevano. Malattie carbon¬ 
chiose quelle in cui —come si legge nella letteratura medica di allora— 
alo stesso pastore non era sicuro contro del carbone, poiché lo contraeva 
nella propria stalla. » Malattie, che anche alla più superficiale critica si 
rivelano non carbonchiose, quelle in cui l’uomo cadea fulminato, «sicché 
direbbesi essere i carboni il risultato dello spontaneo accendimelo di 
quel gas infiammabile di cui Bally comprovò una volta 1’esistenza nel 
tessuto cellulare sottocutaneo »; o le altre in cui (( il figliò si allonta¬ 
nava dal padre e questo non si arrischiava di avvicinarsi al letto in 
cui languiva la prole ; » o quelle nelle quali « le parti torrefatte era¬ 
no come se fossero disseccate al calore del sole. )) — E via di simili 
errori, sui quali abbiamo voluto indugiarci per dimostrare che, invece 
di diradarsi, nei tempi di mezzo, molto si addensò la confusione sulle 
malattie carbonchioso. 

Fu solo verso il secolo XVII e la prima metà del secolo XVIII che 
Sauvages, Pareo, Fabrizio di Acquapendente ed altri, trat¬ 
tando di malattie epizootiche, incominciarono à mettere in evidenza alcuui 
caratteri importanti del carbonchio. 

Così col tempo si descrivono le diverse varietà del carbonchio : il 
carbonchio benigno e maligno , e questo pestilenziale o non pesti¬ 
lenziale. 

Pur tuttavia con ciò, è vero, la natura, del carbonchio non resta 
avvolta nelle tenebre dei tempi precedenti ; ma tutta la dottrina delle 
malattie carbonchiose non fa neppure dei grandi passi. L’ impulso più 
serio e più vero le teorie sul carbonchio lo ricevono verso la metà 
seconda del secolo passato, o quello che segna la prima tappa su questa 
via di progresso è il Fournier. Fino a lui la confusione avea tenuto 
sovrana il campo. Egli snebbia la questione ; da lui s’inizia un lavoro 
di analisi; lo studio delle dottrine del carbonchio entra in una nuova 
fase ; osservazione si aggiunge ad osservazione; lavoro succede a lavo¬ 
ro, finché non si scovre la vera indole, la natura delle affezioni car¬ 
bonchiose. 

Fournier, che gettò i primi raggi di luce sul carbonchio, pub- 



— 7 — 

blicò le sue prime osservazioni verso la seconda metà del secolo XVIII <). 
Poco dopo le prime, ne pubblicò altre, più ampie e cbe riconferma¬ 
vano quelle. Con esse, mentre da un lato Fournier dimostrò la tras- 
missibibi 1 ità del carbonchio, dall altro lato provò che sotto il nome di 
carbone va compresa anche la forma maligna delTantrace e la postula 
maligna 2 ). 

In nel torno di tempo, in cni Fournier presentò le sue osservazioni 
che Morand e Duhamel resero pubbliche le loro. Nel 17 66 Morand 
riferì all 1 Accademia delle Scienze due osservazioni eli 1 egli avea fatte 
nell anno precedente, quando due macellai dell 1 Hotel des Invaiides eb¬ 
bero inoculato il carbonchio. 

Duhamel dal canto suo pubblicò un’altra osservazione già fatta, 
ma non resa pubblica , fin dal 1737. Un macellaio che, sparando 
un cadavere di animale carbonchioso, avea portato il coltello intriso 
disangue alla bocca, morì per pustula maligna. La moglie, a cui 
era caduto del sangue sulla mano, la serva, a cui era caduto sulla 
gota, ed il chirurgo che, dopo operata una delle due donne , avea 
portata la lancetta macchiata di sangue alla tempia, ebbero: la prima 
un tumore da cui a stento guarì, F altra un’ infiammazione e gon¬ 
fiore clic, dopo lungo soffrire, la lasciò deforme , ed il medico se la 
cavò con uneresipela che lo tenne lifngo tempo ammalato. 

Man mano 1 operosità e l’attenta osservazione aggiungevano contri¬ 
buzione a contribuzione. L’argomento rendevasi ogni giorno più di¬ 
scusso od importante, L’Accademia di Dijon bandisce un concorso e co¬ 
rona due lavori, di Thomassin 3 * ) e Chambon *). Questi autori spar¬ 
gono molta luce sul carbonchio; ma non tanta da non far desiderare 
lavori più precisi e da non lasciare ancor troppo nel buio c la natura 
e 1 etiologia del carbonchio. Ed un nuovo concorso, bandito dalla stessa 
Accademia, intende a chiarire i punti in cui Thomassin e Cham¬ 
bon non sono concordi. È a questo secondo concorso che si debbono i la¬ 


vori di Enaux e C bau ss 


ler 5 ). In essi si dice del modo di pro¬ 
di animali e con molta precisione 


pagarsi del contagio per contatto 
si parla della pustula maligna. 

Già di essa primo a parlare fu il Fournier, ma molto vagamente, 
troppo confusamente anzi; sebbene da tempi molto anteriori al Fournier 
esistessero descrizioni di morbi umani che si poteano avvicinare alla 
pustula maligna. Ma dopo Fournier, dal 1776 al 1780, Montflis, 
Chabert, T ho m a ss i u, chiariscono bene il concetto di questo morbo 
dell uomo. Ilio mass in più di ogni altro diede con maggior precisione 


’) Reflexions sur les charbons. Ree. d'observ. de med. des Hop. eie. 1764. 

2 ) Obs. et cxp. sur le charbon rnalin ctc. Lyon 1769. 

3 ) Dissertation sur le charbon rnalin de laBourgogne ou la pust. mal.Baslel772. 

Trailé de la pustule maligne. Neuchatel 1781. 

°) Methode de trailer les morsures et. Dijon 1785. 






— 8 — 

il vero carattere della pustula maligna ; e dopo del suo , i lavori ciré 
più di ogni altro sopravvissero al tempo, ed ai quali molti, e per molto 
tempo, s’ispirarono, furono quelli di Enaux e Chaussier. 

La teoria del carbonchio in questi tempi era ben lungi dal toccare 
la piecisione. Vi furono di quelli che con Fournicr ammisero nell’uo¬ 
mo un carbonchio spontaneo ed uno comunicato; altri che, cadendo in 
un esagerazione opposta , negarono la contagiosità del carbonchio; altri 
che alle ragioni del Fournier vollero aggiungere 1’esperienza per di¬ 
mostrare la produzione primitiva e spontanea del carbonchio nell’uomo. 
Chabert vuole che esista il carbone pontaneo ed il sintomatico. Gil¬ 
bert crede le affezioni carbanchiose effetto di febbri putride e can- 
gienose, mentre Kausch fu'tra quelli che crederono il carbonchio non 
contagioso , ed il suo errore, come molti altri, la storia e l’esperienza 
han condannato inappellabilmente. 

Larrey, Putegnat, A ncelon descrivono a loro volta casi di febbri 
a cui si accoppiavano eruzioni di tumori carbonchiosi. Essi però distin¬ 
guono col nome di pustula maligna il carbonchio trasmesso all’uomo. 

Nel 1843 Bourgeois ’) pubblicò il suo lavoro, nel quale da il ca¬ 
rattere del carbonchio; descrive il modo di trasmettersi all’uomo o parla 
dello edema maligno delle palpebre. 

Heusinger nel 1 850 persiste nella idea di un carbonchio spontaneo 
nell uomo ; e stabilisce il nesso tra la malaria ed il carbone de^li a- 
nimali. ° 

Raimbert nel 1859 e Bourgeois , con una monografia ricca di 
pm ampie osservazioni, nel 1861, chiarirono, il primo molti luoghi oscuri 

della pustola maligna, l’altro l’edema maligno delle palpebre o carbon- 
chioso. 

Colla scoverta del Pollender *) nel 1855 si apre un nuovo pe¬ 
riodo delle dottrine sul carbonchio. Pollender scovre nel sangue dei 
buoi morti per cangrena lienale dei corpi allungati, sottilissimi." 

Dopo questa scoverta seguono gli studi di diversi autori e B rauel 1 *1 
Davaine *) , Delafond •), Raimbert, Virchow, Bòllinger' 
Korànyi, Gerì a eh, Ivo eh eie., ciascuno dal lato suo, strappano un 
lembo di quel velo fìtto che nascondeva la vera natura del carbonchio ed 
attraverso al quale non erano penetrate le pazienti osservazioni di tanti 
illustri predecessori. 

Pollender evea scoverto i corpi sottilissimi a forma di bastoncini 
immobili. Brauel) alcuni anni dopo riferma questa osservazione, e ritiene 


’) Memoires sur la pustole maligne, speciellement sur celle qui on observe 
dans la Beauce. Avchiv. generai, de med. 1813. 

*) Caspar’s Vierteljahrsschrift fiir Gerichtl. med. 1855 Vili 103 
5 ) Virchow’s Arch. XI, 137, XIV, 432, XXXVI, 229. ' 

) Comp. rend. LVII, LIV. Meni: de la Soc. de Biologie 1865. 

) Kecueil de la in M. veterin. 18G0, 







— 9 — 

por batteri i corpuscoli che gli animali presentavano nel sangue poche 
ore prima della morte. Del afone! li ritiene organismi vegetali, ma 
incapaci a dare origine a nuovi organismi e mobili , siccome credea 
Brauell. D avaine, il cui nome incarna le più grandi e precise idee 
sulle dottrine del carboncino , ritorna sulle osservazioni che avea fatto 
fin dal 1850 di corpuscoli microscopici nel sangue di animali morti 
per cangrena della milza, e li proclama causa dal carbonchio. 

Da qui una sequela d’incessanti ricerche , di pazienti osservazioni e 
scrupolose, di giudiziose e severe conclusioni. Di che natura sono quei 
corpuscoli ? Sono veramente organismi , o non un’ illusione ? Sono il 
prodotto di metamorfosi di principi organici e di tessuti ? Quei corpu¬ 
scoli sono essi stessi il virus dal carbonchio ? 0 non ne sono per av¬ 
ventura i veicoli, o un effetto? La loro azione sul sangue, la loro bio¬ 
logia , le loro funeste proprietà? Questi quesiti agitati, riconfermati o 
negati, ed altri che ancora oggi subiscono di tanto in tanto la prova 
della discussione e dello esperimento, lasciano aperta la storia delle affe¬ 
zioni carbonchiose; e, se erroneo può sembrare il detto di Haubncr: 
« che nella storia delle malattie carbonchiose sono tali e tante contra¬ 
dizioni, che l’etiologia di queste malattie dev’essere rivista da capo », 
ben può dirsi dall’altro lato che l’ultima parola sul carbonchio non è 
stata detta, e che le nuove, recenti scoverte, non pure non hanno li¬ 
mitato il campo delle discussioni e della osservazione clinica e definiti 
nettamente i confini, ma lo hanno allargato, comunque di nuova e non 
dubbia luce abbiano irradiato questa importante malattia dell’uomo e 
degli animali. 


2 . 

In tempi in cui la vera natura del carbonchio era sconosciuta , la 
confusione che regnava intorno ai concetti diagnostici ed ctiologici, più 
che spiegabile, era inevitabile. Nessuno dunque avrà a meravigliare se, 
quando brancolando nel buio, senza il conforto di nessuna osservazione 
sperimentale, si passava da ipotesi ad ipotesi colla sola guida dell’empi¬ 
rismo e delle idee preconcette , la teoria più logica del carbonchio si 
elevava sull’alterata composizione dei succhi e si credea possibile lo 
spontaneo accendimento di un gas sottocutaueo che nessuno ha dimo¬ 
strato. I dubbi , le incertezze si trasmisero allora alla nomenclatura del 
carbonchio e delle malattie che con esso si possono confondere. 

In un primo periodo la parola anthrax o carbunculus dei medici 
greci e latini assorbe tutto. Turbamenti atmosferici turbano le con¬ 
dizioni dei succhi; questi generano il carbunculus; e col carbunculus 
vanno a rifascio i morbi che , attaccando la cute, finiscono con quelle 
tali tinte esterne più o meno precise. Ecco tutto il principio, eccola 
teoria e la confusione che domina fino al secolo XIV. 

La dubbia luce di scarse risorse cliniche, o povere ed incomplete os- 

2 



servazioni, non potuu non precettarsi sui nomi che si adoperavano per 
le malattie carbonchiose e per le altre che con esse si poteano confon¬ 
dere: un solo nome indicava malattie di natura diversa ; V antrace ab¬ 
bracciava molte malattie cutanee che di comune non avevano che il fi¬ 
nire con infiammazione e cangrena. Ciò perchè dell’ antrace, o carbon¬ 
chio, non si conosceva la vera fisionomia clinica, e sul suo conto si 
mettevano ed eresipele, e setticoemie , e favi, etc. che con esso poteano 
avere punti di contatto; ma che n'erano diversi per natura, per de¬ 
corso etc. 

Col tempo questa confusione si fa più generale ; si spande sulle 
malattie generali, febbrili, in rapporto degli antraci cosidetti benigni e 
maligni ; per quello eh 1 ò il vero carbonchio e per Taltro ch'ò il favo-ve¬ 
spaio; senza distinguere che nel favo-vespaio le manifestazioni generali, 
quando anche fossero di natura infiammatoria semplice , o settica , o 
piemica, non sono mai specifiche. 

Per un pezzo si continuò a navigare in un mare seminato di errori 
e di contradizioni. Ci era ragione a sperare che , dopo taute ed im¬ 
portanti scoverte un po’ di ordine fosse entrato nelle idee, ed un po’ di 
unità nella nomenclatura clinica. Si sperò invano. La precisione che la 
bussola clinica giorno per giorno raggiungeva non tolse che si fosse 
investito continuamente contro lo scoglio della confusione. Così alcuni 
chiamarono indifierentemente antrace il carbonchio degli animali ed il 
favo-vespaio dell’uomo; e, quando si volle fare la distinzione tra l 1 an¬ 
trace benigno ed il maligno, si confuse col carbonchio il favo-vespaio che 
solo per un accidente, solo per una fase non necessaria del processo 
morboso, per una flebite, per uu’eresipcla, per una setticoemia, può es¬ 
sere fatale e produrre alcuni fenomeni generali funesti. 

La scoverta della vera essenza del virus carbonchioso non dirada pie¬ 
namente le tenebre della confusione nel linguaggio clinico. Indarno da 
Pepuytrcn in poi si grida fortemente contro la falsa analogia tra l'an¬ 
trace maligno e benigno; indarno Sanson, Monteggia e cento altri 
invocano precisione nel linguaggio. Le idee si fanno a volta a volta più 
chiare; ma lasciano l’arbitrio intorno al modo di nominare le due di¬ 
verse malattie. 

Che cosa dunque s’intende oggi per antrace? Per quanto sembri im¬ 
possibile, ò difficile dire anche oggi. In veterinaria certamente l'antrace ò 
il carbonchio. In medicina umana altri intende per antrace il carbonchio 
degli animali; altri questo e quello comunicato all’uomo; altri per antrace 
intende il favo-vespaio e chiama carbonchio quello degli animali e pustula 
maligna il carbonchio degli animali comunicato all’uomo. Ora questo con¬ 
fondere in un sol nome una dermatite flemmonosa circoscritta, non conta¬ 
giosa, con le forme carbonchiose , che sono contagiose, è grave errore e 
grave danno. Errore e danno che, se si sono lamentati da tempo antico 
fino a noi, oggi non è possibile che stiano ancora. Ed è con C o u r g eo i s, 
con Monteggia, con Popper con De Rensis, con tutti quelli che 






— 11 — 

hanno insistilo fìnoggi, che noi insistiamo perchè si slabiliscacon precisione 
la nomenclatura. 

Quale nomenclatura noi seguiremo ? 

De Rensis , lamentando quello ch'egli chiama inutile lusso ed indo¬ 
lente povertà di linguaggio, intende per antrace quello che primasi chiamò 
antrace benigno, cioè V antrace furuncolare , il favo-vespaio ; e per car¬ 
bonchio 1 antrace maligno , V antrace, il carbonchio degli animali. Tra 
gli scrittori francesi e tedeschi degli ultimi tempi e contemporanei N é- 
laton, Follia, Billroth ctc. colla parola antrace intendono il favo- 
vespaio j Forster, Klebs etc. Ja fanno sinonimo di carbonchio e di 
pustola maligna; come dall’altro lato, se Korànyi chiama antrace il 
favo vespaio, e carbonchio quello prodotto da infezione carbonchiosa , 
Bòllinger critica la scelta, la quale dice (con quauta ragione non 
sapremmo intendere) poco felice e buona soltanto a portar confusione. 

Intenderci : ecco lo scopo. Intenderci senza inutile lusso di parole; sta¬ 
bilire un’ unità di linguaggio. 11 resto non cale, e si potrebbe dire lino 
ad un certo punto ch’è indifferente usare una più che l’altra parola ad in¬ 
dicare questa o quell 1 altra malattia; purché ad una malattia corrisponda 
sempre una parola. Un linguaggio equivoco, che lasci luogo a dubbio e 
ad arbitri, oggi è condannato dallo stato della scienza, dalle conoscenze 
che si hanuo sulla natura dei diversi processi morbosi. 

A rendere dunque più chiaro quello che diremo in appresso, diciamo 
che intenderemo per antrace , V antrace benigno, la dermatite circoscritta 
non specifica, il favo-vespaio ; per carbonchio , la malattia, il tumore pro¬ 
dotto da infezione specifica , carbonchiosa , sugli animali ; per puslula 
maligna il carbonco trasmesso dall 1 animale all’ uomo. Il carbonchio del Tuo - 
uno cerne malattia idiopatica, essenziale, diversa dalla pustula maligna 
per caratteri clinici o causa, nello stato attuale della scienza non pos¬ 
siamo riconoscere. 


3. 

Un'ultima parola sull 1 importanza delle malattie carbouchiose. 

Le malattie carbonchiose hanno duplice importanza : come malattie 
che colpiscono alcuni animali, domestici, tanto utili ai bisogni deliavita, 
tanto necessari al commercio, al [agricoltura; come malattie che dagli ani¬ 
mali possono passare all'uomo. Vogliono esser dunque guardate da due 
punti di vista : dal lato della medicina e dallato dell 1 economia ; come 
malattie epizootiche, e come malattie umane ; dal medico e da quelli 
che sono preposti all'igiene ed al benessere dei popoli. Se il carbonchio 
non costituisse che una infezione degli animali q avrebbe già sufficiente 
valore, si presenterebbe con tutta l 1 importanza , s 1 imporrebbe con tutto 
»1 peso di un problema economico, quando si sapesse che una sola epizozia 
Jn un distretto della Russia, ed in un solo anno, uccide settantaduemila 
cavalli una volta; ed un 1 altra volta, nello spazio di 4 anni, cinquantasei 




— 12 — 

mila tra vacche, pecore e montoni. Ma la gravità e l’importanza di questo 
problema crescono agli occhi del medico e dello statista, allorché si ag¬ 
giunge che una di quelle epizozie , non impoverisce solamente la pastorizie, 
non scuote l'agricoltura, non spegne una risorsa finanziaria, non imprime 
un’ oscillazione al commercio, ma si circonda puro del funebre corteo 
di 528 vite umane. 

Questo argomento ha dunque limiti più vasti , importanza maggiore 
di quello che a prima giunta potrà sembrare. 

IL 

Definizione del carbonchio. 

Il carbonchio è una malattia d'infezione, la quale, epizootica od en- 
zootica per lo più, può essere talvolta e per eccezione sporadica; si svi¬ 
luppa su diversi animali, specialmente tra gli erbivori, e si trasmette 
a molti altri ed all’uomo. 

Si chiamò carbonchio o carbone, forse pel bruciore che desta, forse 
pel colore dell’escara e forse per V una e per l’altra ragione. Ad ogni 
modo i nomi che si sono dati a questa malattia sono vari e molti. Si 
è chiamata febbre carbonchiosa, splenite carbonchiosa, carbone di milza, 
cangrena di milza, febbre venosa putrida, tifo o peste carbonchioso, 
quando è epizootica. 

Nel Napoletano il carbonchio si addimanda piello, o lupiello. Nelle Lo¬ 
ro agne acetone . 

In altri casi il carbonchio prende nome di squinanzia, stranguglione 
del porco e del cavallo, angina carbonchiosa, se è alla gola; come, se 
è alla lingua: vescica della lingua, carbone della lingua, carbone o can¬ 
cro volante, glossantrace. Se è al petto, anticuore. 

III. 

Etiologia. 

È scritto che cause del carbonchio negli animali sieno: i fieni guasti 
per crittogame; i cibi cattivi, o troppo succulenti ; le acque stagnanti, 
torbide, corrotte, cariche d'insetti, di cavallette, puzzolenti; l’uso pro¬ 
lungato del trifoglio— solo trifoglio senz’altre erbe; il fieno fresco, ole 
erbe provenienti da praterie artificiali; l’abitare luoghi insalubri , non 
aerati, tra le immondizie. E poi dippiù : le marce forzate, il lavoro ec¬ 
cessivo. E poi ancora : le condizioni atmosferiche , climatiche e geo¬ 
grafiche; i bruschi cambiamenti atmosferici; il succedere di copiose piogge 
ad un’està urente e secca; o il sopravvenire di un’està caldissima ad 
un verno umido e piovoso; la natura del suolo ecc. 

In tutto questo è del vero o del falso; vi sono verità confermate dal- 



— 13 — 

l 1 osservazione e dalla logica , come vi sono ipotesi che aspettano una 
riconferma, o una smentita più recisa. 

Prima però di entrare nell’ esame di queste possibili diverse cause 
del carbonchio degli animali, è necessario elevare una discussione , la 
quale, importante per quanto non interamente definita finora, ci potrà, 
aprire la via ad una più facile intelligenza di tutti gli argomenti che 
riguardano Ittiologia del carbonchio negli animali, e conseguentemente 
anche la pustula maligna dell’ uomo. 

Il quesito è questo : Se lageute — qualunque natura esso abbia — 
il virus che produce il carbonchio , possa essere prodotto da queste 
diverse condizioni, ovvero non si trovi in un dato luogo, sopito, iner¬ 
te, ed una o più di queste influenze formino le condizioni nelle quali 
esso si rende attivo. Con altre parole: queste diverse condizioni riani¬ 
mano la potenza infettiva, rieccitano la vitalità sopita del virus, o creano 
il virus? 

Si è pensato in altri tempi che la natura del suolo, i concimi , le 
influenze climatiche e geografiche , le condizioni dell’ umidità e del 
calore, la decomposizione di materiali organici, avessero potuto generare, 
far pullulare spontaneamente il virus carbonchioso. Oggi invece si parte 
da un altro principio e s’inclina a ritenere che il terreno non sia che 
un veicolo intermediario, e quelle diverse cause le condizioni più o meno 
necessarie che possono risvegliare Fattività del virus, o propagarlo. Vi 
ha di coloro che credono, a modo di esempio, che i concimi artificiali, 
e quelli specialmente fatti col gesso, coi solfati , possano favorendo la 
scomposizione delle sostanze organiche generare il carbonchio. Ora, senza 
discutere di questa nozione, non bisogna dimenticare che in molti concimi 
artificiali entra la cosiddetta segatura di osso, la quale potrebbe ben essere 
veicolo del virus, se quelle ossa, onde essa deriva, furono di un animale 
morto per carbonchio. In tal caso non i fosfati, decomponendo le so¬ 
stanze organiche, genererebbero il virus, ma questo troverebbe, esposto 
a quel grado di calorico e di umidità che gli abbisognano , le condi¬ 
zioni senza le quali non può essere attivo. Ed a confortare questa opi¬ 
nione basta portare ad esempio i casi in cui il carbonchio si sviluppa 
di tempo in tempo in date regioni, in quelle regioui ove furono abban¬ 
donati, preda ai rapaci ed ai lupi, i cadaveri di animali carbonchiosi. 
Finche le condizioni climatiche e geologiche non rendono attivo il virus; 
finché calore ed umidità non gli ridanno la sua letale potenza, il carbon¬ 
chio non si manifesta; ma, quando quelle condizioni vengono a fecon¬ 
dare il suolo che ricetta il virus, niento di più facile che si creda ad 
uno sviluppo spontaneo del virus carbonchioso, e si dia valore di cause 
generatrici a quelle che non sono che condizioni di attività e di pro¬ 
pagazione. Lo stesso si dica di certe stalle, ovili, bovili, in cui infie¬ 
risce— cd in quelli solamente e non in altri vicini, che ne restano im¬ 
muni — di tempo in tempo il carbonchio. 

La base dunque su cui deve fondare in massima parte il concetto 




— 14 — 


del carbonchio ò questa : il contagio, la trasmissione diretta od indi¬ 
retta. Il virus carbonchioso può ridestarsi più volte sullo stesso punto; 
passare da un luogo ad un altro, da un terreno ad un altro, e svilup - 
parvisi con più o meno intensità, con maggiore o minore rapidità, quando 
vi trovi propizio le condizioni atmosferice e telluriche. 

Tutto ciò che si è scritto o sulla nettezza delle stalle, e sugli stati at¬ 
mosferici, e sugli alimenti ecc., non può avere esatto valore causale, se non 
in quanto rappresenti , nell'ordine delle influenze , una condizione che 
può ridestare l'energia sopita del virus, o propagarlo, favorirne la diffu¬ 
sione, essendo il virus trasportabile, e potendo avere un gran numero di 
veicoli. 

Ciò posto vediamo più da vicino, le causo del carbonchio. 

Si ò ritenuto che il carbonchio si manifesti più facilmente , allora 
quando ad una stagione invernale umida e piovosa succeda un’ està 
molto calda. Le acque stagnanti allora putrefanno e sono esposte ad 
una rapida evaporazione. 

Questa verità non solo Reynal e Renault provarono in quell’ epi¬ 
zoozie che si manifestarono in Francia, nella Sologua; ma benanche tra 
noi, nella Lombardia, nel Veneto, nella Basilicata, nelle Calabrie, ecc. 
l'apparire del carbonchio negli animali ò spesso preceduto da simili con¬ 
dizioni atmosferiche. 

Queste alterazioni atmosferiche sono del resto legate strettamente ad 
altre condizioni del suolo. Esso fino ad un certo punto può rallenta¬ 
re , od affrettare i processi di putrefazione di sostanze organiche. Si 6 
notato che i terreni calcarei, o argillosi, o misti, le terre saline.favoiiscono 
la decomposizione delle sostanze organiche; e che tanto più facilmente si 
produce il carbonchio, per quanto maggiore è la quantità delle sostanze or¬ 
ganiche in putrefazione, per quanto piu la natura del terreno favorisce 
questa decomposizione, e per quanto più la temperatura altissima l’aiuta. 

Da un lato dunque è il terreno, in cui le acque non filtrano fa¬ 
cilmente , ma, o restano stagnanti alla superfìcie, o l’attraversano, fer¬ 
mandosi in uno strato immediatamente sotto, in uno strato impermeabile, 
per così dire, attraversano cioò lo strato calcareo arabile per soffermarsi 
allo strato argilloso; — dall’altro i materiali organici che, ajutati dal¬ 
l’alta temperatura del luglio, dell’agosto, e del settembre, si decompon¬ 
gono facilmente. 

Le acque stagnanti—riposino sulla superGcie di certi terreni paludosi, 
o in minore proporzioni formino un sottosuolo stagnante, uno stagno in¬ 
terno, come dicono Rey n a 1 e Renault—contengono in grande quantità 
materiali organici in decomposizione: erbe, residui animali ecc. Sia che 
dopo una stagione urente ed aridissima le prime piogge rompano la 
crosta secca della terra, e portino al materiale che sta sotto quelle 
condizioni di umidità che sono necessarie alla putrefazione; sia che ad 
una stagione piovosa, che ha fatto di un terreno un pantano, succedano 
i cocenti raggi solari del luglio e dell’agosto, i materiali organici, in 





— lo - 

queste condizioni così propizie iilla decomposizione, si decompongono. È 
allora eli’ esalano idrogeno solforato , idrogeno carbonato, acido carbo¬ 
nico ed un’immensità di organismi inferiori—microzoi e microfìti. 
ovuli, sporule, batteri, monadi, —vanno a popolare i diversi strati atmo¬ 
sferici attorno c sopra le acque stagnanti, e formare essi stessi un’atmo¬ 
sfera letale che può contenere i principi di cento infermità. 

E chiaro dunque che, non solamente la putrefazione delle sostanze 
organiche è più facile per quanto vi concorrano le necessarie condizioni 

1 umidità e calorico ; ma pure che le grandi evaporazioni in regioni 
paludose saranno altrettanto più rapide ed estese, per quanto più alta la 
temperatura dei raggi solari. Ragione questa che potrà spiegare, per una 
[•aite la causa della frequenza del carbonchio nei mesi caldi e il fre¬ 
quente svilupparsi del morbo negli ovili e nelle stalle calde, dove pu- 
trefanno molti materiali organici. 

Sotto queste condizioni l’agente che produce il carbonchio sembra che 
penetri neH’organismo degli animali. 

■Vi può penetrare per le vie respiratorie e per le vie digestive, quando 
0 li animali bevano acque putride, o si cibino di erbe o foraggi che por¬ 
tano il virus. 

Come si vede, le condizioni che rendono attivo il virus del carbonchio 
sono quelle stesse che favoriscono la infezione palustre. 

Tuttavia se Creuzel, contro Roynal e Renault, crede didimo- 
stiare che animali che si sono dissetati nelle acque stagnanti dopo il le¬ 
vare del sole, e prima del tramonto, non ebbero che sola diarrea; meu- 
l f e gli uccelli, che fin dal mattino cercano alimenti in quello acque, muo- 
jono per epizoozia carbonchiosa—-ciò non prova, come non smentisce 
nulla. Si possono bene introdurre acque stagnanti, quando esse non por¬ 
tano virus carbonchioso. Esse potranno avere qualunque altr* azione , 

( l uella in fuori di produrre il carbonchio. Che il carbonchio si svi- 
l] ppi piò facilmente in luoghi paludosi, è vero; ma non bisogna dimeu- 
ticare ciré egualmente vero che vi sono regioni in cui il carbonchio 
® cpizozia frequente e la infezione palustre sconosciuta; mentre dall’altro 
alo m regioni, dove l'Infezione palustre è costante, si conoscono poche 
osservazioni, o non se ne conoscono addirittura, di epizozia carbonchio- 

Ciò prova nò più nò meno che, come per certi miasmi, lo sviluppo 
del carbonchio ò favorito da certe condizioni climatiche e telluriche; ina 
non dice già che carbonchio ed infezione palustre debbano andare di pari 
Passo. Dice in altri termini che, se il virus carbonchioso è soggetto a 

lucilo leggi, a cui obbediscono molti altri agenti infettivi , esso nei 

ll oghi bassi, a certi gradi di temperatura e di umidità, può svolgere la 
sua attività 

Questa osservazione riconferma il principio emesso poco fa: non vi 
sono condizioni che generano il virus; vi sono condizioni che ne sve¬ 
rnano la potenza e 1 attività. Il suolo in tal caso ò un ricetto , un 

ricovero pel virus; è un quartiere d’ inverno, in cui si chiude questo 





— 16 — 

pericoloso nemico, una trincea in cui si fortifica, quando non trova nelle 
condizioni telluriche ed atmosferiche quelle che lo rendono attivo c te¬ 
mibile. Ma, che una pioggia forte e copiosa rompa la crosta della terra, 

resa dura , arida dai foni calori deli' està ; che la punta acuta di un 

aratro , o la pesante vanga del contadino , squarciando il suolo , lo 
metta in diretto contatto di un raggio di sole che gli deve ridare 
ratti vità sopita, non spenta; e quel virus, sepellito, inattivo, inerte, fe¬ 
condato dal sole e dall'acqua, riprenderà la sua fatale energia. 

Le erbe , i foraggi corrotti , in qualsiasi modo guasti , si sono ri¬ 

tenuti cause dello sviluppo del carbonchio degli animali ; ma forse si 
sono confuse le alterazioni che seguono all’uso di foraggi tocchi dallo 
crittogame colle affezioni carbonchiose e coi foraggi che portano il virus 
del carbonchio. 

Quelli che sostengono la opinione che i foraggi alterati possano pro¬ 
durre il carbonchio, si fanno scudo di osservazioni ripetute su diversi 
animali e dell’autorità di nomi come Gli aber t, Gerlach eie. Così 
si è pensato che i cavalli , che si nutrono di foraggi attaccati dalle 
sporule dell’ uredo silophila , spesso sono colpiti da carbonchio. Ciò se¬ 
condo Gerlach , alla cui opinione risponde quella di Piasse, che 
ritiene l'alterazione dei foraggi causa unica del carbonchio, e quella di 
Marchant, il quale avrebbe visto il carbonchio dietro Fuso di erbe vi¬ 
ziate dalla muffa , dalla ruggine etc. Finalmente altre volte il carbon¬ 
chio si sarebbe sviluppato su montoni nutriti di capsella bursa pasloris , 
su cui pullulava l 'uredo candida A ). 

Senza mettere in dubbio la verità di queste osservazioni, e molto meno 
la buona fede degli osservatori, parrà da quello elio diremo più tardi, 
che può esser vero tutto questo, ma falsa sola l’interpetrazione. Che i 
foraggi possano essere uno dei veicoli del virus, diremo or ora e da 
ciò parrà chiaro che bene è possibile cho in alcuni casi foraggi alte¬ 
rati, e contaminati insiememente dal virus carbonchioso, abbiano potuto 
produrre o propagare il carbonchio. Ed a riconferma di questa opinione 
vi è un lato sperimentale della quistione, il quale distrugge molta parte 
del valore dulie osservazioni di Piasse, Gerlach e di altri. Questo 
lato sperimentale si compendia in questa osservazione : nutrendo gli ani¬ 
mali con foraggi alterati, con quelli e solo con quelli, il carbonchio non 
si è sviluppato. Ciò prova per lo meno che largomento va meglio stu¬ 
diatole pure non può dirsi con certezza che, potendosi l’animale colpito da 

carbonchio trovare in relazione con diverse condizioni che lo circondano _ 

colla natura del suolo come colle acque stagnanti, colle condizioni atmo¬ 
sferiche come pure coi terreni paludosi e miasmatici , colle alterazioni dei 
foraggi come coll eccessivo lavoro e colla stanchezza, — ogni osservatore 
può assumere per suo conto quella parte d influenza causale,da cui si sente 
meglio attratto e più convinto. Ma forse tutte queste condizioni non sono 


*) Oreste. Lezioni di Patologia Sperimentale Veterinaria, Milano 1871. 





— 17 — 

che secondarie, non tengono che la seconda linea nell’ordine deirimportan- 
za - Prima di tutte è il contagio, la trasmissione, il trasporto del virus. Lo 
alti e vengono dopo ed hanno valore relativo , poiché esse possono es¬ 
sere, colla loro influenza sull'organismo animale e coi loro rapporti sui 
poteri fisiologici del corpo, cause predisponenti, a secondo che favoriscono 
od ostacolano la vulnerabilità dell’ organismo animale. 

Ad ogni modo su tutto è possibile la discussione, dal contagio infuori. 
Attaccato un animale, il virus si trasmette , si trasporta; gli animali no 
sono contagiati, se non si prendono le opportune disposizioni per evitare 
il funesto propagarsi del morbo. 

Come dunque si propaga il morbo ? Quali sono i veicoli di propagazione ? 
\ i sono condizioni che predispongono più o meno Laminale alla malattia ? 

Vi è una disposizione individuale, una suscettività pel virus carbon¬ 
chioso. Questa disposizione è estesa; ma pronunziata è però in maggioro o 
minor grado, a secondo degli animali. 

Se non si vuol dire che il carbonchio può prendere i mammiferi,gli uc¬ 
celli, i pesci ecc., si potrà ben dire però che quelli tra gli animali do¬ 
mestici che han maggior disposizione sono gli erbivori : buoi, pecore, 
cavalli. Più raramente fasico. la capra. Ancora più raramente il porco! 
La questi animali il carbonchio può passare ai carnivori ed all’uomo; 
ma per gli onnivori la suscettività ò minore , ed ancora meno è pei 
carnivori. Del gatto è più disposto il cane. 

Tra gli animali selvaggi i più disposti sono i ruminanti, la renna, 
il cervo ; poi viene 1’ elefante. Si crede che gli uccelli, i topi, i pesci 
possano essere attaccati dal carbonchio, ma non sarà male attendere la 
riconferma di nuove e più precise osservazioni. 

Il carbonchio facilmente si trasmette coll' inoculazione sulle cavie , 
conigli; meno sui gatti, e poco sui cani e sui volatili, polli, anitre ecc! 

Paste u r <) in un suo recente lavoro ha dimostrato che si può provocare 
il carbonchio nei polli , raffreddandoli. Egli inocula il carbonchio nei 
polli e poi ne tuffa la parte inferiore del corpo nell’acqua a temperatu¬ 
ra più bassa di quella del corpo stesso. Il carbonchio si sviluppa nelle 
parti raffreddate. Esperimento questo eh’ è rafforzato dalla controprova 
ed i polli in cui con questo processo si è sviluppato il carbonchio, ne 
possono guarire, se le parti raffreddate si riscaldano, e solamente quando 
il sangue sia fortemente invaso dai batteri del carbonchio e nelle ulti¬ 
me ore della vita, secondo Pasteur, la guarigione non ha luogo. 

Per quanto più ben nutriti e forti sono gli animali, per quanto più 
lautamente governati , o con sostanze diffìcilmente digeribili , per al¬ 
trettanto sono attaccati dal carbonchio , e più specialmente dalle forme 
acute e ad accessi quasi fulminei. Parimenti dove domina il carbonchio 
sono più facilmente attaccati quegli animali da poco arrivati, provenienti 


’) Sur le cbnrbou dea poulets, Progrès Medica], pug. 539, 1879, n. 28. 

3 








18 


da terre o da stalle immuni di carbonchio. Più disposti sono gli ani¬ 
mali che pascolano liberi , anzicchè quelli che sono custoditi uclle 
stalle. 

L 1 età negli animali non induce una disposizione maggiore o mino¬ 
re. Qualunque età abbia, l’animale può essere attaccato dal carbonchio. 
Così pure per esser maschio o femmina, la disposizione non cresce nè 
diminuisce. 

Il carbonchio nasce , o si propaga , in tutte le regioni , sotto qua¬ 
lunque clima, in qualunque parte della terra: così tra i perenni geli del 
nord, come sotto griufuocati e cocenti raggi del sole africano. In Europa, 
come in Africa cd altrove, nella Lapponia e nella Siberia, nelT Ungheria , 
nelle basse regioni del Danubio, in Francia, in Italia, nei climi tropicali, 
nelFIndie. In Francia più frequentemente in Borgogna, nella Sciampagna, 
Provenza, Lorena, ecc. In Italia nell’ Appennino toscano, negli Abruzzi, 
nelle Calabrie ecc. In generale più facilmente il carbonchio appare in 
quelle che si chiamano regioni carbonchiose , e che offrono condizioni 
malariche, acqua stagnante, paludi, dissodamenti, inondazioni, disbo- 
scavnenti; e sono popolate di greggi e di animali bovini, ovini ecc. 

Intanto come si propaga rafTezione carbonchiosa ? 

Lo studio dei veicoli del virus carbonchioso e del modo onde questo 
si propaga bisogna accennarlo qui per gli animali e ripeterlo nella pu¬ 
stola maligna che interessa più direttamente la medicina umana Perora 
ci contenteremo di dire che in primo luogo si deve ammettere, che pos¬ 
sa comunicare la malattia l’animale ammalato, ovvero il cadavere dello 
animale, le sue diverse parti ed i prodotti. 

Il sangue od il siero che scola dal carbonchio , quello che viene 
dai salassi, quello che gli animali mandano per le narici, per la bocca, 
o per le vie intestinali, può ben comunicare il morbo ad altri animali. 

Così pure , quando il cadavere di un animale morto di carbonchio 
si lascia putrefare all 1 aria aperta, prima che la putrefazione abbia di¬ 
strutto la vitalità del virus, può essere toccato da altri animali , e se 
un cane a mo’ di esempio, ha mangiato carne carbonchiosa potrebbe 
ben comunicare il carbonchio, se addentasse un altro animale. 

I peli, le corna, le unghie, le ossa, la carne di un animale carbon¬ 
chioso possono essere veicoli di trasmissione in regioni vicine o lontane, 
quando intrisi di sangue, di segrezioni, d’immondizie , contengano il 
virus attivo. 

Che poi gli insetti possano propagare il carbonchio, comunicandolo ad 
altri animali, è nozione così antica ch'era divenuta quasi certezza anche 
quando Fesperimento non le avea dato la sua inoppugnabile sanzione. 
Ebbene, ora P esperimento ha insegnato a Da va in e, che l’inoculazione 
delle proboscidi di mosche, che si erano pasciute su di un cadavere di 
animale carbonchioso, ha riprodotto il carbonchio; e Bòllingcr dall’altro 
lato, esperimentando dallo stesso punto di vista, ha trovato nel contenuto 
gaslro-intestinale dei tafani, raccolti su di un bue di fresco morto per car- 





— 19 — 

bonchio, i batteri di Davai ne. Quel contenuto inoculato riprodusse nei 
conigli il carbonchio. 

E accaduto pure qualche volta che il carbonchio sia stato trasmesso 
da ammali, i quali nello stesso tempo ne restarono immuni. Ciò non 
ha potulo avvenire che in questo modo : questi animali trasportarono, 
senza esserne tocchi, insetti che poi comunicarono il carbonchio ad aitai 
animali. 

L’ aria poi è una via molto comune di contagio. Sia che il virus venga 
da una sostanza carbonchiosa, sia che veuga dal suolo che temporanea¬ 
mente gli ha dato ricetto, è logico supporre che i batteri si possano 
trovare nuotanti nell’aria e trasmettere la malattia, non solamente in 
luoghi prossimi al centro d’infezione ; ma, secondo alcuni, per turba¬ 
menti atmosferici e per correnti di aria , anche in luoghi lontani. 

L necessario poi dire che le orbe, le acque, i foraggi possono tra¬ 
smettere la malattia ? Le acque, sia che filtrino attraverso strati bagnati 
di saugue e li lavino, sia che ad esse si mescoli altrimenti del sangue car¬ 
bonchioso, possono essere veicoli d’infezioni. Cosi le erbe,i foraggi. Tutto 
sta pmó a vedere in qual modo quest’ultimi possano comunicare la ma¬ 
lattia, ose il tubo gastro intestinale sia propizia via alla trasmissione del 
virus. 

Per alcuni i foraggi, le crittogame, le erbe che crescono su terreni, in 
cui ebbero sepoltura animali carbonchiosi, possono dare il carbonchio; 
ma Itoli ed altri mettono in dubbio la verità di quest’ affermazione ! 
o BOI Unger, dal canto suo, crede invece, che i foraggi comunichino 
la malattia solamente quando, seppellendo i cadaveri, le erbe si mac¬ 
chino di sangue, o la terra che poi può bene attaccarsi ai foraggi. Egli 
crede che non possa avvenire altrimenti, dappoiché è risaputo °che la 
putrefazione dei cadaveri distrugge la potenza infettiva del virus. 

Quanto alla possibilità della infezione per la via dello stomaco, quelli 
che ammettono che il virus carbonchioso sia paralizzalo nell'azione, o 
distrutto, dal succo gastrico dei carnivori, ritengono che, quando l’infe¬ 
zione avviene, è per contatto del virus e per inoculazione nella mucosa 
della bocca e faringe. 

Eliminato il quale pericolo, parrebbe che anche le carni, ed il latte 
degli animali carbonchiosi potrebbero essere impunemente adoperati come 
alimenti. 

Su questo argomento abbastanza importante vogliamo per ora ripor¬ 
tare lo opinioni di Caunet, Renault, Colin, e Btillinger. Cau¬ 
ti et crede che il latte di animali carbonchiosi possa ben esser bevuto senza 
temerne danno. Rena u lt, Col in e Boll i nger poi distinguono : se si 
tratta di onnivori, carnivori od uccelli, animali questi che hanno poca di¬ 
sposizione al carbonchio, le carni crude carbonchiose possono esser man¬ 
ciate impunemente; ma queste stesse carni godono del triste privilegio di 
comunicare il carbonchio agli animali che hanno grande predisposizione 
alle malattie carbonchiose. 




— 20 — 

Secondo Colin gli uccelli domestici specialmente godrebbero una certa 
immunità; ma RòlP) nota, che quando,dominando il carbonchio nei mam¬ 
miferi, gli uccelli domestici si cibano di carni malate o di escrementi, spes¬ 
so si verificano casi di morte improvvisa nelle galline , tacchini, anitre, 
oche, che prima non aveano dato segno alcuno di malattia. 

Finalmente tutto ciò che può avere rapporto cogli animali carbonchiosi 
vivi, o coi cadaveri, tutto ciò che può essere imbrattato di sangue, muco, 
segrezioui , feci ecc. può essere veicolo della infezione : il suolo della 
stalla, il fieno, la paglia, le spugno, gli utensili di scuderia ecc. 

E, per finire sull'etiologia del carbonchio c sui veicoli del virus, a palila 
di condizioni ò più attivo e più lungamente resistente il virus carbonchioso 
che viene da un focolaio gangrenoso; che viene dagli erbivori, e massima- 
mente dal bue e dal cavallo, ed ò più energico, più attivo, più pericoloso 
il virus che viene dalla milza. 


IV. 

Del virus o principio infettivo del carbonchio. 

Oggi si può dire , confortati dall 1 opinione della maggior parte dei 
micrografi e dei patologi , che il virus carbonchioso sieno i batteri di 
D av a i n e. 

Rifacendoci da capo alla quistione dei batteri del carbonchio, i primi 
nomi che ci si presentano sono quelli di Pollender, Brauell, De- 
lafond, Davaine. Essi segnano lo prime quantità noto tra le molto 
incognite del problema del carbonchio. 

Pollender 2 ) scoprì per primo nel sangue di animali morti per can- 
grena Renalo una quantità di corpi bastonciniforme, assolutamente privi di 
movimento. Qualche anno dopo Brauell 3 ), riconfermò V osservazione 
di Pollender e dimostrò che, anche poco prima della morte, quei cor¬ 
puscoli si trovavano nel sangue. Esaminando il contenuto dei vasi san¬ 
guigni, della milza e gli essudati gelatiniformi negli animali che erano 
morti di carbonchio, Brauell vi trovò quei corpuscoli. Privi del tutto di 
movimento, simili a granuli di polvere, essi aveano forma rotonda, vesci¬ 
colare; ovvero eran lunghi fino a 0,0 l mm , schiacciati in uno o più punti, 
ed assumevano aspetto bastouciniforme. Iniettando il sangue di animali 
carbonchiosi ad animali sani, Brauell, dopo un certo tempo, variabile 
da Y 2 a 3 ore, trovò nel sangue degli animali inoculati nuclei a forma di 
molecole; ma a misura che la malattia progrediva, questi corpuscoli, cre¬ 
scevano c crescevano sempre fino alla morte. Brauell notò pure che nel 
sangue di animali sani non esistevano questi corpuscoli, i quali ritenne 


*) Ròll. Handb. dcr Paih. und Therapic der Hauslbiere 1867. 

2 ) Caspav’s. Vierteljahrsehrift fui* gerichtl. med. 1855 Vili, 103. 

3) Virnhow*s. Archiv. XI 137, XIV 432, XXXVI 292. 




— 21 — 


lusserò infusorii, e credè che, per un processo, che siniziava poco prima 
della morte e iìniva dopo morte , i corpuscoli in forma di polvere e di 
vescicole, i quali rappresentavano per lui una gradazione, uno stadio di 
sviluppo anteriore a quello dei batteri privi di movimento, si trasformas¬ 
sero in vibrioni capaci di movimento. Secondo Br aue. 11 dunque i cor¬ 
puscoli vescicolari passavano a batteri privi di movimento; questi a loro 
volta passavano ad elementi dotati di movimento; oppure a corpuscoli 
pulverulenti, senza moto, destinati a distruggersi, o presentarsi come nu¬ 
clei. I quali nuclei, disponendosi Fimo appresso dell’aUro, potevano rias¬ 
sumere la forma dei vibrioni mobili, schiacciarsi come questi e prendere 
forma identica ai batteri. Riguardo alla distinzione tra i vibrioni ed i 
batteri, Brauell credeva che i batteri si sviluppavano nel sangue e 
nella milza di animali carbonchiosi,mentre i vibrioni dotati di movimento 
si distruggevano nel sangue circolante. 

L’esperienza inoltre disse a Brauell che il sangue di cavalli carbon¬ 
chiosi, nel quale non erano batteri, injettato a due animali , produsse 
carbonchio e gli animali ne morirono. 

Fu in grazia di quest’ esperienze che Brauell credè di poter dedurre 
come conseguenza che i batteri non sono la causa del carbonchio; che 
tutto al piu possono avere un valore prognostico ; che essi non sono 
neppure portatori o veicoli del contagio, ma che solo autorizzano a dire 
che quando non appaiano, la prognosi può lasciar nutrire fiducia; mentre, 
quando si mostrano nel sangue,la prognosi è fatale. Delaf o n d 1 ) confermò le 
osservazioni di Brauell, ma negò che quei corpuscoli dopo la morte si 
trasformassero in vibrioni dotati di movimento. Delafond credè invece 
ch’essi fossero organismi vegetali, molto vicini alle alghe , e causa della 
gangrena della milza; da poi che essi rappresentano il contagio. Non negò 
che dopo la morte nel sangue si sviluppano vibrioni; nou negò che que¬ 
gli organismi vegetali crescono dopo morte, e notò che a misura che la 
putrefazione s’inoltra, mentre i vibrioni crescono da uu Iato, gli orga¬ 
nismi vegetali scemano dall’altro, ed i corpuscoli bastonciniformi si per¬ 
dono come detrito. 

Davaino 2 ), che fin dal 1850 avea osservato questi piccoli organismi 
nel sangue di animali morti per cangrena spleuica, non avea creduto 
dar loro alcuna importanza ; ma poi , dopo le scoverte di Pasteur 
sulla influenza dei piccoli organismi nei processi di fermentazione, ri¬ 
prese gli studi su questo argomento cd i risultati che u' ebbe furono 
splendidi. 

Forte degli esperimenti e dell’osservazioni, sorse a combattere le con¬ 
clusioni di Brauell , che dimostrò erroneo in molti punti 3 ). Se 

’) Recueil de la méd, vétériu. IV ser. Vili. Jul. Sopt. 1860. 

2 ) Compt. rend. LVII 220, 351, 386, LIX, 393. Mém. de la Societé de 
Biologie 1865, Ser. V. 193. 

3 ) Comp. rend. de V Acad. des Sciences LIX; 429. LX. 1296 ; Arch. gé* 
neral 1864, pag. 498. 





22 — 


condo Davaine i corpuscoli pulverulenti, i bastoncelli, lungi dall’es¬ 
sere un prodotto consecutivo, non sono che la causa immediata e pri¬ 
ma del carbonchio. Si sia 1’animale ammalato spontaneamente, o gli 
sia stato inoculato il carbonchio, quei corpuscoli non mancano mai 
e Davaine li ha trovati sempre nel sangue. Al contrario in animali 
sani, o morti altrimenti che per carbonchio , egli non potè trovarli. 1 
corpuscoli bastonciniformi', immediatamente dopo l’inoculazione , non 
si trovano nel sangue degli animali, ma bisogna che talvolta passino 
fino a 48 ore. Però vi si mostrano coll’ apparire dei primi fenome¬ 
ni generali e si moltiplicano sollecitamente fino alla morte. Ora avvie¬ 
ne che , se s’inocula il sangue di un animale carbonchioso prima 
die vi appaiano i batteri e sorgano i fenomeni generali , P inocula¬ 
zione dà un risultato negativo ; come lo dà affermativo nelle condizioni 
opposte. Parimenti, allorché nel sangue degli animali inoculati si sono 
mostrati i batteri, e con essi i fenomeni generali, V inoculazione in un 
altro animalo riproduce la malattia, con gli stessi fenomeni e la morte 
n 1 è la conseguenza. 

Alla osservazione di Br aneli che i batteri fossero effetto di putre¬ 
fazione , Davaine rispondo che non si può parlare di putrefazione 
quando l’animale ò vivo. Eppure nell’animale vivo si trovano i batteri. 
Anzi vi ò dippiù : se s’injetta il sangue di animali carbonchiosi, in 
cui si è sviluppata la putrefazione , P effetto possibile sarà un avvele¬ 
namento setticemico, ma giammai un carbonchio. 

Ecco cosi esposto le prime osservazioni su questo argomento , osserva¬ 
zioni le quali sono state ogni dì più riconfermate nel seuso in cui Pespo- 
neva Davaine. 

Prima di andare oltre, è necessario conoscere che cosa sono questi 
corpuscoli pulverulenti, bastonciniformi , a cui Davaine ha (lato il 
nome di batteridi ed attribuita la proprietà di generare il carbonchio. 

Se si eccettua che Schmarda volle ritenere i batteri di natura a- 
nimalo; se si eccettua che Hàckcl dei batteri non volea faro nò una 
classe di microrganismi animali , nè vegetali , ma qualche cosa di 
mezzo tra P una e P altra ; se si eccettua questo , è del resto assi¬ 
curato effe i batteri sieuo di natura vegetale. Appartengono agli schi- 
zomiceti o scizomiceti, i quali, morfologicamente diversi dai funghi, si 
distinguono per la picciolezza, per la loro fragilità, e costano di cel¬ 
lule che, cilindriche, ovali o rotonde , possono essere separate le une 
dalle altre, ovvero disposte in serie da formare dei fili che però non 
si ramificano. 

Come gli altri batteri , quelli del carbonchio presentano le stesse rea¬ 
zioni cogli alcali e cogli acidi. Davaine, pur ritenendoli una parti¬ 
colare specie di organismi della stessa famiglia del baclerium termo e 
del mycoderma aceti , ed osservando che a differenza di questi erano 
privi di movimento proprio, diede loro il nome di batteridi , dopo che 









— 23 — 

li avea classificati una volta tra gl 1 infusori filiformi, e poi, per la lun¬ 
ghezza maggiore di quella dei batteri e per la resistenza agli alcali ed 
agli acidi, tra le conferve di ordine inferiore , comunquo non gli riu¬ 
scisse possibile di trovare V ordine nel quale dovea loro assegnare un 
posto. Non mancarono però altre opinioni diverse da questa di Da vai ne, 
che oggi è accettata, o Pollender o Brauell ritennero i batte ri di di 
Davaine come vibrioni — vibrio baciìlus c viàrio ambiguità. 

Leisering, Mfiller, Anaclier li ritennero come cristalli. Si è 
scritto pure che Virchow abbia classificato i corpi bastoncini formi del 
carbonchio tra i cristalli; ma questa opinione deve ritenersi come un errore, 
tramandato da scritto a scritto senza sapere donde avesse avuto origine. 
\irchow non ha mai scritto quello. Fu Lei seri ng nel 1858 che 
ritenne i bacilli come frammenti di tessuti provenienti dall’intima dei 
vasi. Bruckoiùller li considerò come separazione del fìbrinogene. De- 
lafond come leptothrix. Halli er e Zfirn, assegnando ai corpi bastoncini- 
formi la natura vegetale, li fecero derivare da un micrococcus. Semmer 
sperimentalmente ha potuto seguire V origine dei corpi bacilli fornii dalie 
cellule di un micrococcus, le quali formavano il corpo bastonciniforme, 
ponendosi in serie 1* una dopo Falera, mostrando, quando questo corpo 
bastonciniforme era un pò più lungo, evidenti articolazioni. Colin l ) 1 
da quello che descrissero Davaine e Bólli n ger, crede che i batteri 
del carbonchio appartengano al gruppo dei batteri filiformi — specie 
baciìlus, quindi li chiama baciìlus anlhracis. 

I batteridi di Davaine sono corpi filiformi, di una sottigliezza 
estrema, rigidi, cilindrici, pallidi, immobili e giammai ramificati. Lun¬ 
ghi da 0,004 rom a 0.007 mm fino a 0,0l2 nmi , solo per eccezione e rara¬ 
mente O,05 ram . La loro larghezza è incalcolabile. Allorquando raggiungono 
la lunghezza 0,05 mm , si presentano in uno o due punti schiacciati ; 
come dall'altro lato, quando misurano 0,002 mm o 0,003 mm , sono cosi 
piccoli che possono sfuggire all’analisi microscopica, e solo un fortis¬ 
simo ingrandimento può mostrarli come punti rotondi, o meglio piccole 
sferule, o sporule. 

Ad ingrandimento debole i batteri sembrano omogenei , di un solo 
pezzo, come un filo privo di qualunque articolazione; ma, se si osservano 
ad ingrandimento più forte, si vede che sono formati dal disporsi in 
serie di più cellule cilindriche, o rotonde, tra le quali sono visibili ben 
chiare articolazioni. Queste divisioni tra Luna e l’altra cellula si mo¬ 
strano molto più chiare, allorquando nel sangue, in cui nuotauo questi 
corpuscoli, s inizia la putrefazione. 

Secondo Brauell, citato da Korànyi , i batteri non si alterano 
al contatto dell’acqua, sia fredda o calda, della glicerina, degli alcali, 
degli acidi diluiti, come neppure in una soluzione al 10 °/ 0 di potassa 


f ) Beitriiga zur Biologie der Pflhfizen. 1872. 





— 24 - 


caustica o di soda. Harz *), pure confermando questa osservazione, dico 
che nei baccilli non si producono in nessuna guisa raggrinzamenti, nò 
coll’acqua, nè colla glicerina, nè con altri mezzi. 

Tuffati però in una soluzione di potassa caustica al 50 % , ovvero 
fatti bollire nella stessa soluzione al 10 °/ 0 , si distruggono, come si 
distruggono nell’acido solforico e nell’acido nitrico concentrato. L’acido 
acetico concentrato, l’etere, l’alcool, non li distruggono, li raggrinza¬ 
no, fanno loro subire una specie di corrugazione. L’acido cromico di¬ 
luito, senza alterarli, li colora in giallo. 

Allorché i corpi filiformi si rigonfiano, o si disseccano, presentano 
una chiara distinzione tra la membrana ed il protoplasma; si vede un 
contorno ben chiaro, ma giammai un doppio contorno. Questi corpi 
bacilliformi nascono dalla continua moltiplicazione per scissione delle 
sferule e pel disporsi di queste in serie. 

Secondo gli studii di Eoch * 2 ), se si prendono dal sangue e dalla milza 
i baccilli del carbonchio e si trasportano in un liquido nutritivo, quale 
il sangue, il siero, l’umore aqueo, essi incominciano a svilupparsi ra¬ 
pidamente. A 35° centigradi, si mostrano rigogliosi e rapidamente si 
sviluppano in lunghezza. I baccilli producono molte spore, che alla loro 
volta si dispongono a Gli, non diramati. Lasciate che passino 10, 12 o 
15 ore e vedrete che nel contenuto granuloso dei bacilli filiformi , si 
formano dei puntini opachi che rifrangono fortemente la luce. Dopo al¬ 
tre 9, 10, 12 ore — vuol dire in 24 ore — i contorni del filo diventano 
invisibili, la produzione della spore è completa o queste si rendono li¬ 
bere. Allora, se trovano nel liquido propizie condizioni di vita , si di¬ 
spongono in serie e formano dei fili , che han la forma del bacillus 
anthracis e che continuano a crescere, se non si rimuovono dal liquido 
dove si sono formate. Ma, t se sono trasportati su di un animale vivo, 
restano nella forma di cilindro tronco. 

Che queste osservazioni di Koch sieno vere,è provato anche dalle spe¬ 
ranze di Bòllinger 3 ). Egli ha preso del sangue carbonchioso, in cui 
la presenza dei batteri era luminosamente provata , e 1’ ha inoculato. 
L’effetto fu il carbonchio nell’animale inoculato. Però esaminato il san¬ 
gue di questo , non vi si trovarono batteri ; vi si trovarono invece le 
sferule che sappiamo essere i germi dei batteri, (ira queste sferule dopo 
la morte dell’ animale, tolte via dal cadavere, si completarono, per dir 
così , percoisero tutta la scala del loro sviluppo e doventarono bacilli 
con tutti gli attributi dei bacilli. L'osservazione di Bouley *), di un ri¬ 
sultato negativo in seguito all’inoculazione di sangue privo di bacilli , 


*) Zur Kenntniss der sogenannten Mdzbrandbacterien. Centralbl. fiii*. med. 
Wissens. 16, 1876. 

2 ) Cohn’s, Beitrìige zur Biologie der Pflanzen. 

3 ) Zur Patrologie des Milzbrands. Munchen 1878. 

Récueil de inód. vet. voi. XLVI, pag. 41, 1869. 






- 25 - 


si deve intendere in questo senso: che il sangue non avea nè bacilli , 
nè spore, forse per lo stadio in cui era il carbonchio; perchè, quando uno 
di questi due casi non fosse stato, il carbonchio avrebbe dovuto manife¬ 
starsi e manifestarsi anche se il sangue non aveva che sferule. La quale 
verità può essere provata dall’auLorità di due nomi: dei nomi di Brauell 
e di Mxiller. Brauell 4 ) che, inoculando sangue privo di bacil¬ 
li, riprodusse il carbonchio e si credette, erroneamente però , nel di¬ 
ritto di tirar la conclusione: dunque i baccilli uon sono il virus del car¬ 
bonchio, uon pensò che avea ben potuto inoculare le sferule. Mailer 
ha negli ultimi tempi ottenuto da uno esperimento una risposta così 
limpida e recisa, da non ammettere replica e da snebbiare la quistione 
da qualunque objezione. Mailer ha inoculato sangue carbonchioso che 
non conteneva bacilli, ma sole sferule, ed ha prodottoli carbonchio, dal 
quale poi si sono avuti veri baccilli. Da questo scaturiscono conseguenze elio 
meritano bene la pena di esser ricordate. E sono: che la presenza dei 
bacilli nel sangue è indizio certo di carbonchio ; sebbene non provi il 
contrario l’inversa, quando invece dei bacilli vi si trovino delle sferule, 
poiché anche l’esistenza di queste può ben fornire un giusto concetto 
diagnostico. In un caso Leube fece la diagnosi dalla sola presenza di 
sferule nel sangue. E non errò; comunque Wagner si sforzi a soste¬ 
nere che solo i bacilli possano essere la base di una diagnosi sicura. 

I batteri del carbonchio hanno il loro modo di rispondere alle influenze 
della temperatura. A 60° centigr. secondo alcuni, perdono la facoltà di 
svilupparsi. Secondo Davai n e, se si tiene per 10 minuti il sangue 
carbonchioso fresco in un tubo di vetro immerso nell’ acqua bollente, 
il virus non perde le proprietà infettive. Anche a 100° centig., se¬ 
condo Da va in e, persiste la virulenza del contagio ; ma Boi tinger 
dice invece che l’esperienza gli ha mostrato che dopo 5 minuti il sangue 
non ha più. virulepza,ed inoculato ai conigli dà risultati negativi; mentre, 
non bollito, lo stesso sangue produce il carbonchio e la morte. 

Pare che il freddo, ancho quando sia intenso, possa paralizzare, ma 
non ispegnere interamente la potenza infettiva del virus. Forse i batte¬ 
ri resistono a—18° centig., 18 gradi sotto 0°; ma ad ogni modo, per 
quello che dice Cohn, a 0° gradi — o a qualche grado, — i baccilli 
perdono la proprietà di moltiplicarsi, come la forza virulenta su gli orga¬ 
nismi animali. Però, quando si portino a temperatura più alta, riprendono 
la loro attività e le loro funeste proprietà infettive. 

II virus del carbonchio, i batteri, sono dotati dunque di una grande 
tenacità. Alle alte e basse temperature resistono. Disseccati, conservano, 
come or ora vedremo, lungamente e per anni le loro proprietà. Chi non 
vede dunque quanto sieno pericolosi da questo punto di vista? Comunque 
e dovunque si producano, riprendono la loro energia, quando trovano le 
condizioni propizie al loro svolgimento. Queste condizioni possono trovare 


*) Virchow’s Àrchiv. B. XXXVI, 463, 1866. 


4 





26 — 


anche nel suolo, fuori lorganismo, e trasportabile com'è, il virus riesce 
eminentemente contagioso. Lo provino V epizozie per terra dissodata e 
trasportata da luoghi ove molto tempo prima furono seppelliti cadaveri 
di animali carbonchiosi; lo provino i casi di carbonchio per aver pa¬ 
scolato animali su luoghi di sepoltura di animali carbonchiosi, e l’uso 
dell' erbe venute in contatto di animali carbonchiosi. 

Col disseccamento rapido del sangue non restano spente le proprietà 
del virus, che anzi i bacilli conservano la loro forma e la loro azione, 
come pare dagli esperimenti di Da vaine che riuscì ad inoculare il 
carbonchio. Risultati positivi ebbe pure Koeh, inoculando il sangue secco 
e vecchio. Il sangue carbonchioso secco di una pecora dopo 4 anni diede 
potenti effetti coll’ inoculazione. 

Con questo si vede quanto possa essere tenace e persistente la po¬ 
tenza infettiva del virus carbonchiosojCjSe si desiderasse ancora una prova 
più pratica della tenacità del virus, non avremmo che a riportare quello 
che racconta Itaubner. La pelle di un bue morto per carbonchio restò e- 
sposta per un anno al Lari a aperta. Dopo un anno fu messa a rammollire 
in una vasca di acqua eh 1 era presso ad un podere, e poi data ad un sel- 
lajo per guarnirne due cavalli. Il risultato fu terribile: il sellajo ebbe la 
pustola maligna; di un gregge che avea bevuto acqua delia vasca 2 0 in¬ 
dividui morirono; ed i due cavalli dopo due giorni, dacché si erano ab¬ 
belliti dal fatale ornamento, furono colti da carbonchio e 5 giorni dopo 
morirono—Ileselbach parla di propagazione del carbonchio per mezzo 
di pelli conciate. 

Non si può dire però che i batteri resistano egualmente alla putre¬ 
fazione , e, secondo Davaine, colla putrefazioue scompaiono i batteri 
del carbonchio e subentrano colla loro aziono i microrganismi della 
putrefazione. Il sangue inoculato allora può darò una forma morbosa, 
la quale potrà essere una forma putrida, icorosa, setticemica, non mai 
carbonchiosa ; comunque non manchi chi abbia registrato che l’inocula¬ 
zione del sangue carbonchioso, esposto per 14 giorni all’ aria, due volte 
su 40, abbia dato il carbonchio, risultato in verità ben meschino, stati¬ 
stica sconfortante, se quei due casi erano davvero carbonchio. 

Coll’ incominciare della putrefazione i batteri manifestano quel tale 
indizio di segmentazione , a cui abbiamo più innanzi accennato ; si 
ricurvano, si disfanno e spariscono. Brauell ammette lo stesso fatto 
della segmentazione, del ricurvamento ; ma porta opinione diversa sul 
processo dei batteri e crede, come abbiamo detto, che dalla segmenta¬ 
zione dei fili nascano vibrioni dotali di movimento proprio. 

A confutare Brauell, Davaine ha istituito questa sorte di espe¬ 
rimenti : ha chiuso il sangue carbonchioso in tubi capillari, lo ha lique 
fatto , senza far penetrare aria , nello stesso modo che si usa col pus 
vaccinico, e poi ha sottoposto questo sangue ad esperimento ed ha visto 
che, dove sparivano tutti i batteri del carbonchio, non subentravano per 
nulla i vibrioni dai movimenti spontanei. 






— 27 


Lubin, Roche, Leuret, Renault colle loro ricerche sperimentali 
hanno a loro volta riconfermato che le proprietà del virus del carbon¬ 
chio si alterano colla putrefazione ed in ciò, contro le idee di Kocli 
e di Vicq-d'Azyr, sono di accordo con Davai n e e colla maggior parte 
dei patologici. 

Dall 1 altro lato Koch presenta le sue opinioni. Dissente dagli altri 
in questo : che non crede che la putrefazione tronchi lo sviluppo dei 
batteri. Che anzi, al contrario, inoculando quel sangue si hanno risultati 
positivi ed indiscutibili, come quando s'inocula il sangue fresco car¬ 
bonchioso od un pezzo di milza. L'autopsia avrebbe riconfermato questa 
opinione e Koch avrebbe trovato nel sangue degli animali, morti per 
inoculazione del sangue carbonchioso in putrefazione, i baccilli del car¬ 
bonchio, nello stesso modo che nella milza; mentre negli animali morti 
per vera setticoemia, nè il sangue, nè la milza aveano batteri del car¬ 
bonchio. A dire di Koch bisogna vedere quale spessezza hanno gli 
strati dei tessuti: strati sottili, asciutti in 10 o 12 ore perdettero la loro 
forza cT inoculazione ; ma se quegli strati erano alquanto densi e spess i 
quella forza si conservava per qualche settimana. 

Koch da uno studio più profondo delle sue osservazioni deduce che 
hanno la proprietà di riprodurre il carbonchio quolle sostanze, in cui 
i baccilli sono capaci di vegetazione, cioè dove sono fili contenenti spore; 
e che i liquidi da coltura , imputriditi , presentavano potere infettivo 
carbonchioso colla inoculazione , non solo quando erano adoperati cosi 
come erano , ma anche quando si faccano disseccare e poi nuovamente 
si portavano a stato umido. Se allora si praticava ai topi una inocu¬ 
lazione, in 24 ore erano morti. 

Anche Vicq-d’Azyr vuole avere avuto risultati affermativi dalfiuo- 
culazione del sangue carbonchioso putrefatto. Con simili inoculazioni ri¬ 
produsse il carbonchio. 

Per queste osservazioni che mettono in forse i risultati di Davaine bi¬ 
sogna ancora una volta domandarsi : Quella forma morbosa che pro¬ 
dusse T inoculazione di sangue carbonchioso putrefatto non era altro che 
carbonchio? Non si tratta in simili casi di setticemia? 

Risultato delle osservazioni e ancora che T acqua di cloro e le solu¬ 
zioni di acido fenico estinguono fattività del virus carbonchioso, perchè 
1 roncano la vita dei batteri ed impediscono lo sviluppo delle spore. 
Tra tutto le nozioni che ha dato f esperimento intorno ai batteri, questa 
senza dubbio è la più importante , perchè si rannoda alla quistione 
pratica ed alla terapia dei carbonchio. 

Conosciuti così gli studi di Brauell, Davaine eco. sulla natura 
del carbonchio, e le proprietà fìsiche , chimiche e microscopiche che 
spettano ai microrganismi, è utile ricordare che le teorie di Da vai n e 
non passarono senza obbiezioni, e , come suole succedere di tutte le 
innovazioni e delle scoverte che obbligano a mutare idee, od imparare, 




— 28 — 


quando tutto si crede di sapere , le idee di Davaine furono sottoposte 
a lunga prova. 

Prescindendo da coloro che attaccarono la quistione nel principio, 
riguardando i batteri come filamenti fibrinosi, ovvero come prodotti di 
detrito della parete dei vasi, ovvero come innocenti cristalli , privi di 
qualunque proprietà infettiva, vi furono di quelli che negarono V im¬ 
portanza specifica dei baccilli ed altri che, negando loro un valore causale, 
li ritennero com’ effetto del carbonchio. Vi furono altri finalmente che 
ammisero contemporaneamente nel sangue e il virus carbonchioso ed i 
baccilli ; ma pretesero un errore V identificare V uno e gli altri. 

Se ancora valesse la pena di confutare coloro che negarono la costante 
presenza e la natura speciQca dei corpi baccilliformi del carbonchio , 
ritenendoli cristalli formatisi per trasformazioni di sostanze organiche *) 
bisognerebbe compendiare in poche idee i risultati degli studi inces¬ 
santi, i quali, oramai hanno lumeggiato cosi splendidamente la quistione 
da potersi dire che le reazioni chimiche , il modo di rispondere agli 
alcali e agli acidi , la biologia e le proprietà microscopiche , hanno 
messo fuori discussione la pretesa di coloro che vollero ritenere cri¬ 
stalli i bacilli; c che dall’altro lato ò un errore ritenere che i bacilli 
non si sviluppino costantemente nelle affezioni carbonchiose. Le fonti 
di errore che possono condurre a delle false conclusioni sono molte, ed 
avrà potuto ben accadere che si sieno osservati animali morti per altre 
malattie prima che in essi il carbonchio si fosse manifestato , ed un 
giudizio precipitato , attribuendo la morte al carbonchio , avrà potuto 
sanzionare che in animali morti per affezione carbonchiosa non si siano 
trovati bacilli. Ovvero anche ha potuto avvenire che troppo presto si 
sieno fatte cadere le osservazioni su di animali inoculati ; ovvero che,, 
per la picciolezza , i bacilli sieno sfuggiti ad un 1 osservazione micro¬ 
scopica superficiale; ovvero, infine, che in dati periodi poteano trovarsi 
nel sangue le sferule sole, mentre vi si cercavano i baccilli. 

Ora tutte queste possibilità di errori sono tante e così serie, che o 
rendono speciosa, o indeboliscono molto ['opposizione alla opinione, oggi 
quasi universalmente accettata, della costante presenza dei batterii nel 
carbonchio. 

Nò maggior fatica importa la confutazione di coloro che non vollero 
dare importanza specifica ai bacilli. Che pretesero essi? che opposero? 
Che di batteri simili si trovino in molte altre malattie, in malattie lievi, 
relativamente alla mortale gravità del carbonchio. Si trovano in sem¬ 
plici processi infiammativi della bocca, delle fauci, delle cavità nasali. 
Ebbene , a ciò rispondono V esperienze di Pasteur e dicono : eh 1 ò 
falso voler desumere la natura dei microrganismi dalla loro forma ; 
identità di caratteri morfologici non dice identità di azioni chimico-bio- 


*) Robin Gaz. Medicale de Paris 1865. 







— 29 — 


logiche. L' ultima parola sulla identità delle forme dei microrganismi 
non ò stata ancora detta ; nè nessuno finoggi può dare la spiega del 
perchè organismi affatto identici, o appena differenti, appaiano gli uni 
come causa provata di grave malattia, producendo rapidi avvelenamenti 
ed alterazioni del sangue, mentre gli altri formano, il corteo di malattie 
superficiali e relativamente innocue. Tutte le osservazioni dunque—-e tra 
queste quella del Tigri di Siena, contro di Davaine, che anche nelle 
affezioni tifoidi microrganismi si trovino nel sangue , come si trovano 
anche nel prodotto della gonorrea virulenta e della dacriocistite cronica— 
perdono ogni valore dinanzi alla forza di questa confutazione. 

Ed è con la stessa arma che si possono colpire coloro che, ammet¬ 
tendo bensì la presenza di batteri nel sangue carbonchioso, non sono 
disposti a dar loro alcuna importanza e vogliono che i batteri coesi¬ 
stano nel sangue col virus carbonchioso; ma che non sieno essi il 
virus. Come dunque, dicono essi , si vorrebbe attribuire ai batteri la 
potenza nociva nel carbonchio , e non ad altro principio che si po¬ 
trebbe trovare contemporaneamente nel sangue, quando le inoculazioni 
di microrganismi affini, derivanti da diverse sostanze animali e vege¬ 
tali, restarono inefficaci? Per questa ultima obbiezione si risponde come 
abbiamo risposto per un’altra precedente: forma non ò natura.—Quanto 
poi alla pretesa esistenza di un virus nel sangue contemporaneamente ai 
batteri , è lecito di dubitarne , fino a quando questa teorica non esca 
dalle nebulose delle ipotesi. Ammettere senza dimostrazione sperimen¬ 
tale questo virus vuol dire esporsi ad una confutazione egualmente in¬ 
dimostrata e gratuita. Ecco tutto. 

Resterebbero coloro che credono i bacilli non causa , ma effetto del 
carbonchio *). Essi non negano che nel carbonchio esistano questi cor¬ 
puscoli, ma li .ritengono conseguenza della malattia * 2 ). Questa teoria 
è sostenuta principalmente dal Béehamp, il quale delle fermentazioni 
ha un concetto diverso di quello che la maggior parte dei patologi, se¬ 
guendo le dottrine e V esperienze di Pasteur , si abbia formato. Per 
Béehamp i piccoli organismi sono già nell'organismo animale, rannic¬ 
chiati nelle cellule dei tessuti che compongono gli organi. Essi così segre¬ 
gano una sostanza , la quale produce le fermentazioni o scomposizioni 
delle sostanze albuminoidi. Béehamp, come si vede, ripudiale dottrine 
di Pasteur; nè qui è il luogo di vedere se ragione abbia o torto. Però, 
vere o non vere, le sue conclusioni non hanno che vedere colle dottrine di 
Davaine snl carbonchio. Davaine ha dimostrato che la presenza dei 
batteri è indispensabile,perchè si abbia la forma patologica del carbonchio; 
che il sangue solo allora è contagioso, e comunica la malattia, che vi 
sieno quei microrganismi; che gli stessi fenomeni generali allora sorgono 


*) Loplat o Gi Hard Comp. rend. LIX pag. 250. 

2 ) Année médicale e scientifique par Cavalier, Jaquemet, Jaumes et 
Pécholier 1869. 





— 30 — 

e si appalesano adocchio del clinico, quando questi microrganismi hanno 
invaso il sangue. Se poi sono proprio essi, questi organismi, che pro¬ 
ducono quegli effetti, ovvero una sostanza che essi segregano come fun¬ 
zione della loro attività organica, a prescinderò eh’è quislione di diffì¬ 
cile soluzione, e che da un certo punto di vista potrebbe avere solo im¬ 
portanza di curiosità scientifica , non puole di una sola linea spostare 
od indebolire le conclusioni di Dava ine. Dire che una funzione di 
quegli organismi è pericolosa nel senso che può generare un morbo, ò 

10 stesso che dire che quegli organismi sono la causa del morbo. 

Che poi davvero quegli organismi debbano reputarsi come causa del 

carbonchio, non bisogna ancora provare. Appare da quanto abbiamo detto 
finora sparsamente qua e là, riportando i giudizi in contrario e confu¬ 
tandoli. Ma se ancora bisogno ci fosso di una prova più limpida , si 
potrebbe ricorrere a quello che diremo argomento ad hominem. È pro¬ 
vato , per osservazioni di Davaine e dello stesso Brauell che i feti 
di animali carbonchiosi, sieno cavalli, cavie od altri animali, non pre¬ 
sentano microrganismi bacilliformt, nè sferule, nel sangue; perchè sem¬ 
bra che la placenta la faccia da filtro che li arresta. Or bene , se di 
un animale carbonchioso s’inocula ad un altro il sangue, si riproduce il 
carbonchio, in quello stesso tempo che noi riproduce il sangue del feto 
dell’animale carbonchioso. I bacilli dunque sono la causa del carbonchio, 
o le sferule, quando sono capaci di ulteriore sviluppo. 

Il virus, il contagio del carbonchio, è fisso, almeno nella maggior parte 
dei casi, neiranimale vivo. 

Intanto, dato che il virus sia penetrato nelTorganismo animale, come si 
comporta? Quale sviluppo prende, quali azioni spiega sul sangue o su tutto 
l’organismo? Questo dapprima ; vedremo dopo per quali vie possa entrare 

11 virus carbonchioso. 

Non è già che può dirsi con certezza matematica del modo come si com¬ 
porta il virus appena penetrato nell’organismo. Lo studio di una ino- 
dilazione potrebbe fornire dati attendibili. Pur tuttavia dalfosservazione 
clinica appare che in alcune forme acute, acutissime anzi, lo svolgersi 
dei bacilli è rapidissimo, e la loro moltiplicazione di una velocità gran¬ 
de. Animali robusti, vigorosi, forti, possono stramazzare in pochi mo¬ 
menti, essere fulminati. 

Nei casi ordinari, se s'injetta p. es. sangue carbonchioso con bacilli, 
fenomeni non si presentano cosi sollecitamente. Passano forse anche due 
giorni e V animale non offre sintomi. Ma dipoi V osservazione del sangue 
presenta dei batteri piccoli, corti. Talvolta per le prime 12 ore non si 
trovano bacilli ; ma dopo 16 ore si trovano in certa copia nel sangue 
e la milza presenta i primi fenomeni di tumefazione. Le cose però pro¬ 
cedono; i batteri si moltiplicano continuamente e regolarmente, sebbene 



— 31 — 

alcune volte poche ore prima della morte—6, 5,4,3 ore prima —il sangue 
non presenti che bacilli piccolissimi. 

Presso a morte Patimento si fa rapido; dopo morte, immediatamente, 
è rapidissimo. Miriadi di bacilli di tutte le dimensioni, dalla più pic¬ 
cola alla più grande, si svolgono. I corpuscoli del sangue sembrano po¬ 
chi rispetto ad essi e sono veramente in minor numero. Ma a misura 
che s’ inizia la putrefazione i baceilli cedono il posto e spariscono ; il 
sangue perde lo proprietà specificamente infettive. 

Alcuni han voluto pure ammetterò un carboncino le cui manifestazioni 
sarebbero intermittenti. Apparirebbero o scomparirebbero a misura che i 
batteri si presentano in grande quantità nel sangue, o scompaiono gra¬ 
dualmente. Questa opinione è rafforzata dairautorità del nome di Bol¬ 
li nger e soccorsa dall’altra di Cohn. Quello che potrebbe parere dif¬ 
ficile, la graduale scomparsa dei batteri dal sangue, è provato da espe¬ 
rienze non dubbie, dalle quali risulta che l'organismo abbia potuto espel¬ 
lere funghi injettati nel sangue di auimali viventi e batteri nelle vene 
di un cane. 

Non è possibile fissare un periodo tipico di svolgimento dello fasi di 
moltiplicazione dei bacilli. La morte può sopravvenire più o meno ra¬ 
pidamente, a secondo della più o meno rapida moltiplicazione dei bat¬ 
teri , a secondo la robustezza, la resistenza, i poteri vitali deiranimale. 
Se condizioni individuali, se natura più o meno virulenta del contagio, 
se luogo di provenienza, se quantità di virus, se freschezza o relativo 
disseccamento di liquidi possano rappresentare altrettante influenze allo 
svolgersi più o meno rapido della malattia , sono per la patologia del 
carbonchio altrettante quistioni non limpide così, che non aspettino an¬ 
cora un pò più di luce e dal tempo e dallo sperimento. 

Certa cosa pare che l 1 aumento dei bacilli avvenga nel sangue, e non 
altrove che nel sangue ; e se si è supposto per un momento che la milza 
fosse il terreno fecondo del virus carbonchioso, ciò pare si debba attri¬ 
buire alla copia del sangue di cui la milza è ricca , so si deve aver 
fede all 1 esperienze di D a v a ine, il quale , estirpata la milza a due 
f atti , cloroformizzati prima e poi inoculati , vide regolarmente la 
moltiplicazione dei bacilli, fino alla morte degli animali. Sicché i bat¬ 
teri si trovano dovunque sieno vasi , e più in quegli organi dove i vasi 
sono in maggior copia. 1 reni, il fegato, i polmoni, la lingua, gli orec¬ 
chi» e la maggior parte degli organi, si trovano generosamente invasi da 
questi piccoli organismi , che del sangue fanno un fluido vischioso , i 
cui corpuscoli rossi, scolorati, sono poco visibili, quando il sangue non 
sia diluito con acqua, o, secondo Korànyi, non sia trattato coll’acido 
acetico diluito, che produce lo stesso effetto dell’acqua. 

Una volta arrivati nel sangue , i batteri vi producono le alterazioni 
che ora diremo; e quale sia la loro azione sui tessuti e sul sangue lo 
dicono le dottrine di Pasteur, Iloffmann, Cohn ecc. È dimostrato 




— 32 - 

che senza ossigeno i batteri non vivono ; tanto è ciò vero che , se il 
sangue che li contiene si chiude in tubi da cui sia scacciata l'aria, i 
batteri vi muoiono; e quel sangue, inoculato, è privo di qualunque azione 
virulenta specifica. Se questi batteri, aerobi e come sono, si trovano in 
presenza dell’ aria, è dall 1 aria che si appropriano l 1 ossigeno ; altrimenti 
lo prendono dal sangue e dai tessuti. Questa di Bòllinger, e non l’altra 
di Davaine, può essere la spiega dell 1 azione, diciamo cosi, chimica dei 
batteri, quell 1 azione che D av ai n e faceva consistere nell’occlusione dei 
vasi prodotta dal sangue diventato vischioso. Invece il quadro clinico 
del carbonchio collima più a dimostrare la ipotesi di Bòllinger che 
quella di Davaine, e i risultarnenti anatomo-patologici rifermano più 
quella che questa. La dispnea, la cianosi, 1* abbassamento di tempera¬ 
tura sono effetto di narcosi carbonica, pari a quelli di un avvelenamento 
che Bòllinger avvicina a quello per acido idrocianico; come dall’altro 
lato le iperemie del pulmone, e del sistema cerebro spinale , l 1 emor¬ 
ragie nei parenchimi, la replezione del sistema venoso, il colore scuro 
del sangue, sono tante prove dippiù che aggiungono valore a quella opi¬ 
nione. Con questo però la teoria di Davaine non si nega in tutto; 
dappoiché l 1 occlusione dei vasi può figurare anche per una parte nel 
quadro clinico del carbonchio, comunque in massima parte i fenomeni 
si debbano alle alterazioni clic i bucci Ili producono nel sangue nel senso 
intcrpetrato da Bòllinger. 

E con ciò pare che cada 1* obbiezione che si muoveva alla teoria di 
Davaine : se è vero che si deve alla vischiosità del sangue tutto il 
quadio dei fenomeni, come spiegare i processi febbrili, le essudazioni, 
la morte fulminea? La morte fulminea si può bene spiegare con la opinione 
di Bòllinger. Gli altri fenomeni si possono spiegare colla presenza stessa 
dei microrganismi nel sangue. A parte che Bòi 1 in ger mette la ipotesi 
che nei casi cronici forse i batteri possono produrre altri veleni che a loro 
volta generano la febbre; anche senza di questo si riescirà ad intendere le 
essudazioni che sono effetto d’infiammazione. A noi pare che, oltre ad un’a¬ 
zione chimica per l’ossigeno, quegli organismi abbiano anche un’azione 
di presenza come corpi estranei nei vasi capillari, e questo concetto 
spiega non pure le infiammazioni, non pure le conseguenti essudazioni 
ma anche la febbre e le formazioni secondarie carbonchiose e resipela- 
tose. Questo concetto parrà più chiaramente quando, in altro luogo, nel- 
I'anatomia patologica della pustola maligna, avremo riportato un caso 
che gitfa secondo noi uno sprazzo di luce sull’azione endovasale dei bat¬ 
teri , ed ò. un caso di micosi cerebrale cod embolia ed alterazioni in- 
fìamraative del cervello. 

Il virus carbonchioso può esser trasportato da individuo ad individuo. 

Prima di tutto può esser comunicato per mezzo del sangue di ani¬ 
mali carbonchiosi, fresco o diseccato, injettato nei vasi, o°deposto su 
di uua superfìcie screpolata, o altrimenti nuda della protezione dell’epi- 







— 33 - 

dermide. Tracce piccolissime possono essere attive, e le cavie, a cui Da- 
vaine inoculò i milionesimo di goccia di sangue carbonchioso, morirono 
di carbonchio tra 25 o 30 ore. 

Poi i batteri possono penetrare attraverso le mucoso delle vie dige¬ 
stive o respiratorie. Possono penetrare attraverso le mucose, perchè la 
loro picciolezza è estrema; perchè per analogia si può supporre che at¬ 
traversino le mucose in quello stesso modo che i batteri della putre¬ 
fazione penetrano dall 1 intestino in tutto il corpo. Secondo Davaine i 
batteri del sangue asciutto, trasportati dall'aria, possono arrivare agli or¬ 
gani del respiro, e non altrimenti si devono spiegare le infezioni elio 
avvengono nelle mandrie senza contatto diretto. 

11 virus può entrare per via della mucosa digerente, colle acque, coi 
cibi ecc. Intorno a questa quistiono, che tocca tanto da vicino l’igiene 
e la salute pubblica, non ci sono pareri concordi. Noi Tribbiamo accen¬ 
nata nell’etiologia del carbonchio; la riagitiamo qui eia riprenderemo 
nella pustola maligna, appunto perchè è di somma importanza. Secondo 
alcune osservazioni i conigli ed altri animali, che furono nutriti per 2 
o 3 giorni con sostanze carbonchiose fresche, morirono senza che alla 
morte fossero preceduti fenomeni gastrici. La differenza fu che lo sta¬ 
dio d’incubazione fu più lungo, e minore il numero dei batteri nel san¬ 
gue. Questo da un Iato. DaU’altro i risultati di'Go liu, Fe 1 d mann e 
Renault dicono qualche cosa di diverso. 

Colin alimentò con carne di montone carbonchioso alcuni cani, altri 
con sangue di cavallo ugualmente carbonchioso o non li vide morire. Il 
risultalo negativo l’indusse a dire che il cane ed i carnivori sono refrat¬ 
tari. Secondo lo stesso Colin sarebbero refrattari egualmente il porco 
o gli uccelli da cortile, sebbene Feldmaun non crede alla immunità 
del porco, a cui l’acqua, dove si erano lavate carni carbonchiose, pro¬ 
dusse il carbonchio. Renault avea anche da gran tempo notato che al¬ 
cuni animali si nutrono impunemente di carne carbonchiosa, ovvero ne 
hanno semplici disturbi gastro-intestinali. 

La quistione è intanto ancora più urgente per 1 uomo.—Ebbene, t e 1 d- 
mann risponde che in alcune regioni le carni carbonchiose si mangia¬ 
no, cotte, dagli uomini , ed i cani che Io mangiano crude non ne ri¬ 
sentono effetto alcuno. Colin è dello stessi parere, che l’uomo possa man¬ 
giare carno carbonchiosa e Mot*and e I uhainel registrano che nella 
Ileauce è cosa ordinaria che gli nomini mangino le carni dei montoni 
carbonchiosi. Rare volte ne hanno disturbi gastrici. Perchè dunque il vi 
rus perde la sua etlìcacia? Non è assorbito? È neutralizzato dal succo 
gastrico? Pare che questa ultima sia la ragione, per quanto dice la se¬ 
guente esperienza di Colin. Si operò ad un cane una fistola gastrica, 
e poi si uuliì con della carne indubbiamente carbonchiosa, la quale al¬ 
lorché fu fluidificata nello stomaco si fece uscire per la fistola e s’ino¬ 
culò. Il risultato negativo disse che la potenza del virus era distrutta. 

Ad onta di ciò, chiuderemo questo capitalo con una sentenza di' o in 

5 




— 34 — 


aperta coatradizione con quello che l'esperienza detta: è sano principio 
d’igiene che le carni di animali carbonchiosi non sieno in alcun modo 
mangiate. 


V. 

Sintomatologia. 

Alla manifestazione dei fenomeni locali e generali del carbonchio pre¬ 
cede sempre uno stadio d’incubazione, la cui durata non si può deter¬ 
minare con esattezza. Esso per diversi animali e per vari casi è diffe¬ 
rente. Ora brevissimo, ora di qualche giorno, talvolta di sole ore, ra¬ 
ramente ha un corso lungo di più giorni. Gli esperimenti hanno di¬ 
mostrato che nei lanigeri, nelle capre e nelle pecore, questo stadio d'in¬ 
cubazione varia dai 3 ai 4 giorni. Gerì ach nelle pecore lo vuole di 30 
a 48 ore, c solo in casi eccezionali si ammette che possa arrivare a 6 
giorni. Secondo BGlliuger lo stadio d’ incubazione nel bue arriverebbe 
fino al 4° 5° giorno, od anche al di là. 

Invece nei piccoli animali è raro che esso si estenda a A o 5 giorni. 
Per Io più si aggira tra 24 a 36 ore, od anche 48 ore. In certi altri 
casi lo stadio d’incubazione del carbonohio ò oltremodo breve. 

Si sono ammesse due varietà di affezioni carbonchiose: I 1 una senza 
localizzazioni, l'altra con localizzazioni; la prima detta febbre carbon¬ 
chiosa , nota per le sue manifestazioni generali , pei fenomeni nervosi 
accentuati; Faltra, il carbonchio propriamente detto, è preceduta da uDa 
eruzione locale, a cui poi seguono i fenomeni generali. 

Nella forma carbonchiosa con localizzazioni vi sono alterazioni anato¬ 
miche e chimiche dei tessuti, più o meno diffuse; nelPaltra invece pre¬ 
dominano i fenomeni di avvelenamento che il virus produce su tutto 
P organismo. 

Prima quistione da ventilare è questa: se esista una febbre carbon¬ 
chiosa senza localizzazioni nè precedenti , nè conseguenti. Ebbene , ri¬ 
spondiamo : per quello che attualmente se ne pensa , forse nò. Forse 
non esiste questo generale avvelenamento, i cui fenomeni si manifeste¬ 
rebbero su tutto l'organismo e sul sistema nervoso in preferenza. Forse 
anche in questa forma morbosa vi sono le manifestazioni locali, e per 
tali si debbono ritenere gl’infiltramenti siero-emorragici della cavità ad¬ 
dominale, del torace, i tumori sanguigni che si formano internamente 
in corrispondenza della regione lombare. Forse manifestazioni locali sono 
le chiazze, le macchie, gFinfiltrameuti formati di sostanza siero-gelati¬ 
nosa sanguigna nel connettivo sottosieroso. Solamente queste localizzazioni 
non toccherebbero quel grado di sviluppo che in altri casi raggiungono, 
e la rapidità , onde i fenomeni generali si succedono , troncherebbe a 
metà del suo fatale corso, oppure nell’ inizio, qualunque manifestazione 
locale, qualunque alterazione anatomica dei tessuti e degli organi inter- 









- 35 - 

ni. Si può pure ammettere che , anche quanto ad estensione , queste 
manifestazioni interne possano essere limitate, ed anch’essa questa limi¬ 
tazione forse sarebbe più diffusa, segnala da confini meno angusti, se lo 
svolgimento delle alterazioni generali non si succedesse con una tal quale 
rapidità. 

Sia comunque, come infezione carbonchiosa, accompagnata da localiz¬ 
zazioni, si deve ritenere non il solo carbonchio che si manifesta sulla 
cute; ma anche quello che fu descritto come tifo nei cavalli, come car¬ 
bone della lingua o glossantrace, come sangue nel dorso, come erosicela 
gangrenosa nelle pecore e nei porci; come carbonchio rettale, come se¬ 
tola bianca, e squinanzia nei majali. Queste senza dubbio sono affezioni 
carbonchiose e sarebbe errore il non ritenere come manifestazioni locali 
quelle che si offrono all* esame necroscopico , solamente perchè si lo¬ 
calizzano ora nella mucosa della lingua, ora nell’ addome , ed ora nel 
retto. 

Dall 1 altro lato le forme acute e rapide di carbonchio fulmineo , o 
apopleltiforme , che finiscono fatalmente fra pochi minuti o qualche ora, 
il carbonchio furibondo e Fin termi ttente, si debbono fare rientrare anche 
nella categoria delle febbri carbonchiose, alcune delle quali hanno un corso 
rapidissimo. 

Vi sono poi le forme acute di carbonchio, tra le quali entrano quello 
con localizzazioni carbonchiose ed eresipelatose, che durano da parecchie 
ore a parecchi giorni. 

Infine vi sono le forme lente, subacuto , nelle quali rientrano tutto 
le forme carbonchiose con localizzazioni , e le quali hanno sempre de¬ 
corso di alcuni giorni. 

Un' altra distinzione occorre anche fare, ed ò questa. Si legge di car¬ 
bonchio essenziale e carbonchio sintomatico. Con queste due qualità 
gli autori non bau voluto esprimere altro che in un caso l 1 eruzione 
carbonchiosa precede , non preceduta essa stessa o preceduta da lievi 
ed inattendibili fenomeni generali , alle manifestazioni generali car¬ 
bonchio essenziale; ed in altri casi invece sorgono i fenomeni generali, 
talvolta gravi ed imponenti, febbre , disordini gastro-intestinale ecc. e 
poi viene il carbonchio , la localizzazione, Ora, siccome in simili casi, 
al momento dell 1 erompere del carbonchio i fenomeni generali sembra 
che si attenuino e che presentino una specie di raddoleimento, si è detto 
che questo carbonchio fosse sintonia dell’affezione carbonchiosa generale. 

Diciamo della febbre carbonchiosa. 

La cosiddetta febbre carbonchiosa — quella cioè in cui non sono lo¬ 
calizzazioni cutanee, nè precedenti, nè conseguenti, secondo alcuni; ov¬ 
vero in cui sono localizzazioni interno che tengono luogo ed hanno la 
stessa importanza delle localizzazioni esterne, secondo altri — la febbre 
carbonchiósa si presenta dopo un periodo d’incubazione vario, ma affatto 
privo di manifestazioni. Colpisce per lo più gli animali forti , vigo¬ 
rosi , robusti, ben nutriti, e li colpisce spesso mentre sono al lavoro, 



— 36 — 


senza die [nanifestino segni di stanchezza. I giovenchi, le pecore, rara¬ 
mente anche i cavalli ed i majali , presentano questa forma , il cui 
decorso può essere rapidissimo , fulmineo , o anche rapido — vuol dire 
che può finire l’animale in pochissime ore o in pochissimi giorni. 

Senza fenomeni che possano fare sospettare un esito così prontamente fa¬ 
talo, mentre t'animale, avendo mangiato con appetito, si ò dato con tutta 
la forza al lavoro, non recalcitrante nò alla voce, nè alla inano di chi lo 
conduce, cade di stramazzo, come fulminato. Sono il bue e la pecora che 
più spesso sono attaccati da questa forma. Figuriamoci un bue così assa¬ 
lito dal morbo. Cade e non si rialza più. Con eccessiva rapidità sopravven¬ 
gono i fenomeni di cianosi, respiro ansante, intensa dispnea, polso fre¬ 
quente. L’animale manda sangue dal retto o dalle narici, e, da queste 
come dalla bocca, sangue misto a schiuma densa, filante. Rapidamente si 
fanno pronunziati i fenomeni di turbala circolazione cerebrale; e, precedute 
da breve rantolo, appajono ancora poche scosse convulsive, dibattendosi tra 
le quali Laminale finisce. Non è che un corso rapido, meno lungo di una 
notte di està talvolta, e fanimale che la sera è entrato sano e robusto nella 
stalla, la mattina vi si trova morto. 

Alcune volte vi è qualche fenomeno prodromico. Gli animali presentano 
un certo grado di stanchezza, sono recalcitranti, ubbidiscono con ripu¬ 
gnanza, o sono mesti, senza appetito; ovvero si mostrano molto vivi ed 
eccitati, come nel così detto carbonchio furibondo. Avvenuto il primo ac¬ 
cesso or ora descritto, gii animali ne restano vittima per lo più; ma altre 
volte però non è che il secondo attacco quello che li uccide. Risparmiati dal 
primo, con visibile sforzo si rialzano, comunque l’ansia ed il respiro af¬ 
fannoso ii tormentino, e la testa bassa, il tremolio delle gambe, le oscilla¬ 
zioni fibrillari ed il tremito della cute denunzino una stanchezza cd una 
impressionabilità eccessiva. Ma di un subito il cuore si fa debole; si abbas¬ 
sano c temperatura e polsi; cresce la dispnea e Fanimale ricade di nuovo. 
Con la testa abbandonata a sè stessa, fuori di ogni dominio dei muscoli, 
rovesciata indietro, o col muso poggiato sul petto, fanimale giace con 
rocchio semispento e la pupilla dilatata. L’estremità sono fredde, tutto 
il corpo è attraversato di tanto in tanto come da una corrente di bri¬ 
vido , gli escrementi escono involontariamente , misti a sangue. Infine 
uno stridere eli denti, un tremito, un’ ultima convulsione e l’animale ò 
morto. 

In altri casi, e nella stessa forma acuta, il morbo serba un corso più 
lungo, relativamente. 1/ animale è anche stanco e si corica volentieri; 
è abbattuto, sonnecchia, è pigro. Il pelo del cavallo è ruvido, la pelle 
secca. Ter ogni leggero sforzo l’animale suda; non mangia. Sopraggiunge 
la fehbro alta, annunziata da nn brivido intenso ; la congiuntiva e la 
mucosa nasale sono tumide, infiltrate. Vengono degli accessi di coliche, 
poi depressione delle forze del cuore e morte. Korà n yi chiama questa 
forma : febbre carbonchiosa speciale. 

Vediamo ora la forma con localizzazioni. 



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L’animale, fino al momento sano, perde man mano l’appetito. Beve vo¬ 
lentieri, perchè tormentato dalla sete. Non di rado se allatta, la segre- 
zione lattea cessa, o diminuisce abbastanza. Sopraffatto dapprima da tre¬ 
miti e qualche volta da brividi, dopo alquanto tempo presenta una note¬ 
vole elevazione di temperatura, fino a 41° ovvero 41°,7 od 8". 

Qualche volta sul punto dove deve sorgere la localizzazione carbon¬ 
chiosa la pelle è secca, sensibile dapprima, ed i peli ruvidi. Dipoi sorge 
quello che si chiama tumore carbonchioso cutaneo, ora come un nodo, 
ora come un ingorgo , ora a forma eresipelatosa, Vuol dire che una 
volta sorgono come delle macchie rosse, in principio superficiali ed iso¬ 
late ; ma poscia anche confluenti. Lsse sono accompagnate da febbre 
alta ed allorquando, estendendosi, confluiscono, si forma come una tu¬ 
mefazione edematosa, più o meno diffusa, di un colore scuro , livida, 
insensibile, disseminata talvolta di flittene, le quali, rotte, lasciano venire 
fuori un siero tendente al rosso e dell’aria, dei gas. 

Altra volta invece non precede la forma eresi pelatosa alla formazione 
del tumore carbonchioso Si forma nel cellulare sottocutaneo un tumore 
circoscritto, a mo’ di nodo, ineguale, duro, ora piccolo, ora grande, di 
tutto le gradazioni, da quella di una ciriegia a quella di una testa di 
feto. Di forma irregolare odi forma rotonda, dapprincipio è dolente, duro, 
caldo; diviene poi indolente, insensibile, sempreppiù freddo, livido. Alla 
palpazione spesso dà la sensazione di una certa crepitazione; e dell'aria 
mista a sangue, o ad un liquido siero-sanguinolento, si vede sgorgare, 
allorché si fa cadere sul tumore un colpo di bisturi. Sia che i nodi 
carbonchiosi restino circoscritti, sia che, multipli, ingrandendosi, con¬ 
fluiscano,— abbiano pure sede alla testa, al collo, agli arti al petto, al 
ventre, o altrove—si presentano sempre circondati da ecchimosi o da 
infiltrazioni edematose-sanguigne e ben presto volgono a gangrena; non 
solo essi, ma pure le macchie ecchimotiche e le infiltrazioni siero san¬ 
guinolente che li circondano. Il centro c depresso , solo il centro dap¬ 
principio è nero ; ma poiché la cangrena progredisce rapida , 1’ escara 
nera si estende sempreppiù in superficie , tutto attorno circondata da 
edema e da tessuti enfisematici. 

A questi fenomeni locali si accompagnano i fenomeni generali, i quali 
sono apparsi già dalla prima formazione dell’escara centrale del tumore. 
La temperatura, come abbiamo detto, si eleva; la febbre si fa più alta 
man mano. Dopo un brivido viene caldo urente. Sopravvengono feno¬ 
meni nervosi di contratture, crampi, convulsioni. Gli occhi si fanno lan¬ 
guidi ; a misura che la cangrena progredisce , diminuisce la forza si¬ 
stolica del cuore; il polso si fa debole. Gli escrementi sono sanguigni 
e sciolti. 

Avviene talvolta clic questi fenomeni generali ed i locali incomin¬ 
cino a decrescere. La febbre si fa più leggiera , rimette od anche in¬ 
termetto in talune ore, e per parecchie ore. È allora che nelle inter¬ 
mittenze gli animali si sentono risollevali, e avviene anche che man- 




— 38 - 

gino. Se la malattia volge a guarigione , questi fenomeni benigni si 
pronunziano sempre più; i fenomeni morbosi scompajono con alquanta 
rapidità e Laminale bentosto ripiglia il suo vigore e la sua forza. 

11 più delle volte però questi fenomeni ascendono, ascendono sempre 
fino alla morte. È allora che si fanno più pronunziate la debolezza e 
la dispnea; le estremità si raffreddano e così T animale muore, 

La febbre può precedere od accompagnare l’eruzione, sia carbonchiosa 
sia eresipelatosa. Le forme eresipelatose si presentano per lo più nelle 
pecore o nei porci , nel collo , nel petto, negli arti. Altre foime cai- 
bonchiose si possono localizzare su tutte le parti della superficie del 
corpo, anche nella cresta delle galline, per quello che ne dice Ro 11; e 
poi nella lingua , nella mucosa della bocca e palato , nel collo , nel 
retto ecc. 

Come si è potuto vedere, il decorso del carbonchio non serba sempre 
un tipo, nè si presenta uniforme, nè conduce con eguale rapidità sempre 
alle stesse conseguenze. 

Nel paragone tra tutte le forme carbonchiose , le forme eresipelatose 
sono di significato molto più grave e finiscono quasi costantemente colla 
morte. Ad una forma di carbonchio alcuni in certi casi ascrivono un 
significato critico. 


VI. 

Diagnosi. 

> 

Se si tratta di diagnosi da farsi in regioni carbonchioso , o durante 
l’infierire di una epizozia , ognuno comprende che la non sarà im¬ 
presa difficile. Non così nei casi sporadici, o nei primi casi di carbon¬ 
chio in un luogo, ove non sono apparse altre manifestazioni carbonchiose. 

Duo vie sono aperte alla diagnosi certa: l’osservazione microscopica 
del sangue, la prova dell’inoculazione. Se nel sangue si trovano i bat¬ 
teri, non ci vuol altro per la diagnosi; qualunque altra ipotesi è vinta 
da questa prova evidente. Però si può trattare egualmente di carbonchio, 
e non trovarsi noi sangue i batteri. 

La prova dell’ inoculazione è un soccorso in molti casi; o che l’ani¬ 
male affetto sia ancora in vita , o che la si faccia , perche i risultati 
dell’autopsia non depongono abbastanza sulla certezza della diagnosi del 
carbonchio. 

In moltissimi casi però l'autopsia non lascia dubbio , e per 1’ esten¬ 
sione e per i caratteri delle alterazioni anatomiche , ed anche per la 
loro sede. Così la diagnosi del carbonchio , se fu impossibile, o molto 
dubbia in vita, è rischiarata dal reperto necroscopico. 



— 3 & — 


VII. 

Prognosi. 

La prognosi del carbonchio è varia secondo la forma. In generale il 
carbonchio degli animali è malattia ben grave. Settanta su cento muo- 
jono nei casi ordinari, e specialmente se si tratta di cavalli e di buoi. 
Nelle forme fulminee, cosiddette apoplettiche, è solo eccezionalmente che 
si può noverare la vittoria di una guarigione. Per lo più soccombono 
tutti gli animali colpiti. Quando poi uon si tratti di questi casi rapidi, 
acutissimi, in casi meno fulminei, ma anche acuti, si perdono settanta- 
ciuque od ottanta anima-li su cento. 

Vili. 

Anatomia patologica. 

U anatomia patologica degli animali morti per carbonchio solamente 
alcune volte presenta delle varietà che si allontanano dai casi comuni. 

In generale nei cadaveri degli animali , che soccombono a malattie 
carbonchiose , si può notare la tendenza ad una rapida scomposizione. 
Già il cadavere manda un cattivo odore che sente di putrido; già dopo 
poche ore della morte presenta le prime tracce di una putrefazione che 
si avanza a grandi passi. Questa proprietà è chiarissima nei cavalli , 
meno nelle capre e nei buoi. La rigidità cadaverica o manca , o ò di 
brevissima durata , causa V azione dissolvente dei batteri sui corpi al- 
buminoidi, la quale , coll’ alterazione dei globuli rossi del sangue e il 
difetto di coagulabilità nella mussa ematica , ò uno dei più sicuri ef¬ 
fetti che il virus produce. Il cadavere è tumefatto; ha il ventre rigonfio, 
la pelle disseminata di macchie, di chiazze, d’ infiltrazioni più o meno 
fosche o scure, circondate da una zona siero-edematosa , spesso anche 
essa pigmentata per emorragie, sulla quale il dito stampa la fovea ca¬ 
ratteristica dei tessuti edematosi. Alcune volte queste zone sono dure , 
di durezza lignea; e, quando si tagliano, si mostrano formate di un es¬ 
sudato siero-fibrinoso, ovvero fibrinoso, coagulato, di color giallognolo, 
o su (fu se di una tinta sanguigna. Altre volte le infiltrazioni sono costi¬ 
tuite da stravasi sanguigni , ed i vasi cutanei in ogni caso presentano 
una grande tendenza a dar sangue. 

Nel punto d’ inoculazione, se il carbonchio è stato inoculato, si trova 
una pustola su di una tumefazione più o meno diffusa , la quale , ta¬ 
gliata , si mostra formata anch 1 essa da un’ essudazione fibrinosa gela¬ 
tinosa con molto stravaso sanguigno. 

È naturale che, se il carbonchio ha avuto un certo corso, queste tu¬ 
mefazioni possono trovarsi più o meno rammollite , ovvero sparite, ed 
ul loro posto una pigmentazione più o meno fosca. 




— 40 — 


Alcune altre volte durante il corso della malattia quest’ infiltramenti 
cutanei hanno subito un processo di dissoluzione putrida, un processo can- 
grenoso o di suppurazione , ed allora all’ autopsia si trovano i tessuti 
necrotici in mezzo , con attorno una vasta zona infiltrata dai prodotti 
del processo cangrenoso, e ricoperti da una cute livida e sottile, so il 
processo cangrenoso non F ha devastata. Ovvero si trova la cute con 
vaste soluzioni di continuo, sbrandellata e che lascia vedere vaste ulce¬ 
razioni c scollamenti , il cui carattere è la necrosi e la scomposizione 
putrida. Dall’ altro lato il connettivo sottocutaneo può esser infiltrato di 
gas, se nei processi necrotici si è sviluppato V enfisema gangrenoso *). 
Alcune altre volte le tumefazioni cutanee sono fatte da un'infiltrazione 
edematosa, sanguinolenta, un essudato tenue con caratteri siero-ematici. 
Se allora i tessuti si sottomettono a lavande, secondo Delafond tor¬ 
nano allo stato normale. 

Finalmente per quello che riguarda la cute è da fare meuzione di 
ciò che dice C au v i ère. Secondo Bo u r geo is, Cauviórc avrebbe tro¬ 
vato su certe pelli delle cisti piccole, pieno di un liquido brunastro, le 
quali potrebbero trasmettere il carbonchio. 

Per i connettivi in generalo si può dire che auch’essi sieno sedi d’in¬ 
filtramenti siero-gelatinosi, duri talvolta , o semplicemente sanguigni , 
epperò di colore giallognolo, giallo, o giallo-rossastro, o rosso. 11 con¬ 
nettivo sottocutaneo, quello sottosieroso — sottoperilonealc, sottopleura- 
le ecc. — lo strato connettivale sottomucoso delfintestino, il connettivo 
retrofaringeo, retrolaringeo , perireuale , possono presentare di queste 
infiltrazioni per una maggiore o minore estensione, con maggiore o mi¬ 
nor tendenza alla putrefazione ed ai processi caugrenosi. 

Allorché si osservano al mier »s:‘opio tanto gl 1 infiltramenti cutanei , 
quanto quelli sottocutanei, sottomucosi e sottosierosi , vi si trova una 
certa quantità di leucociti accumulati , grande quantità di batteri fili¬ 
formi e di sferule, i vasi dilatati , e molli granuli dipendenti da tra¬ 
sformazioni del sangue. 

I muscoli sono molli, friabili, sparsi d’imbibizioni sanguigne che dan 
loro un colore oscuro. Nei muscoli del collo, della masticazione e degli 
occhi si possono trovare focolai emorragici. 

Le pareti dei vasi, imbevute della sostanza colorante del sangue, sono 
rosse. Secondo Branell Pcpitello facilmente si stacca. 

II sistema venoso pieno di sangue ; più specialmente le vene sotto- 
cutanee, del canaio intestinale, glaudole mescnteriali e retroperitoneali, 
e delle mucose c sierose. 

Il sangue generalmente, e più specialmente ancora nelle forme rapide 
come il carbonchio apoplettiforme, è oscuro, talvolta nero, fluido, vi¬ 
schioso. Non coagula, quando anche fosse stato cavato col salasso dal- 


*) Roll. Op. cit. 




41 — 


l’animale vivo. Ha tendenza a rapida putrefazione, la quale s’inizia sol¬ 
lecitamente e progredisce rapida. La fibrina è diminuita e questa dimi¬ 
nuzione talvolta raggiunge i % del normale. I leucociti, cresciuti in 
numero. I globuli rossi, diminuiti di consistenza, si raccolgono a cu¬ 
muli ; sono rammolliti, vischiosi e facilmente si sciolgono. Inoltre nel 
sangue si trovano i batteri caratteristici. Da ciò le alterazioni che anche 
grossolanamente si notano, della fluidità e della non facile coagulabilità 
dei sangue. 1 leucociti sono in maggior numero , perché le glandole 
linfatiche, eccitate nella funzione per lo stimolo che i batteri loro ap¬ 
portano, ne producono in maggior copia, come Bulli ha dimostrato 
nell’ uomo. La densità del sangue è cresciuta, perchè esso è più povero 
di parte liquida, versata negli essudati, nelle infiltrazioni ccc. I globuli 
rossi per le alterazioni che subiscono, come nell’avvelenamento per acido 
carbonico, rendono il sangue scuro. 

Per queste alterazioni del sangue e per le alterazioni delle pareti va- 
sali s’ intendono gli essudati , gli stravasi ecc. I batteri poi spiegano 
umazione meccanica cmbolica ed anche un’azione chimica.—Nel sangue 
talvolta si sviluppano vesciche di gas. 

Nel cuore si trovano stravasi sanguigni, chiazzo o focolai emorragici. 
Stravasi ematici sotto il pericardio e l'endocardio, specialmonte in cor¬ 
rispondenza delle orecchiette. 1/ endocardio talvolta trovasi sollevato a 
vesciche. Nei cavalli la muscolatura del cuore, specialmente quella del lato 
sinistro, si mostra striata di sangue; strie di sangue si trovano pure nei 
punti di origiue dei muscoli papillari, che in alcune parti sono semplice- 
niente imbevuti di liquido sanguigno, in altre anche distrutti. 

Quanto agli organi del respiro, la mucosa dell’albero bronchiale, o me¬ 
glio tutta la mucosa delle vie respiratorie, si può trovare sparsa d’infiltra¬ 
zioni sierose e gelatinose. Nel polmone, dalla semplice iperemia con ede¬ 
ma, ai focolai infiammativi ed alla cangrena. 

Sotto la pleura, come del resto abbiamo detto per tutt’i connettivi sot¬ 
tosierosi, infiltrazioni e macchie siero-sanguinolente. 

Nella cavità addominale si trova del siero ematico, in maggioro o mi¬ 
nore quantità e più o meno ricco di sangue. Sulla superficie perito¬ 
neale delle pareti intestinali, e più specialmente su quella dell’intestino 
tenue, si notano chiazze cd infiltramenti sanguinolenti. 

Il colore dell' intestino varia dal rosso al rosso-scuro, al verdastro. Gli 
stoss’infìltramenti si trovano sul peritoneo, sull’ epiplon, sul mesentere; 
anzi su quella parte del peritoneo che si attacca alla regione lombare 
gl’infiltramenti sanguigni assumono più vasta estensione, fanno promi¬ 
nenza sulla superficie e prendono 1’ aspetto di veri tumori sanguigni. 

Dalla faccia interna delfintestino le alterazioni sono anche più notevoli. 
11 contenuto intestinale per lo più è sanguinolento. Se fecce vi sono, esse 
sono miste a sangue più o meno abbondante ; ovvero nel canale inte¬ 
stinale non raramente si trova una certa quantità di sangue , liquido, 
0 appena coagulato. 


6 




- 42 - 


Le alterazioni della mucosa intestinale sono varie e variamente in¬ 
tense. Tanto quella dello stomaco, quanto quella del tenue, e talvolta 
anche quella del grasso, ma più specialmente quella delPintestino tenue, 
può trovarsi in un semplice stato iniziale d'iperemia. È rossa, molle, 
infiltrata. Ovvero è in alto grado ipercmica, gonfia, tempestata di ecchi¬ 
mosi, sparsa d’ infiltramenti siero-sanguinolenti. Il connettivo sottomu¬ 
coso, i cui vasi sanguigni sono dilatati, è imbevuto di essudato siero- 
gelatinoso; mentre i villi, nudi di epitelio, sono tumidi, rossi, gonfi, e 
talvolta invece depressi , atrofici, mezzo distrutti. 

Le placche di Peyer, in taluni caài ingrossate , fanno prominenza 
sulla superficie della mucosa. Sono di colore rosso scuro. Gli stossi fol¬ 
licoli, quando la malattia sia inoltrata, possono essere infiltrati di una 
massa grigia che pare fatta di mucopus. 

In una forma di carbonchio, nei cavalli , la mucosa intestinale pre¬ 
senta ancora alterazioni più gravi di queste finora esposte. Dal cardia 
al colon , e specialmente nel duodeno e nel cardia, si sollevano come 
delle pustule. Sono fatte da una massa muco-gelatinosa, di coloro oscu¬ 
ro , o giallo , raggruppate nel connettivo sottomucoso e sollevanti la 
mucosa. Alcune volte sono cosi estese queste infiltrazioni, cosi profondo, 
che arrivano fino nel connettivo sottosieroso. A misura che si scende 
giù nel tratto intestinale , il numero di questi focolai d 1 infiltramento 
diminuisce , e nel grasso non sono che pochi ed a larga distanza tra 
loro. Non così nel tenne e nel duodeno, o nel cardia , dove, aggrup¬ 
pandosi in maggior copia, molti di questi infiltramenti possono confluire, 
fondersi e formare come un grande focolajo ematico. 

# Nella mucosa intestinale si possono anche trovare larghe ulcerazioni. 
Ciò anche nei cavalli, e quando la malattia abbia per lungo corso avuto 
il tempo di attraversare molti stadi. Alcune volte dunque gP infiltra¬ 
menti subiscono una fase necrotica ; si forma una linea di demarca¬ 
zione e il tessuto necrotico, trasformato prima in un’escara umida e poi 
secca, prominente nel lume intestinale, si stacca, lasciando una solu¬ 
zione di continuo più o meno grande , a secondo P estensione dell'in- 
fìltramento, o variamente profonda, sinuosa, o a margini dentati, di forma 
rotonda talvolta nelPintestino grasso, e sempre più o meno pigmentata. 

Secondo Ro 11 queste scontinuità toccano la guarigione solo quando 
non sieno mollo estese. Se sono estese e grandi, non guariscono. 

DalPaltro lato, per una fase felice della malattia, grinfiltramenti pos¬ 
sono subire un processo di riassorbimento e lasciare al loro posto una 
pigmentazione, variamente estesa ed a varia intensità di colorazione. 

Le glandolo mesenteriali, ingrossate, molli, infiltrate. 

La milza ingrandita , talvolta cinque volte più grossa del normale ; 
ovvero poco ingrandita, come nelle capre e nei conigli. Il parenchima 
è ridotto ad una massa poltacea, molle, di colore violetto o nerastro. 
La capsula , alcune volte scuntinuata, ha lasciato colare parte di quel 
tessuto molle, fluente, nella cavità peritoneale e si è raggrinzita. —I gangli 





— 43 — 


linfatici, tumefatti ed aumentati di volume, circondati da un tessuto 
infiltrato, molli, con ecchimosi, di colore rosso-giallognolo. 

Il fegato, molle, iperernico, mostra i caratteri deirinfìltramcnto tor¬ 
bido. Ecchimosi sottosierose. 

Nel connettivo perirenale, ecchimosi, infiltrazioni sanguigne. 

Reni iperemici, ingranditi, molli, succulenti. 

Nelle femine le ovaja e V utero spesso iperemici ed ingranditi. 
Iperemia cerebrale. 


IX. 

Profilassi. 

Dall’ esperienze citate, da quello che abbiamo detto sulla natura del 
virus carbonchioso, emergono tutte le leggi che debbono governare la 
profilassi di questa malattia. La natura , la trasmissibilità , le vie di 
propagazione , la tenacità, il potere, che spore e bacciili conservano lun¬ 
gamente, di svolgere la loro fatale energia sotto date condizioni di ca¬ 
lore e di umidità, ne additano un grande principio profilattico, il quale 
si dovrebbe imporre, non solamente alla mente ed alla riflessione del 
medico, ma anche a quelle di coloro che sono preposti alla tutela ed 
alla sorveglianza del pubblico benessere. Tale principio è questo: che, 
quando fatalmente un’epizozia si ò manifestata, e devasta armenti e 
semina l 1 infermità e la morte, talvolta anche tra gli uomini, c nuoce 
un’agricoltura, e chiude le porte ai commerci, le più severe leggi ab¬ 
biano ad essere emanate non solo, ma quanto più osservate con scru¬ 
polo e rigorosamente. Le più severe tra lo disposizioni profilattiche deb¬ 
bono esser quelle che riguardano V inumazione, o la distruzione dei ca¬ 
daveri degii animali carbonchiosi. Sia che nell 1 està essi si lascino pu¬ 
trefare all 1 aria aperta, sia che si seppelliscano sotto uno strato sottile 
di terra , non si farà che circondarli delle migliori condizioni che in¬ 
ducono la proliferazione e la rapida moltiplicazione delle spore e dei 
baccilli, e favoriscono il propagarsi del contagio e dell'epizozia. Solo una 
temperatura bassa e condizioni contrarie alla vita dei batteri possono 
garantire che nel cadavere seppellito lo sfacelo cd una benefica putre¬ 
fazione distruggeranno fino all'ultimo baccilio , senza che uno scampi, 
o, trasportato, propaghi la infezione, o, conservato, la ridesti a tempo 
indefinito. Queste condizioni non si trovano che a 10, a 15, a 20 metri 
sotto terra. 

Dovunque sono codici sanitari, specialmente in casi di epizozie, se¬ 
vere leggi prescrivono il modo di disinfettare, impongono le misure di 
precauzioni che si debbono tenere nell 1 inumazione, o nella distruzione 
dei cadaveri degli animali carbonchiosi. Come si eseguono quelle leggi? 
Quante volto loro non si obbedisce ed il cadavere di un animale car¬ 
bonchioso, luDgi dall’avere necessaria sepoltura, è sottratto alla sorve- 




— 44 — 

g 1 ianza ed al rigore delle leggi sanitarie dall’ingorda mano del gua¬ 
dagno? Nò l’opinione, che qualunque profilassi del carbonico debba fare 
cattiva prova, è vera; nè l’altra, clic i prodotti di animali carbonchiosi 
disinfetti possano entrare senza alcun pericolo negli usi domestici, è si¬ 
cura e prudente. Se il virus, trasportato, propaga la malattia , è ben 
chiaro di che valore sia la profilassi, e di quale pericolo il contradirne 
i dettami. E se osservazioni certe hanno provato che, anche modificate, 
le sostanze animali carbonchiose, anche conciate le pelli , possono tra¬ 
smettere il carbonchio , non vi ò un solo che non veda come i lievi 
vantaggi, che 1’ avido commercio può ritrarre dalla violazione di una 
legge profilattica, sono incalcolabili al paragone della miseria e della 
morte che può seminare un 1 epizozia. Lo ripetiamo : in un solo anno 
un’ epizozia distrugge 72 mila cavalli ; in 4 anni distrugge 56 mila 
tra pecore, vacche e montoni e miete 528 vite umane. 

Lungi dunque dalTintrodurli in commercio in qualsiasi modo, i pro¬ 
dotti di animali carbonchiosi si seppelliscano profondamente , o si di¬ 
struggano addirittura. Si distruggano le carni, il sangue, le pelli, tutto 
che riguardi un animale carbonchioso, perfino gli oggetti su cui si può 
credere si sieno attaccate sostanze animali che potrebbero racchiudere 
il virus. 

Solo cosi facendo, si è potuto vedere la sensibile diminuzione, ov¬ 
vero la completa sparizione del carbonchio dai luoghi dove avea domina¬ 
to terribile e lungamente, o dev’era apparso e riapparso più volte, quando 
non seppelliti , o malamente, i cadaveri di animali carbonchiosi conta¬ 
minavano acque o foraggi , siccome spesso si è visto in Russia. In al¬ 
cuni luoghi 1 J osservanza rigorosa di certe regole profilattiche ha ridotto 
al 2 °/ 0 i casi che dapprima si presentavano nelle proporzioni del 20 % ; 
e dall'Asia superiore il carbonchio, frequente ed enzootico, sparve addirit¬ 
tura sotto certe leggi rigorosamente applicate intorno al seppellimento dei 
cadaveri di animali carbonchiosi. Il raro infierire di affezioni carbonchiose 
e la diminuita frequenza dell’cpizozie, oggi ò ritenuto doversi tra l’altro 
al modo onde gli animali morti per carbonchio si seppelliscono o si di¬ 
struggono. 

Un’ altra causa che cospira allo stesso benefico risultato ò il progres¬ 
sivo immegliamento del suolo, i lavori di bonifica, il prosciugamento di 
terreni paludosi e il risanamento di regioni malsane, il drenaggio, e le ca¬ 
nalizzazioni in terreni pantanosi. Abbiamo detto che si crede i terreni pa¬ 
ludosi e le acque stagnanti favoriscano lo sviluppo ed il propagarsi del 
virus. S’intenderà meglio, quando si sarà riflettuto che a mezzo delle acque 
stagnanti il virus può propagarsi, poiché in esse trova un veicolo di tras¬ 
missione. Ebbene, risanati i terreni paludosi, dove il lavoratore spesso tro¬ 
va, non il pane, ma la infermità ed il danno; dato impulso potente alle ope¬ 
re di bonifica che racchiudono un vasto problema di benessere sociale e di 
ricchezza; resi ubertosi e fertili terreni malsani e mortiferi — si sarà allon¬ 
tanata una delle cause che possono favorire o il sorgere o il propagarsi 




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dell 1 cjpizozie carbonchiose; in quanto o si sarà soppresso uno dei veicoli 
del contagio, o si saranno bandite quelle condizioni di umidità che sono 
così necessarie allo svolgimento dell’energia del virus. 

Per la stessa ragione non si dovrebbe esser troppo propensi ai dibosca¬ 
menti. Essi favoriscono rumiditcà del suolo; per quella ragione onde le 
piante la diminuiscono. 

Può essere anche un mezzo di profilassi l'allontanare gl' insetti dagli 
animali carbonchiosi, o dai cadaveri. Si conosce eh' essi possono essere vei¬ 
coli del virus; e per conseguenza ogni mezzo che può allontanare la possi¬ 
bilità della propagazione ha importanza di profilassi. 

Finalmente nella profilassi van compresi e l’uso di sostanze antisetti¬ 
che, adoperate per disinfezioni, e il provvedere di sanitari i luoghi dove in¬ 
fierisce un’infezione carbonchiosa. L'uso di sostanze antisettiche non si deve 
limitare solamente alla disinfezione di oggetti o sostanze che possono es¬ 
sere state in contatto di animali carbonchiosi, o di cadaveri di animali 
morti per carbonchio; ma l’acido fenico potrebbe anche somministrarsi agli 
animali misto aU’acqua. 

È importante poi provvedere di sanitari le regioni carbonchiose, sia per¬ 
chè essi possono combattere a principio un’infezione, sia perchè sotto la 
loro sorveglianza e la loro responsabilità non tanto facilmente si pongono 
in non cale quelle leggi di profilassi, le quali solo possono impedire lo svi¬ 
luppo di un'infezione o circoscriverne l’estensione. 





PUSTULA MALIGNA 


I. 

Definizione della pustula maligna. 

La pustula maligna è il carbonchio dagli animali trasmesso alicorno, 
un’ affezione della stessa natura di quella degli animali e che , locale 
dapprima, finisce spesso con fenomeni generali e talvolta colla morte. 
Fu detta altrimenti bottone maligno, pulce maligna , perchè la prima 
macchia che sorge sembra il morso di una pulce, fuoco o carbone persico. 

II. 


Etiologia della pustula maligna. 


So nel definire la pustula maligna abbiamo detto ch’essa è trasmessa 
dagli animali all'uomo, potremmo passarci di dire che l’idea della ge¬ 
nesi spontanea di affezioni carbonchiose nell’ uomo è ripudiata dalla 
murrrrjor parte degli autori, condannata dall’ osservazione , e rinnegata 
dalla° scienza. Tuttavia , a malgrado oggi si ritenga che forse neppure 
ne'di animali si può parlare di sviluppo spontaneo del carbonchio ; ad 

onta che, definiti meglio e pustula maligna e carbonchio, quella si abbia 

in conto di un processo morboso virulento trasmesso all uomo, visorio 
di coloro che ancora credono alla genesi spontanea delle affezioni car¬ 
bonchiose nell’uomo ed altri che, incerti, non sanno schierarsi nè per 


l’affermativa, nè per la negativa. 

Bayle Brensky, Davis La Chevrie crederono alla possibilità di 
una genesi spontanea ; ma i fatti che portano in appoggio delle loro 
opinioni non hanno tutta l’autorità e la sicurezza che meriterebbe una 
nuistione cosi grave. Bai ly riporta osservazioni di pustule maligne spon¬ 
tanee osservate in Liguadoca ; ma esse perdono ogni valore decisivo, 
quando si sappia che al tempo, cui Bally riferisce le sue osservazioni, 
dominavano già in Linguadoca dell’ epizozie carbonchiose. 

A tutt’ i citati autori, ed a molti altri che dividono questa opinione, 
si oppongono le ragioni e le osservazioni di Royer, Bourgeois, Gui- 
pon, Nicolai e quelle di Leube, Mailer, Wagner, etc.—\ irchow 



— 47 — 


ma mette in dubbio lo sviluppo spontaneo. In alcune sue 
osservazioni venne alla conclusione che, a malgrado le alterazioni che 
si manifestarono avrebbero potuto ritenersi por carbonchiose, egli tut¬ 
tavia amava crederle infiammazioni esterne , trasmesse allo interno ed 
accompagnato da fenomeni settici. Klebs stesso in altri casi si pro¬ 
nunzia anche indecisamente, ed indeciso e pure Korànyi se si debba 
o no accettare la genesi spontanea, pensando che non ò possibile oggi 
risolvere questo problema. Al contrario Bolli nger si pronunzia reci¬ 
samente contro la genesi spontanea delle affezioni carbonchiose nell'uo- 
nio ; ed auzi egli crede che, a generare la pustola maligna, ci è bi¬ 
sogno della diretta inoculazione. Alle objezioni di quelli che, a difesa 
della genesi spontanea , potrebbero avanzare le recenti osservazioni di 
carbonchio intestinale sporadico, Bollinger dice che quei casi non 
possono servire di appoggio alla genesi spontanea; ma elio tutto al piu 
si presterebbero a- fare ammettere un contagio indiretto , vista la te¬ 
nacità e la trasportabilità del virus carbonchioso. 

Non si può negare che la tenacità del virus carbonchioso, e la fu¬ 
nesta proprietà di cui gode, di operere a tenue quantità, rendono molto 
plausibile V idea di un coutagio diretto od indiretto, anche in quei casi 
in cui la spontaneità della genesi della postula maligna sembrerebbe 
inoppugnabile. 

Dall 1 altro lato è pur troppo vero che la pustula maligua prende a 
preferenza individui dati a certe arti, ad alcuni mestieri—caprai, macel- 
iari , conciatori eli pelli, scardassieri — più che alir* individui che vi¬ 
vono lontano dagli animali che possono trasmettere il carbonchio; è pur 
vero che la pustula maligna si sviluppa per Io più sulle parti scoperto 
del corpo. Questo parla contro la genesi spontanea. Nò è tutto; perchè 
più fortemente parla 1' assurdità di questa ipotesi : che il virus si svi- 
luppi spontaneamente nell' organismo senza dare alcun fenomeno gene- 
ra * e ; che questi fenomeni generali vengano dopo che la malattia si è 
Realizzata iu un punto circoscritto della pelle ; che questo principio , 
ehe dovrebbe prodursi nel sangue, ne esca per circoscriversi ad un sol 
punto e poi vi rientri per generalizzarsi ed attossicare tutto l 1 organi¬ 
smo. Tutto ciò non s’intende facilmente, nè sarebbe conforme al com¬ 
portarsi di altri virus, i quali agiscono primariamente su tutto l'orga¬ 
nismo. 

La genesi spontanea della pustula maligna dunque è vieta idea da ri¬ 
pudiarsi , ed a suggellare questa opinione valga l 1 autorevole parola di 

Bollinger, il quale scrive- <t Quando gli autori che raccolgono le 

« loro esperienze nei distretti antracosi nulla ci dicono della cosidetta 
n produzione spontanea dell’antrace, noi siamo tenuti di rinunciarvi , 

pur concedendo volentieri che il trasporto mediato del virus antracoso, 
l( di sua natura eminentemente trasportabile, assai di leggieri può me- 
8 llare all'erronea opinione della produzione spontanea del morbo ». 

Non bisogna dimenticare che a’cuni autori ammettono una malattia 





— 48 — 


carbonchiosa dell 1 uomo, differente dalla postula maligna. Sarebbe il co- 
sidetto carbonchio spontaneo , qualche cosa di simile al carbonchio 
degli animali , e tanto differente dalla pustola maligna clic quelli che 

10 trattano arrivano perfino a farne la diagnosi differenziale. E dicono: 
che la postula maligna ha il caratteristico cerchio di vescichette, ed il 
carbonchio spontaneo non ne ha ; che quella in principio è un tuber¬ 
colo piccolissimo, e l’altro è un tumore piuttosto largo e circoscritto; 
che quella induce gonfiore del cellulare e delle regioni vicine, e l’altro 
comunemente non lascia scorgere grande turgore ; che la pustula ma¬ 
ligna va da fuori iu dentro, ed il carbonchio spontaneo da dentro in 
fuori ; che il carbonchio spontaneo si sviluppa nei grandi calori, non 
ò comunicato, colpisce i poveri artigiani , spossati dal lavoro, che be¬ 
vono acqua malsana etc., e la pustula maligna è comunicata dall'ani¬ 
male, in regioni dove infieriscono malattie carbonchiose degli animali; 
che il carbonchio si presenta in tutte le regioni, e la pustula maligna 
sulle parti scoverte del corpo. E cosi via. 

La quistione del carbonchio spontaneo, del carbonchio maligno del* 

1 1 uomo , è quistione così assicurata che sarebbe inutile ogni confuta¬ 
zione. Da quando Fonrnier nel 1769 la descrisse, fondandosi sopra pure 
ipotesi, scambiando l’antrace col carbonchio, e conoscendo alquanto im¬ 
perfettamente la pustula maligna, nessuno ha prodotto le prove certe 
dell’esistenza di questo carbonchio umano. Il carbonchio nell’uomo in 
questo senso non esisto ; non esiste spontaneo , non esiste come car¬ 
bonchio comunicato. Il carbonchio degli animali comunicato all* uomo 
non prende che la forma della pustula maligna. Se si è ammesso il 
contrario, vuol dire che ad un’osservazione, che ha potuto esser vera, 
ma non rigorosamente fatta, si ò data una falsa interpetrazione. 

Come la pustula maligna, questo carbonchio spontaneo avrebbe schie¬ 
rate contro tutte le objezioni che abbiamo fatte trattando della voluta 
genesi spontanea di quella malattia, e più di tutto il silenzio di qua¬ 
lunque fenomeno generale, precedente all 1 eruzione locale; lo svolgersi 
tacito e subdolo di un principio virulento che, inoculato a tenui tracce, 
produce cosi terribili alterazioni da condurre a morte; mentre si sa che 
prinei [jì i molto meno energici di quello del carbonchio, vajuolo, scar¬ 
lattina, etc., sono preceduti ed accompagnati da fenomeni generali. 

I casi citati da Fournier, Larrev , Veyssiére, Ancelon etc., 
di tumori infiammatori preceduti da fenomeni generali, non hanno quella 
precisione di linee da poterli fare entrare nel quadro delle affezioni car¬ 
bonchiose umane. Qui non mancano i fenomeni generali , e tanto non 
mancano che Ancelon ritenne che il tumore locale era espressione 
della febbre carbonchiosa Ma questi casi rientrano nell’ordine dei fatti 
superficialmente osservati, o malamente giudicati. Quei tumori che si 
vogliono chiamare carbonchi maligni , sono essi carbonchi ? Qui è la 
quistione. Non vi sono forse tumori infiammativi e gangrenosi della 
pelle, i quali, preceduti ed accompagnati da fenomeni generali, possono 



— 49 - 

essere seguiti dalla morte? Flemmoni, tumori infiammativi, gangrenosi, 
con flebiti, con metastasi, con processi setticopiemici, possono bene men¬ 
tire le forme carbonchiose anche ad un occhio clinico esercitato, ed ap¬ 
palesarsi come carbonchi maligni all’ animo di un osservatore, disposto 
a vedere in altre quella malattia e dominato da un’idea preconcetta. 
Finché dunque non sarà provato che il tumore che si vuole carbon¬ 
chioso , inoculato , ha riprodotto una forma tipica di pustula ; fino a 
quando non vi si troverà il virus carbonchioso, i batteri di Da vai ne, 
le osservazioni dei citati autori vanno accettate con prudenza ed aspet¬ 
tano che la clinica , ajutata dall’ esperimento , pronunzi 1’ ultima pa¬ 
rola su questo importante argomento. 

Di questo parere è Raimbert di Ch at e a u d un, il quale dice che: 
« Dans les observations de Fournier, Vidal (de Cassis) Ancelon, 
« Putògnat, nous ne reconnessons que des anthrax accompagnés des 
« pbénomónes phlegmono-érysipelateux trés-intenses et plus ou moins 
« élendus. » Ed allora è ben possibile che la violenza della fiogosi, o la 
sede dell’infiammazione, possa determinare la morte e si attribuisca al car¬ 
bonchio spontaneo un’infiammazione di tutt’ altra natura. Tali sembrano 
tra gli altri i casi di Weber, cosi quelli di Wagner di tumori car¬ 
bonchiosi gravi coincidenti con diabete. 

Noi vedremo in altra parte di questo lavoro come forse bisogna modifi¬ 
care un po’Io idee su certe affezioni carbonchiose, le quali per gli studi re- 
cenli di operosi ed intelligenti osservatori ci potrebbero condurre ad es¬ 
sere meno recisi nella negazione di altra forma esterna carbonchiosa che 
non sia la pustula maligna. Non pertanto ciò non influirà menomamente 
su quella che si dice spontaneità dello malattie carbonchiose nell’ uomo, 
poiché essa si puole recisamente ed assolutamente negare. 

Un altro quesito importante è quello della febbre carbonchiosa senza lo¬ 
calizzazioni Dell’uomo. 

( La febbre carbonchiosa nell’uomo sarà forse espressione di un carbon¬ 
chio che, apparso appena, retrocede e scompare, siccome Virchow am¬ 
metterebbe ? Sarà forse un errore, perchè non abbastanza edotti, o mala¬ 
mente, sulle diverse localizzazioni del carbonchio, noi si ascrive al carbon¬ 
chio qualunque quadro clinico affine? Sarà quella la febbre carbonchiosa 
che segue all’ingestione di carne di animali morti per carbonchio? 

Potremmo rispondere a questi ed altri quesiti col dire che nell’uomo la 
ebbre carbonchiosa senza localizzazione alcuna sfugge a qualunque ap- 
piezzamento, quando la localizzazione è ritenuta condizione sine qua non 
' he affezioni carbonchiose, e quando le pruove che Maunoury ha cer¬ 
cato di addurre sull’esistenza di essa febbre sono tutt’altro che convincenti, 
otremmo rispondere che per quanto è vero che dopo l’ingestione di carne 
carbonchiosa possano sorgere e dolori e vomiti o febbre e deliqui , per 
altrettanto non è men vero che non sono questi i fenomeni della febbre 
carbonchiosa, nè essi si manifestano sempre, essendo provato cosi da non 

7 



— 50 — 

lasciar dubbio alcuno, che spesso le carni carbonchiose si possono mangiare 
impunemente. 

A queste risposte portiamo l’ajuto di due autorevoli opinioni, quella di 
Constatt e quella di Korànyi. 

Constatt trova grande rassomiglianza tra i fenomeni che si svilup¬ 
pano dopo aver mangiato carne carbonchiosa, o bevuto latte, o respirato 
esalazioni di animali carbonchiosi macellati, ed i fenomeni che seguono al- 
T ingestione di sostanze in putrefazione. 

Korànyi *) aggiunge a quest 1 osservazione: 

.« Io mi credo nel dovere di dubitare (della febbre carbonchiosa 

primaria) fino a tanto che nuove ed esatte osservazioni, fatte mercè la se¬ 
zione e 1* inoculazione, mi autorizzino in luogo del dubbio ed averne la 
certezza )). 

E conforta questa sua opinione di queste riflessioni e dei seguenti due 
esempi. 

« Certamente appartengono agli stati settici alcuni dei sintomi riferiti 
« alla malattia carbonchiosa umana, e laddove il carbonchio per i nostri 
(( predecessori cadeva nel dominio delle malattie settiche, ora per così 
« dire piglia la rivincita, attribuendosi quei sintomi che veramente spet- 
« terebbero alla setticemia. » 

f due esempi che Korànyi adduce si riferiscono a due individui da 
lui osservati. Ad una superficiale osservazione essi presentavano tutt’ i 
fenomeni che si riferiscono dagli autori alla febbre carbonchiosa senza 
localizzazioni ; ma, quando si osservavano più attentamente, quegl' in¬ 
dividui presentavano lesioni di continuo agli arti superiori, alle dita e 
mani, con eresipela e liufangioite; sicché fu necessario conchiudere che 
si trattava di una infezione putrida che si potea ben confondere con 
uua febbre carbonchiosa. 

Mettendo questi due casi in rapporto cogli altri due citati da Bo ur¬ 
ge ois, Korànyi deduce che anche in quelli non si trattava di ma¬ 
lattia carbonchiosa, ma settica. 

Pare dunque che oggi non sia possibile un giudizio reciso su questa 
quistione. La maggior parte degli autori esclude la possibilità di una 
febbre carbonchiosa senza localizzazioni; e senza dubbio non si deve es¬ 
sere molto solleciti ad ascrivere ad infezione carbonchiosa quella che 
può essere infezione putrida o settica ; nè si deve trascurare V osser¬ 
vazione miuuta di quei luoghi del corpo dove ha potuto cadere della 
sostauza putrida ; nè si devo dimenticare che le carni di animali car¬ 
bonchiosi putrefanno facilmente, e quindi piuttosto che carbonchio pos¬ 
sono dare uua infezione settica. 

Nessun dato certo dunque vi è per ammettere resistenza della febbre 


*) NelPEnciclopedia Chirurgica di Pitha e Billroth. 





carbonchiosa. La descrizione che À licei on, Veyssior c e Mau non ry 
ne danno, a prescindere che non ha il controllo dell*autopsia, nell’in¬ 
sieme non si accorda coi fenomeni prodotti dal virus carbonchioso. Fino 
a prova contraria è necessario lasciare aperta la questione ed al tempo 
F ultima parola su questa febbre , alla quale si sarà attribuita natura 
carbonchiosa solo perchè colpisce individui che per accidentalità vivono 
in regioni carbonchiose ed in mezzo ad epizozie, mangiando talvolta le 
carni di animali morti per carbonchio. Si può fare però una seria objezio- 
ne: che molto facilmente nei casi in cui si parla di febbre carbonchiosa 
senza localizzazioni si tratti in realtà di una febbre che tiene dietro a 
localizzazioni interne, al cosiddetto carbonchio interno, o intestinale. 

Questa osservazione ci porla a trattare un’altra quistione : se esiste 
il carbonchio interno. Alcuni lo ammettono. Altri ne dubitano. Secondo 
Bui tinger molti casi di micosi intestinale non sarebbero che carbon¬ 
chio intestinale. Korànyi rifiuta di dare un giudizio assoluto, reciso. 
Egli dico che in due sezioni di cadaveri umani carbonchiosi, di cui è 
sialo testimone, si trovarono molti stravasi peritoneali , peritonite , ma 
nulla che fosse carbonchio. Come pure, anche nei casi in cui la pustula 
maligna produce effetti generali, le lesioni interne non sono carbonchi, 
ma essudati gelatinosi, che solo eccezionalmente si possono ritenere corno 
veii carbonchi. A questo punto, lasciando sospesa questa questione, ci 
riportiamo a quel luogo del lavoro , in cui diremo dei casi di micosi 
intestinale. 

Vi è una febbre la quale si manifesta qualche ora , qualche giorno 
prima dell 1 eruzione locale della pustula maligna; e ve n’ò un’altra che 
accompagna o segue questa manifestazione locale. Quale valore bisogna 
accordar loro ? Jn quali rapporti stanno esse con l’eruzione, colle mani¬ 
festazioni locali ? 

Presso gli antichi l’affezione localo che seguiva a fenomeni febbrili, 
& disturbi generali, avea un valore critico; ed alcuni notavano che al- 
Y apparire dell' eruzione cutanea i fenomeni generali scemavano d’in¬ 
tensità, si mitigavano. Per quegli osservatori ognuno comprendo qual 
valore ed in quali relazioni doveano essere la febbre o la localizzazio- 
Non pare' però che si possa ragionevolmente ammettere questo car¬ 
boncino critico, sia perché spesso la febbre continua anche dopo Pern¬ 
ione locale , sia perchè il carbonchio critico non manifesta nel corso 
e nella natura alcuna differenza cogli altri carbonchi , ossia colla pu¬ 
ntila maligna, che non sarebbero critici e che non sono preceduti da 
febbre. La febbre del resto che precede Y eruzione carbonchiosa, a cui si 
vorrebbe dare l'attributo di critica, non dura mai più di due o tre giorni, 
e non solamente per la durata, ma quanto pure per V intensità e pel 
corso , è diversa dalle febbri che seguono alle affezioni carbonchiose 
locali. Essa è lieve; ordinariamente, sebbene non sempre, accompagnata 
fenomeni gastrici; anzi è quasi insensibile, se mancano i fenomeni 
gastrici, ed in ogni caso si spegno prima deir eruzione locale. 



— 52 — 

Neppure questa febbre a buon dritto potrebbe meritare il titolo di 
febbre carbonchiosa primaria. 

La febbre invece che segue alle manifestazioni locali è quella che a 
ragione si può chiamare febbre carbonchiosa. Ha fenomeni chiari, evi¬ 
denti ed a differenza delle altre, di cui abbiamo contestato resistenza, 
ha caratteri gravi e con fenomeni più o meno rapidi di adinamia passa 
alla morte per lo più, se nulla interviene a troncare il corso dell'af¬ 
fezione locale. 

Se dunque la cagione della pustula maligna è il contagio, affrettia¬ 
moci a vedere per quali vie il virus può arrivare nel sangue dell’uomo. 
Il virus può penetrare per la pelle per semplice contatto , per inocu¬ 
lazione. 

Che il contagio nella via cutanea trovi una delle porte di entrata più 
frequente è provato dalla frequenza delle pustule maligne sullo parti 
scoverto del corpo, sulla faccia, mani, antibraccio, e negl’ individui in 
rapporto con sostanze carbonchiose. Vi sono condizioni che rendono più 
facile e favoriscono il contagio ; o senza dubbio sono tali quelle che, 
scontinuando lo strato epidermico , distruggono il solo baluardo , tal¬ 
volta invincibile, che si oppone al virus. Le lesioni di coutinuo, le fe¬ 
rite della pelle, le screpolature, l 1 escoriazioni, le pustule rotte ctc. fa¬ 
voriscono r introduzione del virus. A provare questo , so di pruova è 
mestieri, basterebbe citare il caso narrato da Bayle di un chirurgo che, 
per sparare il cadavere di un animale carbonchioso, si ferì ed ebbe dopo 
pochi giorni la pustula maligna; c l’altro ricordato da Bourgeois di una 
ferita con una scheggia di legno che proveniva da un ovile e che inoculò 
la pustola maligua. Virchow nota che, se un uomo colle mani imbrutiate 
di sangue carbonchioso tocca un punto della cute, nudo di epidermide, la 
pustola maligna, so si sviluppa, non sorgerà già sulle mani, ma sul luogo 
toccato. 

Dall 1 altro canto pare accertato dagli esperimenti, secondo alcuni, che il 
virus carbonchioso, venuto in contatto della pelle , possa attraversare lo 
strato epidermico, anche quando fosse integro, non scontinuato. L’epider¬ 
mide cosi non formerebbe una barriera sempre insormontabile per il 
virus carbonchioso ? È una domanda alla quale non si può rispondere con 
sicurezza di non errare. Ci ò qualcuno che pensa che il virus potrebbe 
probabilmente entrare per la via del follicolo del pelo; e, se si deve credere 
a quello che dicono Enaux o Chaussier, pare che il virus, sofferman¬ 
dosi in una plica, in una ruga, possa, lentamente attraversando lo strato 
epidermico, insinuarsi fìuo al corpo mucoso. Se non è così, ovvero se con¬ 
dizioni finora sconosciute non realizzano questo modo di contagio, alcuni 
casi d’infezione non saprebbero altrimenti spiegarsi. Dipenda dalla sotti¬ 
gliezza e delicatezza delfepidermide, dipenda dalla virulenza delle sostanze 
che vengono in contatto della pelle, dipenda da ignorate condizioni spe¬ 
ciali, questo è certo: che alcune volte si possono sparare impunemente ca¬ 
daveri di animali carbonchiosi, impunemente si può venire in contatto di 


— 53 — 

sangue carbonchioso, od altre sostanze egualmente infette, mentre altre 
volte una goccia di sangue carbonchioso caduto sulla pelle, integra — al¬ 
meno in apparenza — genera la pustola maligna. 

Se la faciltà dell’inoculazione dipende dalla sottigliezza degli strati dei 
tessuti, le mucose si trovano in condizioni molto più facilmente accessi¬ 
bili al contagio. Intendiamo le mucose esterne in diretto rapporto coll'aria. 

Se poi le mucose degli organi interni possano dare passaggio al virus, 
se esse cioè ne subiscano solo il contatto, o lo lascino passare, è un pro¬ 
blema ancora, essendovi osservazioni in favore e contro. 

A sentire alcuni autori, le carni carbonchiose si possono mangiare impu¬ 
nemente; giacche, se si sviluppano dei fenomeni gastro-intestinali , essi 
sembrano più effetto di una intossicazione che di un'affezione carbonchiosa. 
Secondo altri le lesioni che in tali casi si trovano nello intestino non hanno 
il valore anatonio-patologico di quelle cho vi si sviluppano nella pustula 
nialignn,e quindi le manifestazioni cliniche non possono avere egual valore 
clinico. Da altri invece si citano casi non dubbi di affezioni carbonchiose 
in seguito all’uso di carni carbonchiose. È così che da un lato F ou rn ier 
credeva fin da’ suoi tempi che la causa più frequente del carbonchio spon¬ 
taneo era il cibarsi di carne carbonchiosa, in quei luoghi in cui la miseria 
costringeva i poveri a mangiarla. Souvage, Poulet, Caillot, Cliu- 
cuissier, Levin, F o de ré etc. riferiscono di gravi disturbi digestivi, 
ovvero di morte toccata a coloro che incoscienti, o non credenti, usa¬ 
rono carni carbonchiose per cibi. Chabert riferisce casi identici del- 
1 epizozia che infierì in Francia nel 177 4 ; e Berti n di quella della 
Guadaiupa dello stesso anno. Iacopo Odoardi, che scrisse delFcpi- 
zozia della provincia di Belluno del 1764, racconta che furono colpiti 
di carbonchio tanto quelli che decorticarono, quanto quelli che mangia¬ 
rono carni carbonchiose, fìrugnone f ) racconta che in parecchie fa¬ 
miglie perirono alcuni di coloro che aveano mangiato carni carbonchio¬ 
so ed altri ammalarono gravemente. Secondo Ver he yen nel 1847 si 
dovettero deplorare casi di morte per questa ragione Di sette porsono 
che aveano mangiato carne di un buo carbonchioso, per quanto dice Fa n- 
ve t * 2 ) , due morirono per pustula maligna. Altre 7 persone morirono 
nel Piemonte per aver mangiato carne carbonchiosa, secondo dice Las¬ 
sona. Costa assicura che di più di 60 individui che mangiarono carne 
di una giovenca carbonchiosa alcuni morirono, altri restarono come av¬ 
velenati . 

A dire di Bolli nger queste carni possono produrre una lesione in¬ 
testuiale quando, non distrutti dal succo gastrico, i batteri passino nelle 
v, e intestinali e generino la micosi intestinale e la infezione generale. 
Altrimenti non possono nuocere. 


! ) Brugnone. Boometria, ossia conformazione esteriore delle bestie bovine. 
Torino 1802. 

2 ) Eauvet. Dei morbi epidemici del bostiame. Orvieto 1853. 




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Di contro a queste autorità scientifiche stanno altre di non minor va¬ 
lore, che tengono per V opinione opposta. L'innocuità del cibarsi di car¬ 
ne carbonchiosa ò stata ammessa per le osservazioni molteplici ed in¬ 
dubbie di Morand, Dubamel, Thomassin, i quali provarono che 
quelli clic aveano squartato degli animali carbonchiosi aveano avuto la 
pustola maligna, non quelli clic ne aveano mangiato le carni, barre y, 
Boy er, Reynal, Renault, Man nou ry credono si possa mangiare 
impunemente carne carbonchiosa. Colin con altri divide la stessa opi¬ 
nione, e sembrerebbe decisivo questo fatto citato da Mayer: 200 indi¬ 
vidui mangiarono carne carbonchiosa di una vacca ; cinque altri ven¬ 
nero in contatto di quelle carni senza mangiarne. Di questi cinque tre 
morirono, due furono fortemente ammalati. Dei 200 che mangiarono 
la carne carbonchiosa non uno soffri. Parimenti Wasservogel rac¬ 
conta che in una famiglia alcuni fanciulli mangiarono la carne carbon¬ 
chiosa che altre persone aveano solamente toccata e tagliuzzata. Tutte 
queste persone ammalarono ed una morì ; i fanciulli non soffrirono al¬ 
cun disturbo. 

Boll in gei* ha visto mangiare impunemente la carne di animali mor¬ 
ti con le forale acute del carbonchio. 

Se le carni carbonchiose riescono innocue all 1 organismo umano, si 
può pensare che o il calorico, quando sieno ben cotte, distrugge tutta 
la potenza del virus , o la virtù di distruggerla è del succo gastrico 
dell 1 uomo, siccome ò di quello dei carnivori. 

L'idea che la temperatura possa annientare la forza infettiva del vi¬ 
rus è in contradizione di quanto Dev a i n e ha dimostrato sulla tenacità 
di questo virus. Rorànyi pensa che il fatto si debba spiegare in for¬ 
za della scarsa disposizioue ad ammalare che ha la mucosa gastrica del- 
Puomo; cosa invero strana, se si considera che la mucosa delle labbra, 
la quale appartiene allo stesso apperecchio, non gode di eguale immu¬ 
nità. Se lo stesso Korànyi dice che non ha visto ancora un carbon¬ 
chio primario delle vie digestive, se dall’ altro lato è dimostrata la gran¬ 
de resistenza del virus al calorico, probabilmente le condizioni che ne 
annientano il potere infettivo non risiedono che nel succo gastrico , 
sola ipotesi plausibile questa, rafforzata dall 1 analogia degli esperimenti 
sul succo gastrico dei carnivori. 

Non si deve credere alle storie di postula maligna sviluppata in se¬ 
guito di aver mangiato carne di un bue morto quando non era che 
solamente stanco per eccessivo lavoro. A dire di Carswell però la car¬ 
ne di questi animali ò innocua, se cotta ; ma se è cruda e tocca delle 
parti nude di epidermide, produce infiammazione e postula maligna. 

Come facilmente s 1 intende, in questi casi la pustola che si sviluppò, 
o non era maligna, o se tale era, la spossatezza — la sola forse a cui 
si pose mente — era uno dei fenomeni della malattia carbonchiosa. 

Tra tutte queste opinioni però è naturale che sia difficile cosa in certi 
casi sapere se la pustola maligna ò effetto del contatto delle carni car- 



— 55 — 


bonchiosc colla cute, ovvero refletto dell’averle mangiate; dappoiché in 
molti casi, prima di mangiarle, le carni vengono in contatto , ancora 
crude, colle maui. Si comprende bene che, a metter di accordo i casi 
in cui T ingestione di carni carbouchiose riesce innocua cogli altri in 
cui torna funesta, si potrebbero anche invocare, come ipotesi, o la vi¬ 
rulenza dello carni, o V integrità delle funzioni digestive, o il grado di 
coltura, o la quantità della carne ingerita, ecc. Ma non sarebbero che 
ipotesi. 

Le vie respiratorie si ritengono da molti come porte di entrata del 
virus carbonchioso nell’ organismo. La dimostrazione di questa opi- 
nione , come agevolmente s" intende , è di una difficoltà estrema , e 
non potrà mai avere quell’ evidenza che sarebbe necessaria alla solu¬ 
zione di un problema di tanto interesse. Benché gli esempi citati da 
Bórard e De ri on v ili icr sembrino dimostrare che il virus possa avere 
adito per le vie respiratorie; benché, come fa notare Fournicr, nei 
scardassici e materassai possa dimostrare la penetrazione del virus per 
le vie inspiratone il vedere che spesso appena appena la pelle viene in 
contatto con le lane vecchie, lavate e scardassate , e non di meno si 
manifesta la pustula maligna , sicché il virus pare più respirato colla 
polvere che si solleva dalle lane , che entrato per altra via — a mal- 
grado queste ed altre osservazioni, non si può non riconoscere ch’esse 
sono si poco numerose e tanto poco autentiche, da lasciare una grande 
lacuna intorno a questa dottrina, e da convincere che non si può loro ac¬ 
cordare un valore di certezza ed indiscutibilità. Per quanto è vero che 
la ipotesi di qualche cosa di volatile clic coll’aria arriva sulla mucosa 
respiratoria armonizzi con quanto si conosce sulla natura e sulla costitu¬ 
zione dei batteri del carbonchio, non è men certo che, se il virus del car¬ 
bonchio tiene la via della mucosa respiratoria per entrare nell’organismo 
umano, il quadro dei fenomeni che si pronunzia dopo non ha nulla 
di comune con quello che presentano altri pri nei pi i infettivi che ten¬ 
gono la stessa via per penetrare nell’ organismo. Fenomeni generali non 
precedono ; non precedono quei disturbi che dovrebbero annunziare 
un virus entrato nel sangue, e che sono così comuni nello malattie 
eruttive. 

Non varrebbero ad infirmare il valore di questa osservazione i casi in 
Cui lo stesso virus entra nell’organismo per una via simile a quella della 
mucosa respiratoria, la mucosa del tubo gastro intestinale ; poiché in tali 
casi o le manifestazioni non sono specifiche, ed allora tutto si riduce ad un 
disturbo dei visceri addominali che molte altre cause non carbonchiose 
possono produrre; ovvero sono i casi di micosi intestinale, quando il virus 
flou distrutto porta la sua funesta azione sulla mucosa del 1' intestino, ed 
io essi i fenomeni generali seguono ai fenomeni locali, in quanto le altera¬ 
zioni che si trovano sulla mucosa intestinale hanno lo stesso valore clinico 
della pustula maligna che ha sede sulla cute. Se dunque quello che colpi- 
sc e prima di tutto l’osservazione del medico, i fenomeni generali, sembra 



che precedano alle altre manifestazioni cliniche , ciò è perchè i fenomeni 
locali intestinali non possono arrivare ai sensi del medico. 

Se la dottrina della pustola maligna fonda essenzialmente sul contagio, 
sorgente di questo contagio per V uomo è V animale carbonchioso ; e con 
(lire T animale carbonchioso intendiamo non solamente V animale amma¬ 
lato , e ciò che da lui emana; ma pure e tanto più il cadavere dell' ani¬ 
male ed i prodotti che da esso si ricavano. Conseguentemente possono por¬ 
tare il contagio sull 1 uomo : il sangue; le carni, in un certo modo; il lat¬ 
te; e poi : la pelle, i peli, la colla proveniente da carni carbonchiose, come 
dice Virchow; e finalmente, secondo altri: 1’urina, le materie fecali, la 
saliva, la bava, i mucchi intestinali, i diversi essudati che si trovano nei 
tessuti, ecc, 

Il sangue è quello che ha maggior potere di trasmettere il contagio c 
generare la pustula maligna. Dopo del sangue non ci è che la milza che 
abbia potere così fortemente infettivo ; ma alla milza questo potere non 
viene che dal sangue. 

Col sangue e per esso possono ri esci re mediatori del cotagio gli essuda¬ 
ti.Il liquido che geme dai tumori carbonchiosi ha pure proprietà infettive, 
come provano gli sperimenti di Leuret ed Hainont; e, quanto agli es¬ 
sudati, non bisogna dimenticare che, essendo essi per lo più siero-emor- 
ragici, possono contenere maggiore o minore quantità di batteri, secondo 
clic sono pia o meno ricchi di sangue. 

So il latte abbia proprietà virulente, e possa essere veicolo di contagio, 
è stata quistioue molto dibattuta. Secondo Hartmann e Mau court il 
latte degli animali carbonchiosi deposto sulla pelle avrebbe generato la pu¬ 
stula maligna; ed Ile usin gei* aggiunge che numerose esperienze hanno 
provato le proprietà virulente del latte. 

Come nutrimento il latte spesse volte è stato usato senza aversi a la¬ 
mentare alcun nocumento, e valga per tutti il fatto, riportato da Bour- 
geois , di una balia che durante il corso di una pustola maligna al¬ 
lattò un bambino senza recargli alcun danno. Altre volte però il latte ha 
spiegato un’influenza nociva sulle vie gastro-intestinali; ma non ha dato 
alcun risultato specifico ed i fenomeni che ha prodotto sono stati coliche, 
diarree, occ. 

Queste opinioni tanto diverse, elevate sopra risposte non uniformi, che 
di tanto in tanto dà l 1 esperienza, forse non si possono spiegare che in un 
sol modo : ammettendo cioè che per sè stesso il latte non abbia poterò in¬ 
fettivo, ma che questo gli possa venire quando si mesca a sangue, sia per 
emorragie nei dotti della glandola mammaria, o sia anche altrimenti. Cer¬ 
ta cosa è che nè D e va i ne, nèBrauell han trovato batteri nel latte, 
mentre li han trovati nel sangue ; sicché del latte avverrebbe come del 
sangue dei feti di animali carbonchiosi. 

Le carni hanno proprietà virulente per quanto contengono di sangue. 
Per quanto più intensa ò la malattia carbonchiosa, per quanto più rie- 





co di batteri ò il sangue, e di sangue il muscolo che n’è irrorato, per 
quanto le carni sono fresche, per altrettanto avranno di maggior forza 
infettiva. 

Anche secondo Hartmann e Mau court la saliva potrebbe essere 
veicolo del virus e, deposta sulla cute, avrebbe prodotto la pustula ma¬ 
ligna. 

ha nozione che le polli, fresche o dopo le diverse preparazioni a 
cui le arti le sottomettono—la macerazione, la lavatura, la concia—pos¬ 
sano essere mezzi di contagio era antica. Noi abbiamo detto che Cau- 
viére riferisce che sulla superficie dei cuoj, talvolta anche preparati, 
ha trovato delle piccole cisti a contenuto nerastro, le quali, per quan¬ 
to ne pensavano i conciatori , potevano generare la pustola maligna. 
Ma, da banda questa nozione incerta , che ci viene dal giudizio in¬ 
competente dei conciatori di pelli , non sono poi dubbie le storie di 
pnstule maligne generate anche dall 1 uso di cuojo lavorato. 

Nei luoghi dove si lavora o prepara la lana molto facilmente si 
sviluppa la pustula maligna. Sono i peli , la lana ecc. i mezzi del 
contagio. Già Fournier avea notato la frequenza della pustola mali¬ 
gna nelle fabbriche di tappeti di Montpellier, e, dopo di lui, Montflis 
avea pure osservato che la pustola maligna si manifestava con al¬ 
quanta faciltà nei lavoratori di lana. Boyer, Vi dal, Li s frane fan¬ 
no parola della tenacità del virus rappreso ai peli, ed è infatti in for¬ 
za di questo virus rappreso che le lane, anche quando sieno scardas¬ 
sate, possono produrre la pustola maligna. Fournier, Vi re li ow, Bro- 
ca, Dolco!, H olb, Borstier ber, riportano esempi di contagio in in¬ 
dividui che lavoravano cenci in una fabbrica di ('aria. 

La mezzo comune di trasmissione dell 1 affezione carbouchiosa sull'uo- 
r no sono gl 1 insetti. Thomassin registra un gran numero di casi in 
coi le mosche, e gl’insetti in generale, trasmisero la pustula maligna 
suIFuonio. Così pure Ber traodi, Gilbert, Monteggia, Putegnat, 
Vivier, Regnici’, Bebault, ecc. In uu caso il morso di una zecca 
uscita dalla lana di un montone produsse la pustula , e Legendrc 
ha notato pure un caso in cui la morte seguì alla puntura dello stesso 
animale. Fu solo nella mente di Fournier e di Maret clic sorse l’i¬ 
dea di un insetto speciale che avea il triste privilegio d 1 inoculare la pu¬ 
stula dove toccava. È superfluo dire che questo insetto c restato sempre 
un 1 incognita per la scienza. 

Più vera e positiva è la nozione che sono molti gl’insetti che possono 
trasportare il virus — mosche, zanzare, vespe, api ecc. ; e molto con¬ 
cludenti e seri sono gli studi sperimentali fatti sul contenuto intestinale 
delle zanzare e sull’inoculazione delle proboscidi delle mosche, o dei pun¬ 
giglioni degl’insetti, che aveano pasciuto su cadaveri carbonchiosi. 

Mailer *) ha osservato che le zanzare che si levavano dal corpo di 


1 ) Annales de Chirurgie. Voi. I. 


8 




- 58 — 

animali morti per carbonchio, ed andavano a pungere gli scortichini, pro¬ 
ducevano loro la pustola maligna. Nessuno dunque oserebbe mettere in 
dubbio questo mezzo di trasmissione; ma per lo meno Raimbcrt e 
Davaine hanno esagerato, quando r hanno ritenuto come il solo modo 
di trasmissione del virus. 

Finalmente ogni animale imbrattato di sangue, o di altre sostanze che 
portano il virus, può trasmettere il contagio, anche quando esso stesso 
non ne resti tocco. Così i cani, i gatti ed altri animali domestici. Del 
pari ogni oggetto imbrattato di sostanze che portano il virus può fare 

10 stesso: un ferro adoperato, una scheggia di legno proveniente da una 
stalla, da un ovile, in cui domina il carbonchio. E, per dire tutto quello 
che si pensa, oggi qualcuno crede che, anche se si scava colle mani un 
terreno impregnato di sostanze carbonchiose, si può generare la pustola 
maligna sulle parti che vengono in contatto del virus. 

Cile animali carbonchiosi sieno sorgente d 1 iniezione per P uomo, è 
naturale e logico ; ma dobbiamo anche dire che ci è qualche opinione 
secondo la quale animali non carbonchiosi, ma che si trovano in uno 
stato morboso indotto dalla stanchezza, possono comunicare la pustola 
maligna. È solo per segnalare questo errore che riportiamo le opinioni 
di Mora mi e Bidault, i quali registrano esempi di macellari, ch'eb¬ 
bero la pustula maligna per avere sparato un bue che era morto per 
nessun’ altra malattia che per la stanchezza. 

Tra gli animali quelli che sono piò facile sorgente d’infezione car¬ 
bonchiosa per l’uomo sono gli erbivori: il bue, il montone niù facilmente; 

11 cavallo, l'asino, il mulo un pò meno. Per 13 o u r ge o i s sono sorgente 
di contagio per Puomo, in ordine di frequenza: la giovenca, la pecora, 
la capra, il cavallo, P asino, il coniglio, la lepre, il porco. Di 62 casi 
di pustula maligna Korànyi riferisce 40 a pecore carbonchiose c 22 
a giovenche. Thomas sin *} ricorda che un individuo si buscò una 
pustula maligna per avere scorticato un lupo; cd un altro esempio vide 
Chaussier su di un individuo che avoa scorticato una lepre. 

La razza degli animali , la specie colpita, lo stadio ed il grado della 
malattia , le sostanze animali che portano il contagio, lacuzio cd in¬ 
tensità del morbo , possono essere spesso ragioni di più o mcn facile 
trasmissione del contagio all’ uomo. 

Un quesito di grande importanza è questo : P uomo deve temere il 
contagio solo dagli animali ? Gli ò vero che la pustola maligna si può 
trasmettere da uomo ad uomo ? 

Prima di entrare in questo quesito bisogna dire che il virus carbon¬ 
chioso si trasmette, non solo su di animali della stessa specie, ma an¬ 
che di specie diversa. Si potrà discutere fin dove gii animali abbiano 


*) Op. cit. 




— 59 - 

lo stesso grado di suscetlività ; se agii erbivori si trasmetta più il con¬ 
tagio che non ai carnivori ; ma è indubitato che V uomo può trasmet¬ 
tere il contagio agli animali; e, secondo esperienze di Darai ne ed 
Hoffmann, la pustula maligna dell'uomo inoculata agli animali ripro¬ 
duce una malattia carbonchiosa. Così pure Brauell, inoculando lapustula 
maligna ai montoni, cani, vacche ecc., di 15 montoni inoculati vide mo¬ 
rire 10. Greese eGayct si pronunziano anello in senso affermativo. 

Posto ciò, a priori si potrebbe ammettere che, come dall animale il 
contagio si trasmette all’uomo, come dall'uomo all’animale, così dal- 
1' nomo può passare all’uomo. 

In fatto però l’esperienza lascia dei dubbi. Certamente è cosa ben 
difficile riconfermare coi dati della clinica 1* opinione affermativa o la 
negativa. L’uomo, a cui si crede inoculata dalTuomo la postula maligna, 
non sarà mai in tali condizioni da non lasciare supporre che il virus car¬ 
bonchioso, non altrimenti abbia operato su lui, che partendo dalla pu¬ 
stola maligna di cui era ammalato il vicino. Premunirsi contro le pos¬ 
sibili sorgenti di orrori non ò sempre facile ; anzi non è quasi mai 
possibile ; e, quando la pustola maligna si ò riprodotta, la piu scrupo¬ 
losa osservazione clinica non potrà affermare che il soggetto ammalato 
non sia venuto in contatto di carni o sostanza carbonchiose, e che la po¬ 
stula di un uomOjCol quale ha avuto rapporti,sia stata la sorgente del ma¬ 
le. La ricerca minuta di tali fatti resterà, a parer nostro, sempre un in¬ 
cognita. Senza pronunziarci perciò recisamente, ci limiteremo a dire che, 
se pure la trasmissione della pustola maligna da uomo ad uomo non è 
impossibile, è per Io meno più che rara , ò difficilissima. Premessa la qua¬ 
le dichiarazione, daremo i risultati della clinica e dell’ esperienza. Nega¬ 
no che la postula maligna si possa trasmettere da uomo ad uomo: Bay I e, 
che riporla casi d’individui clic dormirono con altri,affetti da pustola ma¬ 
ligna, senza esserne contagiati; Bonnot, Raimbert, Brensky, Bsi¬ 
seri ow ; i membri dell’Associazione di Euro c Loirc, clic su di loro stessi 
e di altri fecero infruttuose inoculazioni di pustola maligna; Itayor, 
che vide uno studente inocularsi la pustula maligna e seguirne risul¬ 
tato negativo. Korànyi sostiene di non aver mai visto che il contagio 
si trasmette come r ulcera molle da superficie a superfìcie. Dall altro 
lato si schierano per Pinoculabilità della pustola maligna da uomo ad uo¬ 
mo : 11 ufel and , che riferisce di una donna che ebbe pustula maligna 
per aver dormito con un’altra, affetta della stessa malattia; Man court, 
Levin, ILausbrand e Thornassin. Questi narra che una donna, 
avendo punto al marito una vescichetta che gli si era fatta sul viso, ed 
avendosi poi asciugato le lagrime che le scendevano sulla gota, ebbe pro¬ 
prio su quel punto della gota che avea toccata una pustula maligna^ 
11 e u s i n g e r *) cita anche casi che stanno per l'aflermativa eBourgeois ; 


Q Die Milzbrandkrankheiten der Thiere und des Menscheu. Erlangen 1850. 
2 ) Tiaitè pratique de la pustule maligne. Paria 1861. 





— 60 — 


racconta questo aneddoto. Una donna fu colpita da pustola maligna e per 
curarsi a dovere ricoverò in casa di una sua figlia, la quale dimorava in un 
luogo alto ed aerato, che da 30 anni non avea visto affezioni carbonchio¬ 
se. La figlia che la curò, ammalò di postula maligna. 

Finalmente H e i 1 bei c h, li e ss e 1 e N i c o 1 aj citano altre osservazioni 
di trasmissione della pustula maligna da uomo ad uomo. 

Ben si disse che la pustula maligna è una malattia di mestieri; a prò 
ferenza attacca coloro che sono in rapporto cogli animali carbonchiosi, 
ovvero coi prodotti ed avanzi di questi animali : pastori, contadini , coc¬ 
chieri, lavoratori di cuoj, veterinari, manescalchi, che introducono le ma¬ 
ni nella bocca o nel rotto di animali ammalati, macellari, scortichini, la¬ 
voratori di lana, scardassieri, operai delle fabbriche di crini, di carta, di 
cotone ecc. 

A questo riguardo ci piace di riportare le tre statistiche di Korànyi, 
Lengyel e Popper. 



K o ràn yi 

Lengyel 

Popper 

' Contadini. 

42* 

51 

19 | 

Guardiani di pecore. 


G 


» di vacche .... 


5 


Cocchieri. 

4 

3 


Mercanti di pelli. 


1 

5 

Lavoratori di cuoj. 


2 

3 

Cuochi-. 


1 


Bambino di uno scorticatore . 


1 


Serve . 


4 


Maestri., 


1 


Studenti. 


1 


Donne in posizione elevata . 


2 


Bambini di fittaiuoli .... 


2 


Saponaj. 



1 

Impiegati governativi .... 

4 



Giardinieri. 

3 



Medici. 

1 



Ragazzi di contadini non impiegati. 

8 




Più ordinariamente la pustula maligna ha sede nelle parti del cor¬ 
po che si portano nude; vuol dire là dove il virus può facilmente toc¬ 
care. Secondo Virchow in 84 casi su 100 la pustula maligna ha se- 


* Compresi anche i guardiani di pecore e vacche. 


























— 61 — 


de sulle parti scoperte del corpo (faccia, antibraccia, mano, dita, 
collo, orecchi) e 16 volte per cento sulle braccia, piedi. Bebault nel¬ 
la sua piccola statistica registra 8 casi, di 34, sulle parti coperte, vuol 
dire 1 ogni 4 che risiedevano sulle parti scoperte. 

Guipon dà la seguente classifica di sede della pustola maligna. Da 
essa si rileva che solo il 9 °/ 0 di postulo maligne—cioè 8 su 75 — 
aveano sede sulle parti coperte. 


Sulle diverse parli del corpo 


Faccia 

29 

Mani 

16 

Braccio 

12 

Antibraccio 

7 

Collo 

3 

Coscia 

2 

Gamba 

3 

Piede 

2 

Deretano 

1 


Sulle regioni 
Estremità superiori 3 5 


Faccia 29 

Estremità inferiori 7 
Collo 3 

Dorso 1 


Sulle parte laterali 
Lato sinistro 
Lato destro 


Sulle metà del corpo 
Metà superiore G6 
)) inferiore 9 

Sulle parti scoperte G7 
Sulle parti coperte 8 

del corpo 27, cioè: 

15 

12 


Statistica di Korànyi Statistica di Lengyel 


Diverse parti della faccia 

41 

Sul capo e facca 

4 t 

Collo 

3 

Collo 

5 

Nuca 

1 

Tronco 

10 

Estremità superiori 

21 

Estremità superiori 

29 


— inferiori 

6 


Gli uomini più facilmente che le donne sono attaccati dalla pustula 
maligna. Ci pare errore il dire che sieno più disposti o meno ; poi¬ 
ché non si tratta di vera disposizione che V uomo possa avere mag¬ 
giore della donna ; ma sono piuttosto i mestieri che gli uomini eser¬ 
citano a paragone delle donne quelli che li rendono più facilmente ac¬ 
cessibili all 1 azione del virus. Cosi 59 °/ 0 dei casi di pustula maligna 
sono di uomini, e 41 °/ 0 di donne. Korànyi di G2 postulo maligno 
ha viste 40 su uomini, e 22 su donne. Lengyel 44 su di uomini, 
e 3G su donne. 

Tutte T età vi possono andare soggette ; ma l’età più frequenti ca¬ 
dono tra i 10 ai 50 anni , cioè le diverse età in cui 1’ uomo s'inizia 
e continua nei mestieri. 11 16 % degli affetti è formato da individui che 
uou hanno raggiunto 10 anni. Korànyi ha visto la pustula maligna 
su di un bimbo a 9 mesi; e Lengyel su di un altro a G mesi. 







- G2 


Ecco le statistiche di Ivoràn 


Korànyi, casi 

62 

a 9 mesi 

1 

sotto i 10 anni 

G 

tra 10-20 

11 

20 - 30 

1 1 

30 - 40 

21 

40 - 50 

10 

50 - 60 

2 

CO - 70 

1 


i e Lengyel: 


Lengyel, 

casi 75 

a 6 mesi 

1 

sotto 10 anni 

9 

1 ra 10-25 

18 

25 - 40 

35 

40 - 50 

10 

V* 

O 

ó 

1 

60 - 70 

1 


La postula maligna è più frequente in quei mesi m cui è più fl ' u “ 
quente il carbonchio degli animali. Egli è vero che anche in inverno 
si può sviluppare il carbonchio o la pustula maligna ; ma la frequenza 
maggiore, per quello che le statistiche provano, è ne i mesi caldi — lu¬ 
glio, agosto e settembre. 

Korànyi fa notare che il carbonchio, c quindi la pustula maligna, e 
frequente nei mesi in cui sono frequenti le febbri intermittenti, ma non 
però nei luoghi dove sono frequenti queste febbri. 

Korànyi e Lengyel danno queste statistiche: 


Korànyi Lengyel 


Gennaio 

— 

3 

Febbraio 

— 

2 

Marzo 

4 

1 

Aprile 

1 

2 

Maggio 

— 

• 3 

Ghigno 

o 

t 

Luglio 

9 

13 

Agosto 

10 

30 

Settembre 

2 4 

1 5 

Ottobre 

7 

2 

Novembre 

3 

3 

Dece mb re 

2 

5 


Riguardo alle regioni dove la pustula maligna si presenta, bisogna 
dire eh'è pili frequente dove si sviluppano più facilmente affezioni car¬ 
bonchiose degli animali. Valga dunque per la pustula maligna quello 
che abbiam detto su questo r‘guardo parlando del carbonchio. 

La pustula maligna per lo più ò unica ; ma non mancano esempi di 
pustulc maligne multiple. 

Bourgeois in un caso ne vide due sull 1 avambraccio di un garzone 
macellaio ; un’altra volta ne vide tre. Bai ni ber t due sulla faccia dor¬ 
sale della mano di un mercante di montoni. Raphael anche due ; e 
Guipon iu 3 casi ne ha visto due per volta. Lengyel ne ha visto 3. 



- 63 — 

Ledere e Th ornassi» anche 3. Korànyi 4 in una donna — due 
alla faccia ed una per ciascuna estremità superiore. Guipon in un 
caso ne ha visto 5. Vicherat sei. Lo stesso Guipon ia un’altra os¬ 
servazione ne ha visto 10. Ed è il massimo, che noi sappiamo, che siasi 
osservato. 

Si potrebbe errare nello scambiare per pustole le vescicole seconda¬ 
rie che si mostrano ad una certa distanza della zona centrale della pu¬ 
stola primitiva. Questo è errore in cui facilmente si può cadere,c per evi¬ 
tarlo bisogna notare che, oltre 1’ugnale grado di sviluppo che presenta¬ 
no le puslulc, quando si sieno sviluppate contemporaneamente, la pu- 
stula maligna ò sempre circondata da un cerchio di vescichette, mentre le 
pustule secondarie ne sono prive. 

Si è infine notato che alcune volte tra una pustola maligna e V altra, 
nei casi di pustula multipla, è interceduto un periodo di pausa, un perio¬ 
do di alcuni giorni. Si è perfino detto da qualcuno che le altre pustole, 
dopo la prima, possono sorgere fin dopo 6 settimane. Un pò troppo, dav¬ 
vero; e Guipon, più che credere a questo lungo periodo di pausa, cre¬ 
de volentieri ad un secondo contagio. 

Finalmente V aver avuto una volta la pustula maligna non crea una 
condizione d’immunità per possibili nuove inoculazioni. Qualcuno ha 
avuto la pustola maligna più di una volta. 

III. 

Sintomatologia. 

Preceduta da uno stadio d’incubazione , la cui durata non si può 
determinare con precisione, ma che varia da poche ore fino a più giorni e 
che, ordinariamente di 1 a 3 giorni, eccezionalmente si estende a 6, 8 
giorni, e più eccezionalmente ancora a 12, 14 e 15 ; annunziata da un 
leggero pizzicore , o da un lieve senso di prurito in un punto della cute, 
per lo più in uno di quei punti che si portano scoperti—sorge una pic¬ 
cola macchia rossa, piana. Kassomiglia al morso di una pulce ed ha nel 
centro, ch’è leggermente sollevato, un puntino nerognolo. Dopo poche ore 
Questa macchia incomincia a prendere l’aspetto di una piccola papuletta e 
dopo alquante altre ore ò già una pnpula. 

Il prurito ed il senso di bruciore , che si sono fatti un pò più molesti, 
^chiamano Faltenzioiie dall’ammalato, Tuttavia si ritiene ancora come una 
molestia che non valga la pena di curaro. La papilla intanto, dopo poche al¬ 
tre ore — 12 o 15 — si ò trasformata in una piccola eminenza, rossa o 
hniua, di forma conica talvolta per un elevamento maggiore del centro, 
ovvero anche nel centro depressa. Si forma cosi un nodo Ietto. Nel cen- 
tl0 di questo noduleito mobile si gonfia una piccola vescicola, quanto un 
piccolo acino di canape , estesa 2 o 3 millimetri, non purulenta, piena, 
non tesa, da una certa quantità di un liquido sieroso, limpido, citrino, 



— 64 — 

o bianchiccio. Raramente di colore azzurrognolo o rossastro, questa vesci¬ 
chetta è alquanto floscia, depressa nel centro da sembrare ombelicata. 

Il nodulo su cui si eleva la pustula si conserva intanto limitato, duro, 
circondato da un’areola rossastra e da una leggera infiltrazione edematosa. 

Il prurito, ch’è vivo, fa correre spesso le dita deirammalato sulla piccola 
tumefazione, e sono alquanto rari i casi in cui le unghie non lacerano la 
vescichetta primitiva. 

Se la vescichetta restasse integra, finirebbe per disseccarsi, attaccarsi 
allo strato della cute sottoposto e convertirsi prima in una crosticina mol¬ 
le, più tardi in un’escara secca e dura. Rotta invece, lacerata, lascia ve¬ 
nir fuori la piccola quantità di liquido che contiene e scopre al fondo una 
limitata ecchimosi sottovescicolare, una macchietta nera, un punto rosso 
scuro, più o meno superficiale, più o meno morbido da principio ; ma che 
poi, disseccandosi man mano, si fa prima ancora più scuro, poi livido, e 
finisce per trasformarsi in un’escara. 

11 nodulo primitivo intanto si è reso più profondo. Esso stesso partecipa 
e si trasforma in parte in escara, la quale, varia di estensione e di profon¬ 
dità, ò ordinariamente di pochi millimetri, ma può anche arrivare ad uno 
o due centimetri. 

Allorché si ò formata l’escara centrale, il gonfiore è già progredito al¬ 
quanto dattorno. La base della tumefazione ora ò più larga, circondata da 
un alone rosso violaceo , e questo a sua volta da una zona d’infiltrazione 
edematosa. 

Tutto attorno all’ escara centrale sorge allora un cerchio di vescichette, 
più o meno grosse, piene di un liquido giallastro, rossiccio, o nero, a se¬ 
condo ch’è citrino, sieroso semplice, o più o meno sanguinolento, e di rea¬ 
zione neutra, o raramente alcalina. Con idea felice, c che rende perfetta¬ 
mente la immagine, Bourgeois ha paragonata l’escara in mezzo al cer¬ 
chio delle vescichette ad una pietra da anello incastrata in un castone 
di perle. 

Questo cerchio di vescichette, completo e chiuso per lo più, eccezional¬ 
mente può essere incompleto; ovvero, se le vescichette sono cosi vicine da 
toccarsi, distrutte le pareti per le quali sono in contatto, possono trasfor¬ 
marsi in un anello, con prominenze nelle parti che corrispondono alle som¬ 
mità delle vesciche e strozzamene in quelle corrispondenti al punto di 
contatto e di fusione di esse. È grande eccezione, se manca il cercio di ve¬ 
sciche e la zona rossa che lo circonda. Ordinariamente quel cerchio ci è, 
circondato da una zona azzurrognola e da una tumefazione, la quale, ora¬ 
mai a questo periodo deila malattia, ò diventata più sensibile, e continuerà 
a crescere, sparsa alla superficie di ecchimosi superficiali, circondandosi 
di limiti duri, e chesi perdono insensibilmente in un’infiltra 2 Ìone edema¬ 
tosa dei tessuti circostanti. 

La zona vescicolare intanto, che dapprincipio avea destato prurito, diventa 
insensibile e la insensibilità si allarga sempre più verso lo esterno. 

L’escara centrale guadagna estensione ; nuove e più grosse vescicole» 




— 65 — 


non più a cerchio, non più simmetricamente disposte, si gonfiano irrego¬ 
larmente su diverso parti delle superficie della tumefazione, e specialmente 
sui luoghi dove prima si erano annunziati perturbamenti di circolazione 
mercè macchie ecchimotichc ed eritematose. 

In ogni punto, dove sorgono vescicole—si dissecchino esse o si rompa¬ 
lo— si forma dopo alquanto tempo un’escara, una crosta, di colore scu¬ 
ro, o nero, non profonda. 

La tumefazione, l’induramento, il gonfiore edematoso , progrediscono 
sempre. Un braccio è tutto gonfio, o una parte del coll©, o il volto ò de¬ 
formale la pustola è su di una di queste regioni; ed un doloro spontaneo, 
clic la pressione rende un pò più sensibile o che ha piuttosto carattere 
gravativo, crucia Y ammalato. 

Ben presto però la scena di questi fenomeni muta. La tumefazione car¬ 
bonchiosa che si ò fatta prominente più o meno,rotonda,col centro depres¬ 
so, dura, e su cui si manifestano i più grandi disturbi di circolazione, di¬ 
viene insensibile e finisce per presentare fenomeni gangrenosi. 

La malattia continua nel suo corso fatale. L’infiltramento edematoso at¬ 
torno al tumore duro guadagna sempre maggiore estensione ; i suoi con¬ 
fini si perdono , sfumando , nei tessuti sani ; al tatto rivela una certa pa¬ 
stosità ed alcune volte da la sensazione dell* enfisema sottocutaneo. Il tu¬ 
more ha la temperatura di poco più alta di quella del resto del corpo ; è 
circondato dalla zona di tessuti edematosi, dei quali la temperatura ò mol¬ 
to piu bassa dell’ ordinaria. 

Le gl and ole della stazione linfatica più vicina sono gonfie ed oltre alle 
strisce rosse,o rosso scure,che rivelano il profondo turbamento della circo¬ 
lazione sulla intera tumefazione, anche i linfatici possono essere segreti 
talvolta da strisce rosse. Man mano altre più gravi per quanto rapide al¬ 
terazioni si manifestano. Tutta la tumefazione si fa pastosa,di un colore scu¬ 
ro intenso, livido. Le vescicole che sorgono sono piene di un liquido, non 
sieroso semplice, ma siero sanguinolento per emorragie. Una necrosi este¬ 
sa invade i tessuti, i quali sono anche in preda all’enfisema gangrenoso. 

Intanto a questo quadro dei fenomeni locali non hun tardato ad ag¬ 
giungersi i fenomeni generali. A seconda la intensità e la rapidità della 
infezione, i fenomeni generali si possono manifestare anche un giorno o 
due dopo T apparire della pustula. Ordinariamente si presentano dopo 
quattro giorni. 

Se fino a questo punto lo stato generale dell’ammalato non era tur¬ 
bato per nulla, o un leggero malessere ed una lievissima febbre aveano 
richiamato l’attenzione del medico, ora la febbre si fa alta e gagliarda. 
Ad un profondo senso di stanchezza si aggiungono frequenti nausee , 
pesantezza di testa, sonnolenza, pene all’epigastrio, o gastralgia addi¬ 
rittura, ed un leggero senso di oppressione. La frequenza dei polso ò 
in rapporto dell’altezza della febbre, e la forza sistolica del cuore in 
relazione delle forze generali, non ancora depresse. 

Frattanto la febbre, che nel primo giorno, leggiera, uvea potuto pre¬ 
fi 




— 66 - 

sentare fenomeni di remissioni inatutine , ora, molto più alta, rende 
calda ed arida la cute. 

I prolabi son caldi ed asciutti. La lingua, arida, è coperta di una pa¬ 
tina bianca, sfrangiata verso i bordi p la punta. La bocca, secca. L'alito, 
puzzolente. Poi, alquanta sete, inappetenza, nausee o vomito, costipa¬ 
zione. Urine rosse e senza albumina. Il dolore di testa, reso grave, si 
trasforma in delirio ; i fenomeni di eccitamento dapprima sensibili , i 
dolori, che di tanto in tanto travagliavano le membra e stancavano le arti- 
colazioni, la sensibilità all'epigastrio ecc. sono seguiti da fenomeni di 
depressione. Sopraggiungono sudori freddi , meteorismo e diarrea, san¬ 
guigna talvolta negli ultimi momenti e con dolori addominali , stordi¬ 
mento, coma, debolezza di polso, eh’è piccolo e frequente;'rcspiro an¬ 
sante, frequente, aritmico. La faccia delPammalato si sforma; le labbra 
ed il volto presentano i caratteri della cianosi. Al pervigilìo ostinato suc¬ 
cede una sonnolenza, resa più calma dalla cefalea che cede. Sopraggiun¬ 
gono deliqui. I/estremità sono fredde; le arterie lontane dal centro per¬ 
dono il polso; i! corpo si copre di un sudore freddo e vischioso; Palilo 
è gelido ; gli ammalati sono affaticati da una dispnea straziante c di¬ 
vorati da una sete inestinguibile. 

Finalmente, preceduto da convulsioni, o raramente da deliri, viene il 
collasso e la morte chiude questa scena di dolore. 

Alcune volte a questo stesso funesto risultato non conducono feno¬ 
meni che si succedono così intensi e rapidi ; ma la pustola maligna 
localmente migliora ; i fenomeni locali spariscono lentamente ; spari¬ 
scono anche i generali ; e solamente al posto degli uni e degli altri 
restano tali profonde alterazioni delle vie gastrenlerichc che Y ammalato 
a lungo andare soccombe. Questa ò la morte che arriva lentamente a 
chiudere un processo patologico lungo. Vi sono altri casi in cui la morte 
sopraggiunge rapida e V individuo soccombe tra poche ore — poniamo 
24 ore. È in questo caso che a fenomeni locali relativamente miti 
corrispondono fatti generali di una intensità e di una rapidità notevoli. 
La tumefazione carbonchiosa e la zona edematosa possono essere poco pro¬ 
nunziato, senza che per questo perdano la loro influenza mortifera sul- 
P organismo. In questi casi sembra che i fenomeni locali non abbiano 
il tempo di svolgersi, tanto l’assorbimento è stato rapido ed attiva ed 
energica la potenza del virus. 

Ben ò vero però che non è questo sempre l’esito finale della pustola 
maligna. Allorché la guarigione cosidetta spontanea della pustula viene 
qualche volta a riconfermare il dogma della natura medicatrice degli anti¬ 
chi; o, ciò che torna lo stesso, ad aggiungere altri titoli di gratitudine ai 
poteri fisiologici dei moderni; allorché il salutare intervento della terapia 
arresta nel corso pericoloso la malattia, specialmente quando ancora non 
si sono pronunziati, od anche non sono così inoltrati da essere invincibili, 
i fenomeni generali , attorno all'escara centrale del tumore carbon¬ 
chioso si ordisce un lavorio di suppurazione eliminatrice. Le parti si 



fanno più sensibili; divengono più calde; da pallide, più rosse. I tes¬ 
suti edematosi , grazie all 1 assorbimento , si liberano dei liquidi che 
gl 1 infiltravano ; ed il tumore duro su cui era la pustula , diventato 
molle , finisce per sparire lentamente e più tardamente della zona ede¬ 
matosa. Testimone della burrasca che ha imperversato in quel punto 
resta un 1 ulcera che ha lasciato, cadendo, l'escara, e che anch’essa gua¬ 
risce col tempo. Se fatti generali vi erano, tosto subiscono un certo grado 
di attenuazione e di raddolcimento. I polsi diminuiscono in numero e 
guadagnano in forza. La temperatura si abbassa sempre e gradatamente, 
finche segna il punto di equilibrio normale. La respirazione, non più 
disordinata, ansante, si fa calma, ritmica. Restano i fenomeni di spos¬ 
samento che la febbre, rinsonnie) e l’ioappeteuza han prodotto, i quali, 
ultimi a sparire, si dileguano man mano. 

Qual’ è la durata della pustula maligna? Quale quella di ciascun 
periodo ? 

Si parla di periodi, poiché i diversi stadi della postula maligna si 
sono voluti riordinare sotto la legge dei periodi. Bourgeois prima, e 
dopo di Ini Bùllinger, ha ammesso due periodi, uno locale e l’altro 
generale. Il locale è segnato dal primo apparire dei fenomeni locali, 
si estende fino al sorgere dei fenomeni generali e dura da 48 a 60 
ore. Il secondo periodo, il generale , incomincia dal sorgere dei feno¬ 
meni generali, finisce colla morte o colla guarigione e dura da 5 a 8 
giorni. 

Altri accordano 4 periodi alla pustula maligna. Raimbert ne am¬ 
mette tre e Foli in anche tre: incubazione, eruzione, intossicazione. 

La durata del periodo d 1 incubazione ò varia, secondo quello che nc 
pensano gli autori. Durata media da 1 a 3 giorni ; ma può essere più 
breve o più lunga. Casi come quelli di Bayle di uu ufiìziale sanitario 
che ebbe la pustula maligna 09 giorni dopo di aver sezionato un ani¬ 
male carbonchioso, sono troppo rari per non meritare F onore di en¬ 
trare nel quadro della pustula maligna. Ma , che il periodo cY incu¬ 
bazione duri da 2 a 3 giorni lo dice un’autorità del valore di Bour- 
geois ; che possa durare da qualche ora a d a 6 giorni lo d : ce Rayer, 
e che possa durare 12 a 14 giorni è opzione di Bidault. 

li periodo di eruzione dura da 3 a 5 giorni. Quello d’ intossicazione 
da 4 a 6 giorni. 

11 corso intero della pustula maligna è nella maggior parte dei casi 
dagli 8 a 9 a 10 giorni, raramente va da 11 a 20 , o da 21 a 30. 
Aucora più rari sono i casi in cui, oltrepassando la terza settimana, e 

quarta, la pustula maligna vada al di là del 30° giorno.—Infine si conta 
qualche decorso di 3 o 4 mesi, cd in questi casi più frequentemente si 
muore per le conseguenze della pustula maligna , per le lesioni intesti¬ 
gli, le stenosi dell 1 intestino, come ha provato la clinica a Raimb e rt 
0 riconfermato l'anatomia patologica a Bidault. 

Cai lato opposto sta la rapidità del corso della pustula. Abbiamo detto 



— 68 - 


che di pustola maligna si può morire in 24 ore e rari anche i casi acuti 
di morte in 3 o 4 giorni. En a u x e C ha u ssi e r, come pure B id au 1 t, ci¬ 
tano casi di morte in 24 oro, e Rai mbert tra 4 o 5 giorni. 

Montflis, Regni e r e Rai m bert citano esempi di una rapidità di 
corso spaventevole; ^ammalato senza fenomeni locali cospicui, anzi niente 
pronunziati., finì rapidamente, come sotto Y influenza di gravi perturba¬ 
menti generali. 

La spiega di questi rapidi turbamenti generali non si deve trovare, se 
si vuole, che in un rapido avvelenamento del sangue. T-h onorassi n 
attribuiva questi casi di morte rapida ai fatti generali, e questi faceva 
consistere nella reazione simpatica del sistema nervoso in seguito al l'ir- 
ritaziouo locale dei nervi. 

E n au x, Ch a u s‘s i e r,‘G h a m bon, B o u r g e oi s, Sa u cer ot fce, B o y e r 
li attribuivano ad alterazioni di umori, idea che — con certe mutazioni — 
ò stata riconfermata dalle vedute della patologia odierna. 

IV. 

Diagnosi differenziale. 

So la postula maligna si presentasse sempre con quei pochi, ma pre¬ 
cisi caratteri che la distinguono dalle altre malattie, rare volte offri¬ 
rebbe ragioni di difficoltà. La sua diagnosi in questi casi è facile e di 
un’ evidenza senza pari. 

I fenomeni locali però, per molle influenze modificati nel corso della 
loro evoluzione, e qualche volta turbati dall 1 opera stessa dell'ammalato, 
presentano in molti altri casi all’animo dell 1 osservatore il problema se 
quella che si ha sott’ occhi é una pustula maligna e non un’ affezione 
gangrenosa. In molti errori sono caduti gli spiriti più illuminati, i pra¬ 
tici più seri ed esperti, gli osservatori più corretti e scrupolosi. 

A quello che abbiamo detto, trattando della sintomatologia della pu- 
stula maligua, bisogna aggiungere che la diagnosi talvolta è rischiarata 
dalla qualità del paziente che si osserva , dalle abitudini di lui , dai 
luoghi ove vive , e dalle condizioni in mezzo a cui vive. Senza dub¬ 
bio, allorché si è in luoghi in cui infierisce il carbonchio , o quando 
l’individuo che si osserva è un mandriano, un conciatore di pelli ecc. 
queste nozioni possono fino ad un certo punto preparare la via alla 
diagnosi. 

La diagnosi della pustola maligna deve fondare principalmente su tre 
dati, e poi ancora sull 1 osservazione microscopica e sull* esperimento , 
sulla inoculazione. 

Un elemento importante per la diagnosi ù la mancanza di pus, o di 
liquido sanioso , nella vescicola che forma la pustola. Un altro è la 
mancanza di forti dolori spontanei. Un terzo il cerchio vescicolare — ve¬ 
scicole non purulente — attorno ad un’ escara centrale. 




— 69 — 

L’osservazione microscopica può dare l’assoluta certezza della dia¬ 
gnosi ; può darla so cade sul sangue , può darla se cade sulla lesione 

cutanea . .. . . 

Se col microscopio si osservano i batteri nel 'angue ; se questi bat¬ 
teri si osservano nella pustula maligna ; se si trovano nell' escara della 
pustula, o nel siero delle vescicole , come vuole ttaimbert , allora 
la diagnosi non lascia alcun elemento di dnbb'o. La loro presenza ha 
indubbiamente un valoro positivo di diagnosi ; a farla essi soli bastano. 
La loro assenza dal sangue però non ha eguale valore negativo in 
quanto abbiamo veduto che può ben trattarsi di un’ affezione carbon¬ 
chiosa e nondimeno in un dato periodo non trovarsi batteri nel san¬ 
gue, od anche sfuggire ad un’osservazione non rigorosa. 

Un soccorso alla diagnosi può recarlo l’inoculazione negli ammali , 
specialmente negli erbivori. Ma anche per 1 inoculazione bisogna ne 
che un risultato affermativo dell’esperimento afferma la pustula maligna, 
laddove uno negativo nou la esclude, 

Posto ciò, la diagnosi differenziale della pustula maligna. 


Diagnosi differenziale iva la pustula maligna e 

1° Le punture degli inselli. — Queste punture si annunziauo con vivo 
prurito dapprincipio, prurito a cui sopvaggiuuge una colorazione rosea 
di un punto, e talvolta anche un piccolo tubeicolo ed una itene, 
sono delle mosche che si posano sulle palpebre, un luogo eh e comune 
sede delle pustule maligne, e colla loro puntura producono picco ì u 
moretti, accompagnati da prurito e coronali da una vescico otta. . on 
manca neppure un certo gonfiore edematoso nei dintorni. 

Sia questo insetto , o un altro , una zanzara per esempio , bisogna 
tener presente che, quando si tratta di un tubercoletto so lo, la coloia- 
zione ò uniforme, viva, non livida , senza cerchio vescicolare attorno^ 
il prurito poi cessa man mano e questi fenomeni scompaiono mveoe 

di crescere. -, 

Quando poi il tubsrcoletto è sormontato dalla vescicola, o circondato 

da una sona edematosa, il dubbio si fa anche più f»' 

fugarlo bisogna considerare : che il tubercoletto e n.evu o • 

Rei e della cute; che una colorazione giallastra circonda qu P ‘ 
tumefazione centralo, la quale nel mezzo ha un plinto giàIlo■, 
vescicola è sferica, senza depressione centi a e, non om > 1 ' 

mente anche la rapidità con cui tutti questi fenomeni nui 
tro alla puntura ; poiché, come si conosce, i veleni ì Q . 

hanno stadio d’incubazione, come l’ha il virus della pustola ^ al 'e na - 
Alcune volte, sebbene non comunemente, nel centro^ delia les one 
setto ha lasciato l'arme con cui ha ferito il pungig onm Se quc*to 
trova, ò un indizio che può rassicurare abbastanza su di uua diagnosi 

negativa di malattia carbonchiosa. . , • 

2° L'acne. — La pustula di acne porta un punto nero centralo, in- 




— 70 — 

fossato più o meno, attorno a cui una prominenza circolare. Torno torno 
a questo nucleo la pelle si dispone a grinzoline. Questo aspetto può si¬ 
mulare una pustula maligna; ma Terrore è facile a scongiurarsi. Tri' 
ma di tutto T acne è accompagnato da un dolore intenso , quando si 
prema alla base la piccola iodurazione su cui si eleva la pustula : e 
poi la stessa pressione fa venir fuori dalla sommità, ove è il punto nero, 
la materie sebacea, ovvero anche una sostanza purulenta. 

3° L' ectima. — La pustula di ectima, come quella maligna, presenta 
un punto nero, centrale, abbassato, depresso. Si mostra alle membra. 
Bisogna notare però che la pustula di ectima sorge con fenomeni d in¬ 
fiammazione chiarissimi ; ò molto dolente ; è più prominente, meno piat¬ 
ta della pustula maligna. Sollecitamente diviene purulenta, e nel fondo 
presenta una pseudo-membrana che, allontanata, lascia un’ulcerazione 
superficiale. 

Anche quando la pustula di ectima abbia formato la crosta bruniccia 
infossata, e qualche volta sia circondata da un 1 anello di color giallastro 
per infitrazione siero-purulenta sottepidermica, la diagnosi differenziale 
non sarà difficile, se si bada che nella pustola di ectima manca Tareola 
vescicolare attorno T escara. 

4° L’ erpete . — Le manifestazioni vescicolari appartenenti alT erpete 
si possono presentare sotto diverso aspetto. Alcune volte si sviluppa un 
piccolo gruppo di vescichette con in mezzo una eh 1 è più grossa delle 
altre, depressa, piena di un liquido rossastro , o violaceo , e con un 
punto nero in mezzo. Altre volle le vescicole di erpete formano, vici¬ 
ne come sono, un piccolo mucchio, depresso, di color violaceo e circon¬ 
dato da piccole vescichette, di una forma che si avvicina alla circolare. 
Dintorno ò una tumefazione edematosa ed eritematosa. NcIT uno come 
nell’ altro caso ci può essere un vivo senso di prurito , o di puntura, 
sicché gli ammalati affermano di essere stati punti da una mosca. 

Come si vede, T errore in questo caso può essere ben facile ed an¬ 
che un occhio clinico provato ad una superficiale osservazione può illu¬ 
dersi. Però vi ò una sensibilità più o meno viva del punto su cui è 
T eruzione ; le vescicole si deprimono sollecitamente e , prima ancora 
di deprimersi, hanno assunto caratteri purulenti. Più tardi si trasfor¬ 
mano in una crosta sottile. Si aggiunga dippiù che talvolta a tutto que¬ 
sto precedono fenomeni generali febbrili. 

5° Il vajuolo . — Parrà impossibile la confusione di una pustula di 
vajuolo con la pustula maligna. Nonostante ciò, Bidault ha registrato 
un caso in cui in un bambino di 4 anni e mezzo , convalescente di 
vajuolo, si fallì la diagnosi di pustula maligna alla palpebra , o l’in¬ 
fermo morì, perchè quando il medico si avvide dell'errore era già troppo 
tardi. 

La pustula di vajuolo però ò sempre preceduta da fenomeni gene¬ 
rali : e poi non succede mai che , sia pure- un 1 infezione mitissima , 
P eruzione vajuolosa si limiti ad linaiola pustula. 



— 71 — 

6° V eresipcla. —L* eresipela accompagnata da eruzioni vescicolari, 
miliari o pustolose ; ovvero una semplice eresipela che per avventura 
parta da una lesione insignificante della pelle coverta da un* escara ; 
oppure un 1 eresipela che si generi attorno ad un processo vescicolare 
accompagnato da gangrena, può formare un dubbio di diagnosi. 

1/ eresipela iutauto si spande sempre su di una superficie non cir¬ 
coscritta tra gli angusti limiti di una pustula maligna ; la linea rossa, 
che si descrive nel confine tra i tessuti sani ed il campo eresipelatoso, 
è sinuosa, irregolare; vi ò dolore vivo ; il campo dell'affezione migra, 
si trasporta da un punto ad un altro, lasciando le parti che primiti¬ 
vamente ha colpito. Vi esistano pure l’escara e le vescicole miliari, o 
l'eruzione pustolosa, non avverrà che si formi attorno alla crosta il 
cerchio di vescichette regolarmente disposte. A tutto questo si aggiun¬ 
ga che fatti generali e fenomeni febbrili precedono spesso la manife¬ 
stazione locale, e nelle vicinanze della regione ammalata le glandole lin¬ 
fatiche affette depongono anch’esse p?r la diagnosi delTcresipela più che 
per quella della pustula maligna. 

Che se poi noi si trova in presenza di uno dei casi di eresipela gan¬ 
grenosa, la diagnosi da un certo punto di vista sarà più difficile ; dap¬ 
poiché vi sono flittene piene di un liquido rossastro o scuro, vi sono 
escare nere e gangrenose e disfacimento di tessuti. La diagnosi diffe¬ 
renziale in questi casi fonda su questi criteri: l’intensità con cui 9i 
sono pronunziati i fatti locali, coi caratteri del risentimento più o meno 
vivo o del dolore ; la coesistenza dell’ infiammazione nelle parti cir¬ 
convicine, e poi i fenomeni generali che hanno preceduto ed accompa¬ 
gnato r affezione eresipelatosa, 

7° 11 noma. — Il noma, o cancro aquatico, o stomacaco gangrenoso 
dei bimbi, quando, devastata la mucosa della guancia ed approfondatosi 
dallo interno verso lo esterno , si manifesta come una piccola escara 
sulla cute della faccia, può per un momento mentire la pustula mali¬ 
gna. Ma T osservare la mucosa della guancia largamente distrutta e cali¬ 
ginosa ; il conoscere che il processo è partito dalla mucosa e, renden¬ 
dosi profondo, è passato sulla cute; il notare che l’escara del Doma 
è larga, molle, sbrandellata, non circondata dal cerchio catteristico di 
vescicole — sono i criteri che ci salveranno dall’ errore. 

8° Il furuncolo. — Il foruncolo richiede anch’ esso un pò di attenzione 
Per non esser confuso con la pustula maligna. Non ci è dubbio che, 
fiuando il processo infiammativo sia intenso, si possono anche formare 
delle vescicole piene di una sostanza sierosa, o siero-sanguinolenta, lo 
fiuaii potrebbero accrescere le ragioni dell’ errore. 

Il tumoretto furuncolare si presenta prima di tutto sollevato, conico 
e rosso. Se si tocca, è duro ed estremamente dolente, e quando anche 
fosse circondato da vescicole, queste, nè per topografia, nò per modo di 
Esporsi, possono confondersi con quelle della pustula maligna. Se poi le 
9i rompono, il carattere che presenta il loro fondo è anche un criterio 



— 72 - 

differenziale evidentissimo; poiché non vi si trovano escare, nè tessuti 
gangrenati. 

E se pure nel centro del foruncolo si forma un escava, non sarà, prima 
di tutto, circondata dal cerchio simmetrico di vescicole; non sarà secca 
nè resistente al taglio ; o poi, se si allontana o s incide, ed il tumore 
formicolare è rammollito, con un pò di pressione verrà fuori una so¬ 
stanza purulenta sanguigna. Anzi, se non si vuole allontanare 1 escara, 
si può seguire il consiglio di Girouard pei" la diagnosi diQerenziale. 
immergere orizzontalmente uno spillo sotto 1 escara, imprimergli dei 
movimenti di laterali^ e nello stesso tempo premere il foruncolo nella 
base. Se il processo è ad un certo periodo, si vedrà venir fuori qualche 
cencio misto a sangue. 

9° V antrace. — Il processo dell’ antrace avendo la stessa natura di 
quello del foruncolo, la diagnosi differenziale, su per giù, poggia sugli 
stessi dati. 

Anche V antrace si offre come una tumefazione, che può presentare 
dell'escare, che può avere delle vescicole. Anche attorno all antrace, 
quando dalla baso del tumore il processo i n fiamma Li vo si sia diffuso , 
creando una zona flemmonosa, si può manifestare la tumefazione più o 
meno edematosa : ed anche qui si possono sviluppare processi gangre¬ 
nosi, i quali possono limitarsi agli strati superficiali della pelle e .dare 
luogo a dell’escare più o meno estese, ovvero anche invadere la spes- 
sezza del tumore. 

Ma questo tumore, ha sede nei punti dove la cute è spessa, e non 
predilige le parti scoperte meno che quando si trovi sulla nuca. Dip- 
più esso si forma dapprincipio, ò il primo fenomeuo locale che sorge, 
a cui poi sieguono e vescicole, quando ci sono, e gangrene. Il suo sor¬ 
gere è accompagnato da fatti generali ; il suo corso è più lento di 
quello della postula maligna. La cangrena, allorché si sviluppa cospicua, 
è del centro del tumore che parte e va verso la cute, e se anche vi 
fosse 1’ escara centrale, non vi sarebbe il cerchio di vescichette, e quella 
sarebbe molle e puzzolente. 1/ antrace oltracciò ò doloroso spontanea¬ 
mente, più doloroso alla pressione. Se ò circondato dall'edema infiam- 
mativo del flemmone, questo edema non è bianco, come nella pustola 
maligna, nè molto esteso; ma ò più limitato e di color rosso o rosso- 
scuro. Non bisogna poi dimenticare che ad un periodo dell’ antrace la 
confusione colla pustula maligna è impossibile, in quanto, allorché quello 
incomincia a foracchiarsi verso la sommità, 1’ uscita dei cenci misti a 
sangue è un criterio diagnostico indiscutibile. 

10° Altri processi infiammativi. — La pelle ed il cellulare sottocutaneo 
sono sede di alcuni precessi infiammativi flemmonosi, o suppurativi, i 
quali alcune volle si accompagnano, anzi essi stessi passano a processi 
gangrenosi , associati a flittene c vescicole sierose. Como è naturale t 
bastato di enunciare cosi la cosa , perchè ognuno comprenda che si¬ 
mili alterazioni possono portarne altre , come sono le metastasi intei - 



— 73 — 


ne, a cui spesso segue la morte. Ebbene, per molti di questi caratteri 
alcuni autori hanno voluto ritenere quei processi come affezioni di natura 
carbouchiosa, e Lisfranc prima, più tardi Raimbert nella Società di 
Chirurgia e Broca hanno riferito di questi casi, a cui anch’essi han dato 
il valore di malattie carbonchiose. 

Non ci vuole uno studio profondo per dire che tra le affezioni carbon¬ 
chiose e quelle infiammative o gangrenose ci corra. Non si può stabilire 
tra le une e le altre alcun nesso, e male avviserebbe colui che volesse 
unirle tutte sotto uno stesso principio di causalità, solamente perchè 
tutte possono produrre metastasi, o in generale processi interni, senza ba¬ 
dare che in un caso è la natura del virus quella che spiega tutto, e negli 
altri casi sono processi settici o piemici, fenomeni di riassorbimento, cho 
nulla hanno a vedere col virus della pustula maligna. La maggior parto di 
queste affezioni , che si vorrebbero far entrare nella classe della pu¬ 
stula maligna, sono dei flemmoni diffusi, per distinguere i quali basterà 
notare che hanno carattere troppo propri, perchè si possano confondere 
con altri processi. Da banda le note caratteristiche, i fenomeni generali 
e locali ed il corso dei processi infiammativi, suppurativi è gangrenosi 
della cute, se pure vi sono delle vescicole, sono multiple, grandi come 
bolle, sparse sulla cute calda, tumefatta, dolente, tesa. Ancora dippiù: il 
siero di queste vescicole, sanguigno talvolta, si fa per lo più purulento. 

Il 0 La morva. — I carbonchi della morva si distinguono dalla pustula 
maligna, perchè sono accompagnati da fatti generali imponenti ; e perche 
sono multipli. 

12° La peste. —L’eruzione della peste si distingue parimenti e per 
i caratteri generali violenti, c per la sede delle manifestazioni cutanee 
nelle parti coperte e del tronco, e per la loro eccessiva sensibilità, per 
l 1 eccessivo dolore, e perchè sono multiple e 1' escare gangrenose molto 
estese. 

13° Altre pustule. — Qualche volta sulla cute sorgono rapidamente delle 
pustule. Le seguono immediatamente vivi dolori locali, che si rendono più 
atroci, se si preme la base , eh’è estremamente sensibile. Attorno: in 
prossimità della pustula un cerchio rosso, più o mene scuro; più lontano, 
i tessuti gonfi, edematosi, rossi, dolorosi, caldi. Queste pustule, rotte, man¬ 
dano un lìquido più o meno torbido, ed alcune volte sanguinolento; men¬ 
tre più tardi al posto di queste vescicole resta un’escara ciscoscritta e di 
un par di millimetri di spessezza. Oltre alla reazione locale,le glandolo lin¬ 
fatiche vicine sono dolenti, e talvolta vi sono fenomeni febbrili.Sono pustole 
cangrenose, le quali possono appartenere al pemfigo cancrenoso, alla ru¬ 
pia, all’’ectima, e come si vede, alcuni dei caratteri che le accompagnano 
potrebbero farle confondere colla pustula maligna. Altri caratteri però co¬ 
stituiscono la diagnosi differenziale e sono: la mancanza del cerchio vesci¬ 
colare attorno l’escara; l’escara non secca, ma molle; la base delle pustule 
dura e sensibilissima; il rapido erompere ed il corso rapido della pustula; 
il liquido delle vescicole torbido; l’edema e l’infiltramento attorno la pu- 

10 




— 74 — 

stula rosso-scuri e dolenti. Poi: i disturbi generali e il risentimento sol¬ 
lecito delle glancìole linfatiche. 

14° Puslule pseudo-maligne. — Finalmente bisogna mettere nel quadro 
della diagnosi differenziale alcune altre puslule che sarebbero per così dire 
pseudo-maligne, non nel senso che non sieno dotate di una certa mali¬ 
gnità’, ma perchè è dubbio che sieno espressione di processi carbonchiosi. 
Molto probabilmente esse sono prodotte da inoculazione di sostanze 
settiche. 

La diagnosi differenziale tra queste pustole e le pustule maligne e di 
una difficoltà da non potersi dire. 

I primi critiri a cui la mente dell osservatore ricorre sono due : ossei- 
vare al microscopio il siero e Pescare di queste pustule pseudo-maligne, 
per vedere se vi sieno batteri ; inocularle agli animali per cercare di 
riprodurre un 1 affezione carbonchiosa. Ma sono esperienze queste che vo¬ 
gliono del tempo e non sempre del tempo si può disporre a volontà. Hi - 
sogna dunque ricorrere ai caratteri clinici; ma anche questi non sono molti, 
nò chiari fino all 1 evidenza. 

Le condizioni in mezzo alle quali si producono queste pustule ; 1 in¬ 
tensità ed il valore dei fenomeni che precedono, od accompagnano, o se¬ 
guono P eruzione, saranno i primi criteri che ci chiameremo dinanzi alla 
mente. Poi, la vescicola ò come una bolla e non ombelicata; l’escara 
molle, prominente, grigiastra o giallastra. Se vi ò zona vescicolare, o è 
insignificante, piccola, ovvero larga molto. L 1 areola critematosa è di color 
rosso vivo. Il contenuto delle vescicole ò piu o meno torbido. Il focolajo 
d 1 infiltrazione su cui si eleva la vescicola si può ciscoscrivere facilmente; 
è sensibile, dolente. La cute ed i tessuti vicini hanno un certo grado di 
tensione elastica. I linfatici sono infiammati; dolenti e tumide le glandole, 
a cui questi mettono capo. 

Con questi criteri, ponderati ed apprezzati a dovere, si potranno non 
confondere, dopo un accurato esame, queste pustule pseudo-maligne, colla 
vera pustula maligna. 


Y. 

Prognosi. 

La prognosi della pustula maligna non si può compendiare in una 
sola frase ; poiché si deve desumere da molte condizioni , le quali bi¬ 
sogna studiare P una dopo dell 1 altra. Se si dicesse : la pustula ma¬ 
ligna ò una malattia grave , la quale , anche abbandonata a su stessa, 
talvolta guarisce, non si direbbe tutto : o meglio, si potrebbe dire trop¬ 
po o troppo poco ; come dall 1 altro Iato , se si dicesse con Ko ranyi* 
clPò malattia pericolosa, il cui esito non si può prevedere facilmente, non 
si sarebbe detto nulla e si crederebbe di fare una prognosi, quando in 
realtà non se ne farebbe alcuna. 




- 76 — 

La prognosi della pustula maligna varia a secondo dell 1 età, del sesso, 
della costituzione generale , e della condiziono sociale dell 1 individuo 
colpito ; della struttura anatomica delle parti offese ; della sede della 
malattia; della moltiplicità dei fenomeni locali e generali , ossia del 
periodo della malattia; della durata, della forza del contagio; delia sta¬ 
gione ecc. Inoltre, auche allorché si può fare una prognosi lieta,quanto 
alla vita, occorre di farne un’altra per le conseguenze locali del processo. 

La pustula maligna, fiù che nei giovani, è grave nei ragazzi ed è 
più grave ancora nei vecchi. Ciò naturalmente tiene alla vigoria ed alla 
forza dell 1 età; e nei vecchi, in cui i poteri fisiologici sono più deboli 
clic negli altri stadi della vita, la prognosi ha sempro un carattere di 
maggior gravità. 

Più grave nelle donne che negli uomini, L scritto che, quando le 
donne sicno gravide, la pustula maligna può farle sconciare. 

Meno gravo quando colpisce persone vigorose, robuste, forti e ben 
nutrite. Le condizioni opposte stabiliscono una maggiore gravità di 
prognosi. 

In individui sudici, avviliti dalla miseria, estenuati da insuffìciento 
o cattiva alimentazione, che respirano aria malsana e dormono in luoghi 
angusti e bassi — la pustula maligna è più grave. 

La gravità maggiore o minore della prognosi in rapporto affa costitu¬ 
zione anatomica delle parti affette si lega a questa considerazione, che 
cioè dove i tessuti cutanei sono sottili e delicati cosi da lasciar passare 
sollecitamente il virus, e dove il tessuto connettivo, abbondante e non 
lìlto, è facilmente raggiunto dal virus, la gravità della prognosi ò mag¬ 
giore che in condizioni opposte, appunto perché è maggiore la faciltà 
dell'assorbimento. 

La prognosi ha anche rapporto colla sede della malattia. Più mite ò 
la pustula maligna che si svolge nelle membra inferiori ; meno nule, 
ina ancora mite, quella degli arti superiori. Al viso, alle palpebre, alle 
labbra, ma più di tutto al collo, la pustula maligna ha maggioi gra¬ 
vità; anzi, secondo Raimbert, quella del collo guarisce raramente. Ciò 
senza dubbio per due ragioni : perché nel collo ò più facile 1 assorbi¬ 
mento e più facile il trasporto del virus nella corrente circolatoria , 
perché la pressione stessa della tumefazione carbonchiosa sui vasi del 
collo, e su di alcune parti degli organi del respiro, costituisce per sé 
stessa una gravità. Alcune volte sono accidenti speciali di sede che ten¬ 
dono fatale la pustula maligna, come in un caso in cui , all elimina¬ 
zione dell'escara, restò a nudo un nervo del braccio e ne seguì il 
tetano. 

La prognosi è più grave, quando la pustula maligna è multipla. La 
gravità cresce in ragion diretta del numero delle postulo. 

È evidente poi che tanto meno funesta sani la piognosi, pei quanto 
s i sarà più solleciti ad intervenire, e ciò perchè, sollecitamente spiegando 
aziono attiva, si può impedire ai fenomeni locali di produrre i fe- 




— 76 - 

nonieni generali, o questi si posso troncare nel loro corso, so non sono 
resi invincibili. 

A questo scopo non è inutile far notare che, allorquando la pustula 
maligna fu curata prontamente, Lengyel e Korànvi perdettero il 
9 °/ 0 di ammalati; mentre quando tardi si ricorre al medico si perde 
per lo più il 30 o 40 %. Nicola] nelle cure sollecite perde il li °/ 0 ; 

Weiss di 9 casi ebbe 9 guarigioni; mentre Budd in 9 casi, in cui 

tardi si chiamò il medico, vide 8 morti; Bòllinger in 3 casi vide 3 
morti e Meo schei di 24 persone ne vide perire 5 che tardi si erano 
affidati al medico. 

f fenomeni locali poi ed i generali possono anche fornire elementi di 
prognosi. 

È grave la pustula, quando manifesta estesi ed intensi fenomeni lo¬ 
cali: come T estension della tumefazione, 1* insensibilità del tumore car¬ 

bonchioso, il quale del resto è poco colorato ecc. Viceversa, se ci sono 
caratteri opposti. La gravità è anche maggiore, se sono sorti i primi 
fenomeni generali, e maggiore ancora, se si sono destati quelli che ri¬ 
guardano il tubo intestinale ed i polsi sono depressi e la respirazione 
ansante. L 1 apparire dei fenomeni di abbattimento, depressione dei polsi 
vertigini, deliqui, stabilisce assolutamente una prognosi infausta. 

Il periodo del corso della malattia parla per una prognosi più o mo¬ 
no lieta; poiché un periodo più inoltrato equivale a fenomeni locali più 
estesi e fenomeni generali incominciati o progrediti. Nei primi due o 
tre giorni la prognosi della pustula maligna non è tanto grave; ma dal 
6 all 1 8 giorno, e al di la dell' 8, é sempre da considerarsi di maggior 
gravità. 

È tanto più grave la prognosi , quanto più intensa è stata la forza 
del virus, p. es. il virus proveniente \la un animale erbivoro, vivo, o 
morto di fresco, a paragone di quello che parte da un cadavere di ani¬ 
male, in cui ò incominciata od inoltrata la putrefazione. 

Le stagioni possono guidare la prognosi, se è vero quello che dice 
Raimbert , che la pustula maligna sia più debole in inverno , meno 
in autunno e più grave in està, ed in questa stagione tantoppiù grave, 
per quanto più l 1 està è secca e calda, anzicchè quando a piogge abbon¬ 
danti succedono forti calori. 

Dopo della prognosi quanto alla vita , alcune volte bisogna fare la 
prognosi quanto alle conseguenze locali della pustula maligna. 

In questo giudizio Ita molto valore la sede della malattia : p. e. se 
la pustula ha sede nelle palpebre, sulle labbra, nel volto. Allora può dare 
retrazioni, deviazioni, abbassamenti, e creare l'ectropion, o lo sposta¬ 
mento delle labbra ecc. La prognosi allora ha importanza di gravità 
avuto riguardo all 1 armonia delle linee, alle venustà delle forme. Tra i 
casi di pustula maligna che abbiamo osservato , ricordiamo special- 
mente uno su di una fanciulla, figlia di un macellaro. Le devastazioni 
prodotte dalla pustula che avea sede sulla gota, e le indispensabili cau- 




— 77 — 

sticazioni al ferro rovente che si dovettero praticare , lasciarono dopo 
guarite retrazione della pinna nasale sinistra, un certo grado di ectro- 
pion ed una vasta cicatrice che mandava larghi raggi verso l’angolo della 
mascella e la tempia. 

Da questo che abbiamo detto si deduce che peggiore di tutte è quella 
pustula maligna , la quale si manifesti in un estri secca e calda , su 
di un vecchio estenuato dalla miseria, debole; ed abbia sede nel collo, 
ed abbia prodotto fenomeni locali estesi c generali molto pronunziati ; 
e che si trovi verso l’8 o 9 giorno di decorso, e sia stata comunicata 
da un animale erbivoro, in cui ci è ragion di credere che il viius debba 
esser molto attivo. 

Quante maggiori condizioni di queste concorrono, altrettanto è grave la 
prognosi. Le condizioni opposte, in maggiore o minor numero, stabilisco¬ 
no una prognosi più o meno felice. 

VI. 

Anatomia patologica. 

I.e sommarie indicazioni che Fournicr avea dato delle alterazioni 
anatomo-patologiclie della pustula maligna, se non dimenticate, trascuu.- 
tameDle ricordate dagli autori che a lui seguirono, furono con amore ri¬ 
vedute da Raimbert, il quale, dettagliatamente esponendole , le ampliò 
e le arricchì di quanto fino a lui la scienza avea conquistato, ed a Ini un 
vasto e scrupoloso esercizio di osservazioni mostrato. Il quadro, più liceo 
di ombre che di luce, della primitiva anatomia patologica fu cosi radi¬ 
calmente ritoccato e man mano abbellito di nuovi colori sotto il tocco 
sicuro e maestrevole di Raimbert, Davaine, Milllei, Sto ne, fi uhi, 
Waldeyer, Bóllinger, Korànyi, Wagner, Virchow ecc., i quali 
hanno legato il loro nome alla storia dei progressi dell’ anatomia pato¬ 
logica della pustula maligna. ... 

È in grazia di questa operosa attività di osservazione che oggi si può 
scrivere una pagina di anatomia patologica della pustula maligna. 

11 cadavere di un individuo morto per pustula maligua ordinariamente, 
iu un periodo non molto lontano dall’ora della morte , presenta an¬ 
che la sua rigidità, la quale però, per ordinario, non è molto signifi¬ 
cante e svanisce sollecitamento per far luogo ai fenomeni di putre a 
zione. È cianotico in volto, e più nei prolabi, ai lobuli dogli orecchi. Qual¬ 
che volta dalla bocca e dal naso sgorga del sangue. Sul corpo, ipostasi 
e macchio cadaveriche estese, diffuse. Il corso delle vene, segnato da stri- 
scc violacee. Il ventre, tumido per meteorismo. 

Sul luogo della pustula maligua il tumore circondato da infiltramenti 
edematosi , con nel centro 1’ escara , e disseminato talvolta di vesciche 
piene eli siero più o meno scuro. 




Superfìcie della tumefazione rosso-scura; chiazze ecchimoliche od cri- 
tematose; escare nere, più o meno estese; distruzioni cangrenose più o 
meno vaste : ecco i caratteri esterni della tumefazione su cui siede la 
pustula. 

Questa tumefazione, se si taglia, presenta al coltello una certa du¬ 
rezza e resistenza. L 1 escara centrale stride leggermente sotto il taglio. 
La superfìcie di sezione é di un rosso scuro e mostra che il processo si 
estende fin sotto il cellulare sottocutaneo, sebbene con diversa intensità, 
e di diversa natura a secondo i differenti strati. 

1/ escara centrale, bruna, livida, o nera, è dura, secca e spessa da 1 
fino a 2 o 3 millimetri; estesa in superfìcie da 2 millimetri Gno a 2 cen¬ 
timetri. Più spessi nel centro che verso la periferia, a misura che si esa¬ 
minano, i diversi suoi strati si trovano tanto più chiari e più molli, per 
quanto più si scende verso la superfìcie inferiore, colla quale l’escara si 
attacca alle parti che le sottostanno. Una sostanza gialla, più spessa al 
centro che alla periferia, lega Pescara agli strati sottoposti. 

Secondo Rai m ber t, talvolta P escara non è che apparente e, se si ò 
avuta cura di osservarla sul vivo nei primi periodi della malattia e eol- 
r «jMto di una lente a forte ingrandimento, si sarà visto eh’è formata dai 
vasi capillari injettati, i quali si spandono nel centro ombelicato della pu- 
stula. Tante altre volte si tratta di un 1 ecchimosi con perdita della vitalità 
dello strato del derma che ha attaccato. Se questo strato si asporta, al di 
sotto si trovano piccoli mammelloni rosso-scuri. 

Drrl punto che corrisponde alP escara della pustula partono delle strisce 
rosso-scure, le quali si ramificano nel cellulare sottocutaneo. Tutto at¬ 
torno P escara esiste un 1 infiltrazione siero fibrinosa, più o meno sangui¬ 
nolenta, e ricca di elementi cellulare e globuli bianchi del sangue. I tes¬ 
suti sottoposti a!P escara sono di color rosso-scuro , ricchi di sangue che, 
quando si fa colare colla pressione o sgorga liberamente, si presenta più o 
meno denso. In punti più lontani dall’ escara il tessuto cellulare, poco 
ricco di sangue, è infiltrato di un liquido sieroso; presenta un aspetto 
gelatiniforme e, se si sottomette ad una certa pressione,lascia sgorgare il 
siero leggermente colorato e misto a qualche fiocco fibrinoso, o a pezzi 
di essudato gelatinoso. Se si sono sviluppati intensi processi cangrenosi, 
si hanno tuli’ i caratteri dei tessuti cangrenosi, compreso lo sviluppo di 
gas, che vengono fuori assieme a dei liquidi colorati in nero e fetidi. 

Osservata al microscopio, V escara di trova sparsa di una grande quan¬ 
tità di granuli bruni, onde riceve la sua pigmentazione , Ja quale perde 
in parte e si gonfia, se si fa macerare nell 1 acido acetico o nell’ acqua. In¬ 
vece, trattata colla liscivia di potassa, V escara diviene trasparente. 

Oltre dei granuli scuri Da vaine ha trovato i batteri nell'escara, rag¬ 
gruppati sotto gli strati delTepidermide, nello strato di Malpigli i, ov¬ 
vero disposti ad isole. Le stesse osservazioni riconfermarono Raimbert, 
lì erg man n, Lancereux. 

I batteri dal centro della pustula maligna, e dopo 2 o 3 giorni, come 



- 79 - 

dimostrano le osservazioni di Virchow e di Wagner, si spingono in 
tutte le direzioni: nei vasi sanguigni, nei linfatici, negli elementi cel¬ 
lulari connettivali e dello strato di Malpighi, tra le masse del connet¬ 
tivo e fino nei follicoli dei peli, c nelle papille, che infiltrano. 

In una osservazione di E. Wagner i capillari erano pieni di batteri, 
T epitelio dello strato papillare sollevato per un infiltramento purulento 
fibrinoso; le papille ingrandite ed infiltrate di batteri, e talune con in¬ 
filtramento purulento. I batteri non erano arrivati negli strati del corion 
che erano infiltrati di sangue e pus. 

11 sangue di color rosso-scuro, o nero addirittura, atro, conservandosi 
pure liquido e con pochi coaguli, poiché ha perduto la facoltà di agglu¬ 
tinarsi , ò denso e spesso. Ha V aspetto di catrame ed entra in putrefa¬ 
zione con grande faciltà e dopo un tempo relativamente non lungo. Non 
ci sono osservazioni sperimentali che dicano se anche pel sangue delTuo- 
mo avvenga quello che Clement trovò nel sangue degli animali, cioè una 
diminuzione di 2 / 3 della fibrina, e talvolta anche dippiù, ed un aumento 
della materia colorante. Certa cosa ò che talvolta vi si trovano vescicole 
di gas. 

Deposta su di un vetro portogetti una goccia di sangue , coperta da 
una lastrina covroggetti sottile, ed osservata al microscopio, presenta que¬ 
ste alterazioni. I globuli rossi si presentano raggruppati, avendo acqui¬ 
stata la proprietà, che Da vaine per primo segnalò, di ammucchiarsi in¬ 
torno ad alcuni punti per lasciare degli spazi chiari tra mucchio e muc¬ 
chio. Secondo D e 1 a f o nd e Rai m b e rt la circonferenza dei globuli rossi 
non è regolare, come in condizioni normali, ma dentellata ed a piccoli 
frastagli. C. Robin nega però quest'alterazione dell’orlo de'globuli rossi. 

I globuli bianchi sono in aumento, ciò che vuol dire che un grado 
più o meno pronunziato di leucocitosi ci è sempre. Essi si presentano 
a superficie granulosa; forse perchè vi sono penetrati i batteri, dice Ból¬ 
li nger. Per quanto più la malattia è stata intensa, per quanto rapida 
ò stata la morte e per quanto vicina alla morte è Tosservazione micro¬ 
scopica del sangue, per altrettanto negli spazi chiari tra mucchio e muc¬ 
chio di globuli rossi si trova una quantità più considerevole di batteri. 
Sono filetti sottilissimi, di lunghezza varia, di ugual diametro in tutta 
la loro lunghezza, leggermente ombrati nei contorni e trasparenti nel 
mezzo, dritti, eccezionalmente curvi, ed in generale coi caratteri micro¬ 
scopici che abbiamo dato ai baccilli del carbonchio. Sono come quelli dei 
carbonchio; giacché è provato che essi per la pustola maligna e per l’or¬ 
ganismo umano abbiano la stessa importanza palogouetica che i baccilli 
pel carbonchio e per l’organismo degli animali. Sola differenza, che 11 ol¬ 
ii nger trae dalle sue e dalle altrui osservazioni, è quella che nasce 
dal numero e dall’uniforme o non uniforme distribuzione; dappoiché 
nelfuomo 1 batteri sono prima di tutto meno numerosi di quelli che 
si trovano nel sangue degli animali domestici affetti da carbonchio, e 
Poi raramente sono distribuiti uniformemente. Bollinger su questo fatto 




— 80 — 


conchiude in questo modo: « Tenendo presente il fatto che nell’uomo 
il virus, vale a dire i batteri , restano molto più a lungo limitati nel 
loro atrio primitivo, le due circostanze sopradettc si potrebbero spiegare 
così : che forganismo umano offra condizioni molto meno favorevoli di 
quelle degli erbivori alla produzione e diffusione dei batterli. *) 

Oltre ai batteri filiformi, secondo Mtl 1 ler, Wagner, Bub 1 ed altri, 
nel sangue si trovano anche i batteri sferici . 

Delle cavità del cuore, le sinistre con poco sangue, o punto, vuote; 
le cavità destre contengono del sangue in maggiore o minore quantità, 
fluido, con pochi coaguli. Tutto il muscolo cardiaco è di un color rosso¬ 
bruno ; è floscio. 

Nel pericardio qualche volta una certa quantità di siero citrino. II 
connettivo attorno al pericardio infiltrato di siero, o qualche volta per 
eccezione enfisematico. 

I grossi vasi pieni di sangue nero, fluido e spesso. 

I muscoli, di consistenza diminuita, sono bruno-pallidi ed in certi 
punti presentano un chiaro colore violaceo. 

Nelle cavità pleuriche si può trovare una certa quantità di siero. È 
raro che vi si trovi citrino, limpido; ma per lo più è colorato, di diversa 
intensità di colorazione, a secondo del sangue che contiene. La superfìcie 
della pleura presenta deirecchimosi che appartengono più propriamente al 
connettivo sottopleurico e pcribronchiale. Il mediastino anteriore ò anche 
infiltrato di siero. Lo glandolo mediastiniche tumefatte. 

I pulmoni , ipcremici. Ipostasi nelle parti posteriori e basse. Il pa¬ 
renchima pulmonale è di color scuro per dilatazione e riempimento dei 
capillari, come anche per ecchimosi del connettivo interstiziale e diffu¬ 
sione di ematina. Altre volte si trovano veri stravasi sanguigni. Littró 
in una autopsia trovò il pulnioue disseminato di piccoli ascessi. 

La lingua è impatinata. Bruna la patina che la covre. La mucosa della 
bocca è arrossita, injettata, alquanto disseminata di macchie sanguiguc. 
Alcune volte, sebbene raramente, vi si trovano delle pustule superficiali. 

La sottomucosa ò infiltrata leggermente di siero. Questo infiltramento 
sieroso è più pronunziato verso le fauci, l’epiglottide e le parti supe¬ 
riori del laringe. 

Nella cavità del peritoneo si può trovare del liquido sieroso. Quando 
ci è, raramente è di' color citrino limpido; ordinariamente ò colorato più 
o meno, più o meno emorragico; anzi, siccome questo versamento li¬ 
quido si verifica nei casi in cui le localizzazioni carbonchiose intestinali 
sono molte cospicue, ed il peritoneo partecipa per irradiazione al pro¬ 
cesso che si svolge dentro il lume dell’intestiuo, il liquido addominale 
ha tutt 1 i caratteri di un essudato siero-emorragico. Nello stesso tempo 
il connettivo sottosieroso presenta effusioni sanguigne, infiltrazioni e 
chiazze ematiche. Il connettivo sotto sieroso che appartiene al mesentere 


Nella Patologia o Terapia medica speciale di II. v. Ziemssen. 




— 81 — 


è di color giallognolo, giallo-rossastro cd infiltrato di un liquido siero¬ 
ematico. 

Oltre ai gas che distendono fintcstino, formando un grado notevole 
di meteorismo, qualche volta altri se ne sviluppano dentro la cavità pe¬ 
ritoneale. 

Le glandolo mesenteriali e retroperitoneali sono gonfie, di colore rosso¬ 
scuro, infiltrate. Il connettivo che separa una glandola dall’altra è in¬ 
filtrato di siero semplice, o di siero ematico. 

La superficie peritoneale dello stomaco c degfintestini, specialmente 
del tenue, è gonfia, infiltrata, di color rosso-scuro. Se sincidono le pa¬ 
reli intestinali, la superficie del taglio è anche rosso-scura. 

Lo stomaco presenta le note caratteristiche di un intenso catarro acuto: 
gonfiore ed infiltramento della mucosa, arrossimento pronunziato, elio 
tende alio scuro ; uno strato di muco denso covre la superfìcie mu¬ 
cosa. Il contenuto intestinale , nel tenue specialmente, è fatto da una 
sostanza liquida, qualche volta sanguigna. 

La mucosa dell'intesti no anch’essa è tumefatta, infiltrata, rosso-scura. 
Gl infiltramenti, più o meno diffusi, sono tìcchimotici, specialmente nel 
tenue e sul bordo libero delle valvole conniventi. Vi si trovano anche 
focolaj ed infiltramenti emorragici. A parte quest’infiltramonti, ve ne ha 
alcuni che sono circoscritti, prominenti edematoso-emorragici, cioè for¬ 
mali da un essudato gialliccio misto a sangue. Alle loro sommità que¬ 
sti punti prominenti presentano una crosticina grigio-giallastra, non pro¬ 
fonda, San so n, Bayer, Ilouel, Bòi tinger li ritengono come car¬ 
bonchi intestinali, i quali, piu abbondanti nel tenue, si possono trovare 
anche nello stomaco e nelfintestino grasso. 

In questi carbonchi si trovano infiltrati i batteri, che del resto non 
si limitano tra questi confini; ma si spingono dappertutto, nè più nè 
meno che come avviene dei tessuti cutanei e sottocutanei. 11 cellulare 
sottomucoso, le glandolo intestinali, i vasi sanguigni, i vasi linfatici e 
le glandole mesenteriali e retroperitoneali ne sono invasi. Da ciò la tu¬ 
mefazione di questi organi, dovuta anche ad una certa quantità di es¬ 
sudato sierofibrinoso giallognolo ed a sangue stravasato ed infiltrato. 

Il fegato, tumefatto per iperemia , ò di color olivastro o ardesiaco. 
L sparso rii piccole emorragie. Il parenchima presenta finfilinimento tor¬ 
bido.—La cistifellea gonfia e giallo-scura. 

Connettivo perirenale edematoso e con punti emorragici. Reni ipere- 
m] ci. La mucosa che covre i calici renali spesso presenta chiazze emor¬ 
ragiche . 

La milza ò molle, gonfia, iperemica. II parenchima, come quello del 
fegato, presenta l'inflttràmento torbido. Nella milza si trovano molti bat- 
tei ’i, i quali del resto non mancano dove sono emorragie, o infiltramenti 
ec * essudati siero-emorragici. 

1 gangli linfatici, quelli specialmente più vicini alla sede della pu¬ 
lì 





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stilla maligna, sono frequentemente infiltrati, gonfi o molli o di color 
rosso-scuro. 

Le glandole linfatiche del collo, sottomascellari, retrofaringee, larin¬ 
gee ecc. sono iperemichc, infiltrate, rosso-grige, o rosso-scure, con emor¬ 
ragie, specialmente se esistono alterazioni nella bocca. 

Le meningi infiltrate di sangue, molli. Quest'infiltramenti sono più o 
meno estesi. I seni della dura madre sono pieni di un saugue fluido, 
ma spesso e con pochi e rari coaguli. 

Nella sostanza cerebrale piccoli punti emorragici sparsi per tutto Por¬ 
gano. I vasi pieni di sangue. In un caso, in cui in vita si erano ma¬ 
nifestate delle convulsioni, Raimbert all’autopsia trovò un’infiltrazione 
sanguigna del tessuto sottoaracnoideo cd un focolajo sanguigno nella 
parte posteriore dell’emisfero cerebrale destro. 

Wagner pensa che l’emorragie, piccole o grandi che sicuo. sono di 
origine embolica, a riconferma della quale opinioue a noi piace di ri¬ 
portare la seguente autopsia, riferita da Ilirschfeld ^). Un uomo a 18 
anni presenta una pustula maligna verso Pungolo dritto del mascellare in¬ 
feriore. Le glandole sottomascellari sono fortemente ingrossate, come pure 
le sopraclavicolari, le ascellari, e leggermente anche le inguinali. 

Febbre leggera. 

Man mano le tumefazioni glandolali diminuiscono e la pustula gua¬ 
risce. Di un tratto però sopravvengono fenomeni cerebrali : cefalalgia, 
vomito, nausea, irrequietezza, i quali per lo spazio di sette giorni ascen¬ 
dono, ascendono, finché l'infermo perde la coscienza e muore. 

AlPautopsia, fatta 24 ore dopo la morte, nel collo si trovò un piccolo 
punto coperto da crosta, attorno al quale le parti erano normali, dan¬ 
dole linfatiche iperemiche ed in via di metamorfosi regressiva. 

Nell’emisfero cerebrale sinistro in direzione della seconda circonvolu¬ 
zione frontale , nella sostanza grigia c nella vicina sostanza midollare, 
a livello del corpo calloso, un focolajo, rammollito nel centro, della gran¬ 
dezza di una metà di una fava, ed una massa rosso-bruna di sangue, 
la quale per lo spazio di un centimetro attorno è circondata da nume¬ 
rose e piccole emorragie. Due altri focolaj simili stanno nelP emisfero 
dritto del cervello, nel centro di Vieussen, della grandezza di un uovo 
di colomba. Altri focolaj di rammollimento sono nel talamo ottico dritto 
ed in ambo gli emisferi del cervelletto. 

Milza alquanto grossa, con superficie liscia, rosso-bruna. Al taglia 1 
corpuscoli di Malpighi ingrossati e di colore bianco-grigio. La .milza 
ha mediocre contenuto sanguigno. 

Il resto normale. 

Al microscopio*—Nel sangue, reni, milza, fegato, pelle, glandolo lin¬ 
fatiche, assenza di batteri. 

Nei punti emorragici del cervello si trovano, nei preparati freschi ed 


1 ) Ein Fall, v, Pustula Maligna mit Mycosis cerebri. Àrch, d. Heilk. XVI. 





— 83 — 

indurati, batteri di 0,002 mm: 0,012 mm: . Nei preparati indurati si trovò 
questo : attorno al lume dei vasi, ristretti o pieni di sangue, un anello 
di Gli di batteri, e fuori, al Testerai) di questo anello, uno strato di cor¬ 
puscoli sanguigni. Le guaine linfatiche per lunga estensione chiuse da 
questi corpuscoli filiformi, ma senza stravasi. Le guaine sono dilatate, 
vuoto il lume dei vasi, i quali sono compressi dai corpuscoli del san¬ 
gue, spesso prevalentemente bianchi, che, con o senza corpuscoli fili¬ 
formi, riempiono le guaine stesse. Negli stravasi si mostrano focolaj 
purulenti microscopici, parte disposti attorno le piccole arterie, parte 
nelle guaine linfatiche. 

Secondo l’autore l’emorragie si dovrebbero all’embolie da batteri. Le 
alterazioni cerebrali poi sarebbero state prodotte o da un’azione chimica 
diretta, per asfissia stabilita dal consumo di ossigeno , o da disturbo 
chimico indiretto, per un veleno, prodotto dai batteri, ma riferibile sempre 
a questi elementi. 

VII. 

Varietà di pustule maligne. 

Si sono descritte diverse specie di postula maligna. Di caratteri acci¬ 
dentali, di piccole modificazioni, le quali tengono ora alla qualità, alla 
maggiore o minore intensità di azione del virus carbonchioso , ora ai 
caratteri anatomici delle regioni su cui si sviluppa la postula maligna, 
si sono fatti altrettanti tipi di pustula e si sono enumerate le pustule 
livide, le pustule maligne ordinarie, e più di queste, la pustula maligna 
edematosa, flemmonosa, eresipelatosa, inoculatile, nou inoculatile ecc. 

La pustula maligna non è che una sola, quella che presenta i ca¬ 
ratteri che abbiamo descritti, quella che è prodotta da una sola causa, 
il virus carbonchioso. Assumere a carattere, che deve creare una nuova 
classe di pustule, Tedematoso, il flemmonoso ec., vuol dire elevare 1 im¬ 
portanza di uno dei sintomi locali che possono accompagnare la pustula 
maligna, sintoma che della maggiore o minore intensità, onde si pre¬ 
senta, può trovale ragione nella struttura anatomica della regione, ov- 
vero nella qualità e nell’energia del virus. Quante volte infatti 1 espe¬ 
rimento non dico clic il virus carbonchioso di un cadavere, in cui è in¬ 
cominciata la putrefazione, sia poco attivo; e che più intenso sia quello 
c be proviene da un animale colpito da intensa malattia? 

Così degli altri caratteri che tengono alle regioni, alla struttura dei 
tessuti, alla disposizione degli strati anatomici. Mentre dunque in una 
parte del corpo, in cui il connettivo è a larghe maglie e abbondante, 

1 azione del virus desta date alterazioni, da presentare una tumefazione 
u resistenza elastica, soffice, quasi enfisematica, talvolta tremolante; 
mentre nel tessuto cellulare, che abbia diverse proprietà, la tumefazione 
k di una certa durezza, ovvero depressa, poco estesa ; in un altra re- 




— 84 - 


gione, dove il tessuto cellulare è denso, aderente, circoscritto da apo- 
nevrosi, la stessa tumefazione si presenta schiacciata, ineguale, o solcata, 
quando le aponevrosi, profondamente aderenti, non cedano. Non è dunque 
una nuova varietà di postula maligna che induce queste modificazioni; 
ò sempre la stessa pustula maligna, la quale si spiega in quei dati tes¬ 
suti che non altrimenti di così possono modificarsi per sola ragion di 
struttura. 

La forma, i caratteri della vera pustula maligna, subiscono essi stessi 
rinflucnza delle regioni .Piccole dimensioni, come un piccolo punto circondato 
da areola vescicolare piccola, presenterà 1*escara della pustula maligna, 
quando sieda su parti dalla cute delicata e dall’epidermide sottile, esempio 
le palpebre. È allora che le flittene sono numerose, vicine, confluenti tal¬ 
volta; e, rotte, scovrono un fondo grigiastro; mentre che la stessa sotti¬ 
gliezza della pelle permette che fazione del virus si estenda rapidamente 
al connettivo sottocutaneo e vi provochi una grande tumefazione. Da ciò 
la ragione che una piccola pustula maligna può provocare una grande 
reazione nelle parti vicine, ed una proporzionata e rapida reazione ge¬ 
nerale. 

Dall’altro lato, so la cute e Tepidermide è spessa, l’escara è più larga; 
il virus attraversa quegli strati molto più diffìcilmente ; con maggiore 
difficoltà, piu lentamente l’irritazione si trasmette al connettivo, e tanto 
più tardamente seguono le tumefazioni, le deformazioni della regione 
ed i fatti generali. 

Queste considerazioni che si possono elevare sulla struttura anatomica 
c sulle alterazioni anatomo-patologiche della sede della puslula maligna 
possono soccorrerci, e non poco, nella diagnosi e nei criteri prognostici. 
Secondo Raimbert, se il virus penetra solo lo strato di Ma 1 pighi, 
genera una pustula maligna larga, a corso lento, poco grave; se invade 
lo strato vascolare, produce una pustula di corso grave e sovente pic- 
piccola; so arriva nel tessuto sottocutaneo, la tumefazione ò considere¬ 
vole, la pustula piccola, ed i fenomeni generali di avvelenamento più 
lenti forse, ma certo ugualmente fatali. Anche Man nou ry crede che, 
quando l’intossicazione è rapida, il virus sia penetrato direttamente in 
una piccola vena. , 

Naturalmente noi non vogliamo dare per esatti i calcoli che i citati 
due autori fanno su queste considerazioni anatomiche; nè essi stessi lo 
vogliono, da poi che Raimbert stesso non ritiene di un rigorismo ma¬ 
tematico le sue conclusioni. Ad ogni modo però, se esse non sempre 
possono essere indiscutibili, dal punto di vista della clinica, della dia¬ 
gnosi e della prognosi dimostrano chiaramente come sia poco razionale 
creare tante classi e varietà di pustule maligne, quante sono modifica¬ 
zioni che il processo può subire, sia per le qualità del virus, sia per 
la struttura della regione in cui ha sede la lesione. 

Premesse queste riflessioni, un rapido sguardo alle diverse classifica¬ 
zioni della pustula maligna. 



— 85 — 


Montflis distingue la pustula a secondo ch’è depressa od elevata. 

Bo urgeo is classifica le pustole maligne per la sede. 

C ha mbon distingue un gran numero di varietà di pustula maligna: 
la edematosa, la flemmonosa, l’eresipelatosa, In secca, la umida etc, 

Enaux e Chaussier distinguono le pustole per la stagione, per 
la sede, pel numero, per la costituzione individuale, per la età. 

Rayer divide la pustula iu pustula maligna con alterazione del san¬ 
gue e postula maligna con cangrena diffusa. 

Salmo n e Maunoury la distinguono in inoculabile e non iuocu- 
labile, a secondo che si trasmette o non agli animali. 

Monteggia ha descritto una pustola livida o nera, che egli vuole 
chiamata vescica livida , la quale sorge nelle mani e nei piedi , e spe¬ 
cialmente vicino alla radice delle dita , sulla faccia dorsale. Frequente 
e quasi speciale malattia dei contadini, questa pustula si anuunzia con 
bruciore e dolore, e spesso da essa parto una striscia centripeta di lin- 
fangioito. Le glandole linfatiche epitrocleari, ascellari od inguinali sono 
dolenti e tumide. 

Dal canto suo von Swygeiihoven ’) descrive pure una pustula ma¬ 
ligna ordinaria, la quale si sviluppa spontaneamente, senza causa cono¬ 
sciuta, senza essere mai comunicata all’uomo da animali, in tutte le parti 
del corpo, iu tutte le età, in entrambi i sessi. Piccola, ovale, o rotonda, 
presenta una vescica grande in rapporto al punto cangrenato. Le parti 
vicine sono rosse, tumefatte, ma senza eruzione vescicolare. Tutto ciò 
si compie nel silenzio di qualunque fenomeno generale. 

Devers e Ledere descrivono pustule , le quali rassomigliano a 
questa. 

A tutte queste ossservazioni poi bisogna aggiungerò queste altre di 
Bourgeois, Ancelon e Bourguet. Osservazione di Bourgeois: 
un carrettiere, fasciando un cavallo, ebbe una pustula al braccio ed alla 
spalla. Osservazione di Ancelon : un uomo fu colpito di pustula al 
dito dopo aver fasciato il setone di un cavallo. Osservazione di Bour¬ 
guet: un individuo che durante un giorno avea sballato molto pelli 
di montone, le quali mandavano un forte puzzo di putrefazione-, ebbe 
7 pustule su di un avambraccio. 

Quale valore si deve dare a queste pustule ? Senza scendere ad un 
esame minuto di ciascuna, basta ricordare come vi sieno delle pustule 
cangrenose che possono mentire l 1 aspetto della pustula maligna. Le pu¬ 
stule della rupia escarotica , quelle dell’ ectima caugrenoso, o del pem- 
fìgo cangrenoso, possono presentare l'aspetto della pustula maligna, non 
esclusa l'escara di 1 o 2 millimetri di spessezza. I casi di Swygen- 
hoven, di Devers ec. forse appartengono a queste; come molto fa¬ 
cilmente lo osservazioni di Bourgeois, Ancelon, Bourguet si 
debbono riferire a quelle pustule che si riconoscono come pseudo-ma- 


*) Journal de Chirurgie par Malgaigne 184G. 





— 86 — 

ligne, o pseudocarbonchiose, delle quali si può dire che, con molta ap¬ 
parenza di probabilità, sono prodotte da inoculazione di sostanze setti¬ 
che , quindi di uatura carbonchiosa molto dubbia. Se i fenomeni ge¬ 
nerali di queste pustule sono così pronunziati da palesarsi come quelli 
della vera pustula maligna ; se di esse frequenti esempi si vedono nella 
pratica, e forse formano il maggior numero di quelle che guariscono 
col salasso, colT incenso , coi mezzi empirici e volgari, o tutto allatto 
spontaneamente, più che di pustule maligne meritano bene il nome di 
pustule pseudo-maligne. 


yni. 

Di altre forme carbonchiose che hanno la stessa natura 
della pustula maligna 

Vi ù un’ altra forma clinica carbonchiosa nell 1 uomo, alquanto rara, 
ed è quella che per la prima volta fu descritta da Bourgeois nel 1843 
come edema maligno, o edema carbonchioso , o edema dellla palpebra, 
e che Virchow ha chiamato carbonchio diffuso od eresipelatoso. Que¬ 
sta condiziono però, che debba essere della palpebra, si ò riconosciuta 
erronea , da poi che la stessa malattia fu dimostrata alla labbra , al 
collo, alle parti superiori e laterali del petto, ed eccezionalmente an¬ 
che alle membra superiori . Raim bert e Morand dicono che T edema 
carbonchioso può mostrarsi anche sulla lingua e nella mucosa della 
bocca.—Poi vi ò ancora un'altra forma di affezione carbonchiosa— il car¬ 
bonchio interno od intestinale. — Diciamo brevemente dell’una e de Hai tra. 

1 ° 

Edema carbonchioso, edema maligno, della palpebra. 

Enologia . — Se si domanda quale sia il principio che produce Tede- 
ma maligno o carbonchioso , la risposta sara ben tacile : il virus del 
carbonchio, quello stesso che produce la pustula maligna. Ma con pari 
faciltà non si potrà rispondere al quesito : quali le condizioni che de¬ 
terminano ora la pustula maligna, ora V edema carbonchioso? 

È probabile che il virus carbonchioso, che penetra attraverso una su¬ 
perficie cutanea delicata e dallo strato epidermico sottile, produca questa 
forma ccrbonchiosa. É forse meno, ma anche possibile quello che pensa 
Guipon che il respirare aria infetta, specificamente infetta, sia la ra¬ 
gione dell’edema maligno. In tal caso il virus si troverebbe sospeso nel- 
P aria ed entrerebbe per la via della superfìcie respiratoria. 

Vi è finalmente chi dice di avere osservato V edema maligno dopo 
T ingestione di carni carbonchiose. 

Le osservazioni che abbiamo fatte in rapporto alle modificazioni che 


— 87 — 

disposizioni locali di tessuti possono imprimere ai fenomeni locali della 
pustula maligna, non trovano forse più degno luogo di qui. È seducente, 
perché di una grande semplicità, la ipotesi che in tali casi si tratti di 
una di quelle condizioni, in cui il virus, attraverso tessuti delicati che fa¬ 
cilmente gli danuo adito, arrivi prontamente nel connettivo sottocutaneo, 
dove produce quel genere di tumefazione, nella quale V edema forma il 
carattere più rilevante , anzi quasi esclusivo dapprincipio. La rapidità 
dell’ assorbimento e quella con cui si manifestano i fenomeni generali 
sarebbero ragione sufficiente del difetto di altri fenomeni , di altre alte¬ 
razioni, le quali non avrebbero il tempo di svolgersi. 

Questa che pare una semplice ipotesi trova nonpertanto valido ap¬ 
poggio nelle osservazioni citate da Raimbert e da Morand, nelle 
quali parrebbe che il virus sia penetrato attraverso la mucosa o la pelle, 
nude di epidermide. Se poi il virus possa tenere altra vìa , se possa 
entrare per la mucosa respiratoria , non si può dire. È uu problema 
ancora non sciolto questo della penetrazione del virus attraverso le mu¬ 
cose , e noi ci siamo già in parte pronunziati , quando abbiamo detto 
che questa teoria ha una grande ragione che le si accampa contro: il 
difetto di qualunque manifestazione generale prima che quella localo 
siasi determinata. 

Pur tuttavia bisogna lasciare anche questa come ipotesi , giacche il 
processo etiologico dell' edema carbonchioso ò in tutto ipotetico. 

Sintomatologia — Con un leggero senso di prurito, ovvero anche senza, 
la palpebra superiore incomincia a tumefarsi. Gonfia con alquanta ra¬ 
pidità, e gonfiando si fa pallida, poi giallognola, e sembra trasparente. 
11 più. dello volte questa tumefazione si svolge solo nella palpebra su¬ 
periore ; altre volte ò anche la palpebre inferiore che partecipa al pro¬ 
cesso. Nel primo caso la tumefazione ò convessa ; forma una superfìcie 
con un solco nella parte inferiore ; nel secondo caso sono due super¬ 
ficie convesse che si toccano nel fondo di un solco che si approfonda 
tra Tuna e l'altra. La parte tumefatta è molle, talvolta può essere 
anche di colore azzurrognolo. Il gonfiore si estendo alla gota ed alla 
tempia. La superficie interna della palpebra, la congiuntiva, è aneti essa 
gonfia, infiltrata, iporemica e talvolta anche ecchimosata ; la superficie 
esterna, può essere liscia, ma può presentarsi anche rugosa ed ineguale. 

Su questa superficie tumefatta, bianca, gialliccia od azzurrigno a, si 
formano delle vescicole, grosse piuttosto , come altrettante f. ttcne , lo 
quali contengono del siero sanguinolento. La disposizior. • . queste ve¬ 

scicole non è ordinata, non è raggruppata; si posso:', trovare irrego¬ 
larmente distribuite su tutta la parte tumefatta. Quando si rompono, 
queste vescicole mostrano sotto lo strato cu.aneo necrosato. Se si dis- 

seccano, formano delle croste. ni 

Fin qui è quanto ci è di nuovo in questa forma carbonchiosa. Dopo, il 
corso, i fenomeni locali e genoiali sono gli stessi della pustula maligna. 

Se si toglie che l’edema carbonchioso della faccia e del tronco pre- 




— 88 — 


senta la tumefazione più. dura , e formazione di escare cangrenose co¬ 
me nell 1 edema della palpebra non si hanno ; se si toglie che nelle 
membra il decorso dell’ edema carbonchioso ò alquanto più lento, non 
vi sono altre differenze tra l’edema carbonchioso di altre regioni e quel¬ 
lo che ha sede nella palpebra. 

Diagnosi. — La diagnosi deli’ edema maligno , se può essere circon¬ 
data di dubbi ò nei primi momenti della malattia Tenendo presenti 
tutte le malattie clic si possono confondere con esso, escludendole una 
ad una per difetto di caratteri propri alle malattie carbonchiose , re¬ 
sterà la diagnosi dell’ edema maligno raggiùnta per metodo di esclusione. 

Anche qui la conoscenza del mestiere dell’ ammalato può soccorrere 
la nostra mente sulla via della diagnosi, come il sapere che venga per 
esempio da luoghi ov’ esistono malattie carbonchiose degli animali , o 
che altri prima di lui, e vivendo nello stesso luogo , sia stato colpito 
da malattie carbonchiose. Se si è sviluppata qualche vescicola, 1’ esame 
microscopico del siero che contiene può fornire certezza di diagnosi, se 
vi si trovano i batteri. Forse anche potrebbe farsi 1 esame microscopico 
del sangue dei capillari della regione ammalata. 

Nel primo sorgere la malattia potrebbe andar confusa con il semplice 
edema per puntura d’ insetti e coll’ eresipela. Nel primo sorgere, perchè 
quando si è formato 1’ edema un po’ duro, e P escare , e sono apparse 
le flittene e sorti i fenomeni generali, la confusione non sarà più pos¬ 
sibile. 

Ma T eresipela s’inizia con un senso di bruciore, la tumefazione ha 
una certa resistenza, è colorata più o meno in rosso ed è dolente. Oltre 
di che, è incominciata preceduta da fenomeni generali e febbrili, i quali 
1’accompagnano fino al momento della risoluzione. 

Quanto poi all’edema semplice per punture d'insetti, esso dopo un certo 
tempo sparisce, anzi sparisce con alquanta sollecitudine; mentre i feno¬ 
meni dell’edema maligno crescono sempre. Girouard, citato da Fol¬ 
li n, indica due mezzi per fare la diagnosi differenziale tra l’edema 
semplice ed il maligno. Primo : pulite la parte ammalata e dopo pas¬ 
satevi sopra una spugnetta inzuppata di ammoniaca liquida. Se ò ede¬ 
ma semplice, la puntura che gli ha dato origine si presenta come un 
punto nero. Secondo: fate con un lapis di pietra infernale un leggero in¬ 
tonaco sulla parte edematosa. Se è edema benigno, vedrete sorgere delle 
vescicole miliari e puriformi; se è maligno, repidermidc non si solleva 
e le flittene che si formano hanno liquido citrino. 

Prognosi . La prognosi dell’edema maligno si ritiene sempre più grave 
di quella della pustula maligna. Rai m ber t dice che l’edema mali¬ 
gno è quasi sempre mortale. Bourgeois, prima di Raimbert, avea 
già detto della gravità dell’ edema maligno, e notato che certi casi di 
elìcmi del tronco finiscono inevitabilmente colla morte. 

Dall’altro lato Koràuyi dice che in molte osservazioni il corso fu 
più mite cd i risultati più felici di quello che avrebbero lasciato spe- 



— 89 — 

rare le osservazioni di Raimbert e Bourgeois. Le guarigioni furono 
più frequenti delle morti. 


2 ° 

Della micosi intestinale e del carbonchio interno. 

Storia . — Fin dai tempi del Dourni or e del Rayer si era am¬ 
messa T esistenza di alterazioni interne di natura carbonchiosa, le quali, 
accompagnate sempre da imponenti fatti generali, potevano dare, o non, 
alterazioni locali cutanee. A queste due possibilità alludono le due forme 
cliniche, dagli antichi descritte sotto il nóme di febbre carbonchiosa e di 
carbonchio sintomatico. Alcune di queste forme carbonchiose gli antichi 
attribuivano ad ingestione di carne carbonchiosa , la quale produceva 
una specie di avvelenameuto, i cui fenomeni più cospicui erano : ora 
brividi, cefalea, stanchezza, preceduti da inappetenza, insonnio, e seguite 
da eruzioni cutanee o dalla morte ; ora brividi , forti doiori venti ali , 
collasso e morte senza localizzazioni cutanee. 

Venendo giù fimo ai nostri tempi, queste forme si ammisero o si ne¬ 
garono ; ma quello che più importa è che si cominciarono a studiare 
certe localizzazioni intestinali nelle malattie carbonchiose. Che in se¬ 
guito a postula maligna F intestino potesse trovarsi alterato , gli anti¬ 
chi sapeano quanto noi. Solamente essi non aveano studiato il genere 
delle lesioni, che furono in tempi posteriori costante oggetto delle os¬ 
servazioni di Mailer, He u singer, Leube, Blavot, Reciti in gli alia¬ 
seli, Waldeyer, Wagner, BBllinger ecc. 

Dal 1861 in poi Wehl e Reckli nghaussen studiarono con pa¬ 
zienza ed amore queste alterazioni intestinali. Nel 1863 Blavot ) de¬ 
scrive le alterazioni intestinali con tutti i caratteri del carbonchio. Le 
studiarono anche Leube, M filler, Waldeyer, M fin eh, Bui kart. 
Finalmente nel 1 872 Bóllinger espresse l'opinione che molti (lei 
casi descritti come micosi intestinale non doveano riguardarsi che co¬ 
me localizzazioni carbonchiose intestinali, e tra tutti , un caso lifeiito 
da Bubl. Sulla stessa stregua giudicarono Mflnch le sue molte osser¬ 
vazioni, Waldeyer due altri suoi casi ed infine Leube, Wagner e 

M A* queste osservazioni cliniche vennero in soccorso le prove speri¬ 
mentali, e le inoculazioni, le iniezioni di sostanze provenienti da quelle 
alterazioni intestinali riprodussero nei conigli una forma cai ne t 
che fu seguita da morte. L’autopsia di questi animali inoculati dovea 
a ggiungere una pruova dippiù e riconfermare aucoia una vo ta a na 
tara carbonchiosa di quell'affezione: nel sangue degli anima 1 inocu ati 
si trovarono i batteri. 


•) Considerations sur la pustule maligne. Strasbourg 1863 


12 






— 90 - 


Questa è storia. Ora all' etiologia. 

Eliologia . — Pare che il virus carbonchioso, non distrutto nello sto¬ 
maco, possa passare nelle vie iutcstinali e produrre una forma di mi¬ 
cosi intestinale. I fenomeni più o meno rapidi e violenti che possono 
tener dietro all* ingestione di carni carbonchiose erano conosciuti da 
tempi remotissimi. Come narrano Moller e Leu he *) una volta la 
malattia si manifestò in un individuo che avea mangiato del fegato di 
una capra ammalata , ed im' altra volta alle forme intestinali si aggiunse 
la localizzazione cutanea. Lorinscr narra che di due persone cho aveano 
mangiato carni carbonchiose una morì con alquanta rapidità, e forse la 
rapidità della morte fu ragione dell' assenza di localizzazioni cutanee. 

Sintomatologia. — 11 quadro clinico di queste malattie è poco noto. 
Ci vogliono ancora altri studi per compierlo. Pare ad ogni modo che 
s’incominci con fatti cerebrali, dolor di capo, vertigini; e poi malessere 
gastralgia, disturbi viscerali , meteorismo etc. Questi disturbi viscerali 
possono ancora andar oltre: sorge il vomito; appare la diarrea, che può 
farsi anche profusa. Quindi viene uno stato d'irrequietezza, di agita¬ 
zione, e poi abbattimento, debolezza di sistole cardiaca , senso di op¬ 
pressione, sonnolenza, respiro ansante ed irregolare, polso piccolo, cia¬ 
nosi e morte. 

In alcuni casi ci sono spasmi tetanici, opistotono, dilatazione della pu¬ 
pilla. In altri casi localizzazioni cutanee llemmonose o gangrenose, e quasi 
sempre nelle mucose visibili ecchimosi, ecl emorragie della mucosa orale. 
Meno nei rari casi di guarigione, la morte per lo più viene tra 3 a 7 
giorni e V autopsia conferma le grandi analogie tra le alterazioni inte¬ 
stinali e la pustula maligna esterna. Anzi Wagner in un caso trovò 
tutte le alterazioni intestinali che sogliono trovarsi in casi di pustula ester¬ 
na e poi clippiù una chiara pustula maligna. 

Come abbiamo detto, le alterazioni intestinali presentano una grande 
analogia collo pustula maligna della pelle. Masse di batteri filamentosi 
o sferuliformi infiltrano tutto l’intestino fino alla sottosierosa, osi tro¬ 
vano perfino qualche volta nell 1 interno dei vasi linfatici; i villi sono 
infiltrati ed alterati, come le papille cutanee nella pustula maligna. 

Secondo Mtlnch 3 volte sopra 5, o 2 sopra 3, a queste alterazioni 
si accoppiano localizzazioni cutanee. 

Questa dottrina del carbonchio intestinale è oggi ancora nei suoi pri¬ 
mi passi; troppo recente ancora, troppo povera di studi, per emanci¬ 
parsi al grado di verità scientifica. Comunque non le manchi il batte¬ 
simo dell’esperienza e della clinica, comunque sia ricoverata sotto l'au¬ 
torità di nomi illustri, è lungi ancora di divenire convinzione scienti¬ 
fica o patrimonio assicurato della patologia. Nuovi studi e nuove ricon¬ 
ferme, che il tempo e 1’ osservazione potranno dare, diranno se è vero 
che gli antichi ben si apponevano , quando sulla sola guida della eli- 


i ) Deutsclies. Arch. f. klin. Med. Bd. XII. 




— 01 — 


nica ammettevano due altri quadri morbosi di malattie carbonchiose : 
la febbre carbonchiosa (che potrebbe corrispondere alla micosi intesti¬ 
nale ed al carbonchio dell’ intestino senza localizzazioni cutanee) e il 
carbonchio sintomatico (che potrebbe essere il carbonchio intestinale con 
localizzazioni cutanee). Finora le si sono negate queste lesioni. Nuovi 
studi e più larga osservazione ci faranno persistere in questa negazione, 
ovvero ci forzeranno a ricrederci ? 


IX. 

Profilassi. 


Quello che abbiamo detto riguardo alla profilassi del carbonchio negli 
animali ha anche valore per la pustula maligna. Bisogna impedire che la 
malattia si sviluppi negli animali, prevenirla. Sviluppatasi una volta, bi¬ 
sogna impedire che si propaghi all 1 uomo. 

II bestiame ammalato sarà isolato, completamento isolato, o vi saranuo 
messi in rapporto quanto meno individui ò possibile , esercitando su di 
essi la più scrupolosa sorveglianza. 

Utile ed umanitario, più che non paja a prima giunta, sarebbe 1 istruire 
i contadini , quelli die bau cura del gregge e degli ammali, i manifattu¬ 
rieri, gli operai, che possono venire in contatto dui prodotti di animali 
carbonchiosi, utile ed umanitario, diciamo, sarebbo mostrar loro i pericoli 
ai quali sono esposti ; far loro note le precauzioni igieniche e profilattiche 
alle quali dovranno obbedire per evitare una malattia, da cui tanto facil¬ 
mente sono attaccati, 

I veterinari e tutti coloro che per una ragione qualunque debbono poi- 
tar le mani sul corpo di animali carbonchiosi, specialmente se per medi¬ 
carli, dovranno avere la precauzione di ungersi le mani con olio o con 
lina sostanza grassa. 

Questa precauzione va specialmente raccomandata ai veterinari, i quali 
sovente debbono introdurre le mani nel retto e nella bocca degli animali. 
Inoltre agli stessi veterinari dev' essere presente alla mente il precetto di 
non imbrattare nò il suolo delle stalle, nè alcun oggetto, di sangue pro¬ 
veniente dai salassi, o di altro sostanze che possano trasportare il virus. 

Compiuta qualunque operazione in rapporto colf animale carbonchioso, 
bisogna che le mani sieno ben lavate,e per più volte,con una sostanza an¬ 
tisettica, sia l'acqua di cloro, sia la soluzione di permanganato di potassa, 
o in mancanza di tutto, con una soluzione di cloruro di sodio. Questa 
logge della disinfezione e della nettezza si deve fare anche agli operai 
delie fabbriche e devo farsela pure il medico che cura ammalati di pu¬ 
stula maligna. . . 

Gli utensili, gli oggetti in rapporto con animali carbonchiosi , gli 
menti che possono essere necessari per operazioni sugli animali, gli ovili, 



- 92 - 

le stalle, le abitazioni vicine, saranno tutti sottomessi ad un vero e rigo¬ 
roso sistema di disinfezione. 

Tutto ciò che, sospetto di contenere il virus, si può distruggere, si di¬ 
strugga. 

I letamai, le immondezze, i cenci, le paglie, i fieni, le erbe secche, che 
sono stati in contatto di animali carbonchiosi, si brucino. 

Se un animale ammalato non presenta più speranza di poter essere sal¬ 
vato, si uccida prima che muoja e si seppellisca profondamente. Distrug¬ 
gere, o seppellire a centinaja di metri fuori l’abitato, a più metri di pro¬ 
fondità, è la legge a cui si deve obbedire. 

La questione di far cuocere bene la carne e poi mangiarla è mollo seria 
e molto grave, nè per amor di guadagno, o per malintesa pietà verso i 
poveri che di quella carne potrebbero nutrirsi, si deve correre il pericolo 
di propagare una malattia così terribile.Si distruggano dunque o si seppel¬ 
liscano le carni; non si usi il latte; si facciano a brandelli le pelli, perchè 
non possano destare il desiderio del guadagno. 

Sarà ugualmente vietato 1’ uso alimentare del latte e del burro prove¬ 
nienti da animali carbonchiosi. 

Poi, non si userà mai abbastanza di rigore e di sorveglianza, perchè i 
peli, le lane, le corna di animali carbonchiosi, non sieno adoperati in 
commercio. Lo stesso per le pelli. 

Finalmente le fabbriche, gli opifici, dove possono arrivare sostanze car¬ 
bonchiose, non dovrebbero mancare di due soccorsi necessari : una buona 
quantità di acido fenico per disinfezione o causticazione, ed il medico clic 
possa sollecitamente accorrere e provvedere a qualunque bisogno. 

X. 

T erapia. 

La pustola maligna, abbandonata a sè, senza intervento della scienza, 
senza soccorsi terapeutici , pronti ed energici, finisce spesso fatalmente. 
Spesso e non sempre abbiamo detto; dappoiché i casi di guarigione spon¬ 
tanea non sono tanto infrequenti per quanto farebbe supporre ìa natura 
del male ; e se pure esagerata può sembrare 1' opinione di Vidal che non 
aveva visti casi di morte per pustula maligna, non si possono mettere in 
dubbio le guarigioni spontanee di questa malattia. La storia della terapia 
della pustula maligna è ricca delle osservazioni di Thomassin, Enaux 
e Chaussier, Montflis, Burgos, Raimbert, Vidal ed altri molti, 
i quali riportano casi induhbii di pustule maligne che guarirono abban¬ 
donate a sè stesse, o con soccorsi poco energici. A queste osservazioni bi¬ 
sogna aggiungere quelle guarigioni , le quali si operarono con rimedi 
così leggieri e tanto irrazionali che non possono essere ritenuti come pro¬ 
porzionati al male. Come guarigioni spontanee della pustula maligna si 
debbono ritenere quelle ottenute col solo salasso, ovvero colle foglie e 




— D3 — 

colla scorza di noce , o coi rimedi volgari del torlo di uovo , con le erbe 
contro la pustula maligna ecc. E veramente, a pensare di quali tristi pro¬ 
prietà sia dotato il virus carbonchioso e quale mortifera azioue possa spie¬ 
gare sull* organismo, ci è da restar meravigliati che il torlo di uovo, il sa¬ 
pone colla crema, Taglio, i cataplasmi di cipolla, T incenso ecc. abbiano 
potuto godere tant’onore ili gloria ed avere i loro periodi di trionfo incon¬ 
trastato nel campo della terapeutica. 

Dall’ altro lato non bisogna dimenticare che forse si saran messe sul 
conto delle guarigioni spontanee della pustula maligna le guarigioni di 
quelle pustuic che abbiano classificate sotto il nome di pnstule cancrenose 
e pseudo-pustule maligne. 

La statistica delle guarigioni spontanee dunque va riveduta con spirito 
critico e con maggiore accuratezza. Dinanzi ad una guarigione spontanea 
ò necessario domandarsi : non era una pustula maligna? il virus carbon¬ 
chioso era inattivo forse per inoltrata putrefazione dell' animale ? ovvero 
condizioni organiche, sconosciute finora, possono paralizzare raziono od 
eliminare il virus ? 

Da questi casi in fuori la guarigione della pustula maligna è stata sem¬ 
pre operata, più che dai rimedi generali, i quali hanno in massima parte 
un valore diretto troppo discutibile, dai rimedi locali. 

La cura della pustula maligna va divisa in locale e generale. 

Cura locale. 

Il principio su cui fonda questa cura, ed al quale si deve ispirare ogni 
medico in presenza di una pustula maligna ò questo : paralizzare , di¬ 
struggere anzi, la forza infettiva del virus e chiudere il passo alT assor¬ 
bimento ed alTavvelenamento delTintero organismo. Àlluraquando si sieno 
manifestati i fenomeni generali, il principio non muta; e, pure combat¬ 
tendosi quei fenomeni, si mirerà allo stesso scopo coi rimedi locali,i quali 
inaridiscono la fonte di produzione del virus. 

Nell’ uomo l’uso locale dei rimedi ha questo vantaggio, che, applicato 
anche un pò tardamente, può raggiungere lo scopo. Con altre parole : ne¬ 
gli animali il riassorbimento è molto più sollecito ; sollecito così che se¬ 
condo Renault *) pochi minuti dopo l’inoculazione il virus ha lasciato 
già il luogo ove ha avuto i primi onori dell'ospitalità e si è sparso , 
assorbito, per l’organismo. La stazione del virus, nel punto dove è stato 
inoculato, nelTuomo ò molto più lunga, e da ciò la possibilità che coi 
rimedi locali si arrivi a tempo, perchè il primo attacco possa segnare 
una decisiva vittoria. 

Come mezzo per distruggere la fonte di produzione del virus è na¬ 
turale che si pensasse ad allontanare la sorgente dell’ infezione. Da ciò 
1’ idea di estirpare la pustula maligna, rimedio questo da molti prefe- 


1 ) Union medicale. 1857. 




— 94 — 

rito, da molti altri combattuto cou valide ragioni ed oramai dal tem¬ 
po condannato e dalla pratica proscritto. Fournicr e Chambon que¬ 
sto metodo aveano in grande riputazione, essi che non erano molto 
amici di altri mezzi di distruzione locale. Si trattava di asportare tutta 
la pustula maligna, impresa non facile, come di leggieri si potrà com¬ 
prendere; poiché, se è certo che quella sia la sorgente della malattia, 
non è ugualmente facile di stabilire fin dove si estenda la linea d in¬ 
filtrazione, dove sieno i limiti tra cui il virus si è circoscritto , dove 
la linea tra il sano e l’ammalato. E non infrequentemente coloro che si 
cullavano nell’ illusione di una cura rapida colla cscisione della pustula 
dovettero sorbire il disinganno di vedere continuati i fenomeni gene¬ 
rali e riprodotta la pustola dopo l 1 escissione. A questo, eh era verdetto 
della pratica contro l’inefficacia del rimedio, si aggiunse l 1 ammaestra¬ 
mento della parola di Maret, di Enaux e Chaussier e di quanti 
man mano bandirono questo metodo, ebe avea del resto anche il torto 
di esporre I’ ammalato ad una lunga operazione , alla perdila di una 
certa quantità di sangue, ed al rischio di una nuova perdita di sangue, 
qualora la linea del taglio, troppo profonda per avvenute alterazioni, pro¬ 
vocasse emorragie secondarie 

Come metodi cruenti nella cura defila pustula maligna oggi resta¬ 
no , accettati in alcuni casi , 1’ escisione dell’ escara o le incisioni o 
scarificazioni su tutto il tumore. Entrambi questi metodi hanno lo scopo 
di rendere più facile e più profonda V azione del caustico che s' im¬ 
piega a distruggere il virus. 

Tolta via Pescara, il vuoto elio resta, una pozzetta più profonda nel cen¬ 
tro e più superficiale verso i margini , si riempie del caustico che vuole 
adoperarsi. 

Le scarificazioni o incisioni aprono dei solchi, in cui si fa scendere il 
caustico, perchè open meglio, piu profondamente o sollecitamente su tutto 
la massa dei liquidi e sui tessuti alterati della tumefazione. Queste inci¬ 
sioni, anche quando debbano essere numerose, non dovranno mai essere 
troppo profonde. Esse si fanno circolari , crociate, o in altro senso, e si 
usano più specialmente quando il tumore è troppo voluminoso e non può 
essere compreso 5u una sola causlicazione, nè penetrato da un caustico su¬ 
perficialmente applicato. 

È anche vero che oggi la terapia della pustula maligna accenna a pren¬ 
dere diverso indirizzo, e f uso di queste incisioni di giorno in giorno va 
rendendosi più limitato. 

Quella che si è impiegata in tutt’i tempi, e senza opposizione al princi¬ 
pio cui s'ispira, è V azione del caustico ; e dei caustici più intensi o più 
reputati si è fatta un’arma di distruzione contro la pustula maligna. Così 
si è adoperato il caustico attuale ed i caustici potenziali, solidi o liquidi 
che sieno, il ferro rovente, la pasta di Vienna, quella di Canquoin, il 
nitrato acido di mercurio, il sublimato corrosivo, il cloruro di antimo¬ 
nio, il cloruro di zinco, V acido nitrico, il nitrato* di argento, l’acido sol- 




- 95 — 

forico, l’acido fenico concentrato, hi potassa caustica, 1* ammoniaca, la 
calce ecc. 

Senza dubbio la cauterizzazione al ferro rovente è di uso più diffuso. È 
un mezzo che può essere a portata di tutti. Un ferro arroventato si può 
trovare dovunque, anche in campagna, dove facilmente tocca di osservare 
la pustola maligna, e dove non sempre si può avere un caustico potenziale 
prima che scorra un tempo talvolta prezioso. 11 termocauterio di Paque- 
lin oggi scongiura il pericolo di non potere avere sempre sotto mano il 
caustico attuale. Portatile com'è, può seguire il medico anche nelPescur- 
sioni in campagna. 

Alcuni usano solo il ferro rovente nella postula maligna ; altri all’appli- 
cazione del bottone di fuoco fanno precedere P escisione dell’ escara ; ed 
altri finalmente, ed in casi in cui le alterazioni (lei tessuti sono diirose, 
fanno precedere le incisioni, in fondo alle quali si caccia il bottone roven¬ 
te. Se dalle scarificazioni, dalle incisioni, crociate o circolari, o dalla su¬ 
perfìcie di escisione della pustula, geme del sangue, si avrà cura di deter¬ 
gerlo prima e poi s’impiegherà il caustico. 

Allorquando si è solleciti ad accorrere , e la tumefazione della pustula 
maligna non è molto sviluppata , se l’escara è superficiale e grandi fatti 
di risentimento locale non ci sono, un solo bottone, piantato nel centro 
della pustula, è su dici ente a distruggere la sotti l’escara e neutralizzare 
tutto il potere del virus. Non incisioni , non escisione dell’ escara , non 
scarificazioni, non causticazioni multiplo ; niente più che la caustica- 
zione. 

Ma, se le cose sono più inoltrate, ò allora che V uso del caustico dev'es¬ 
sere applicato con maggiore generosità. 

Si caustica il centro della pustula, e poi tutta P areola, e poi a distanza 
di uno o due centimetri si piantano tanti bottoni di fuoco, quanti ce ne 
possono volere a circoscrivere tutta la base della tumefazione ed a tem¬ 
pestarne la superfìcie. Dovunque sono vescicole si lacerano, e sul fondo si 
fa cadere il ferro rovente. Se il caso richiede le incisioni , se ne faranno 
quante 1’ estension della tumefazione chiede e così profonde, quanto 1 al¬ 
terazione dei tessuti ò profonda. Poi in ciascuna di esse si caccerà.un bot¬ 
tone arroventato , fino a farlo scendere nel connettivo sottocutaneo. Nei 
centro del tumore, dov’è la sede dell’escara primitiva, si approfondiranno 
Puno dopo l’altro diversi bottoni incandescenti, i quali, immersi ad una 
certa profondità, si faranno girare in tutt’ i versi. 

I vantaggi che si possono ottenere dal caustico attuale si circoscii- 
vono nel potere dominare e variare P estensione e la forma della cau- 
sticazione. Dippiù alla sua azione rispondono i tessuti con un’attività 
salutare e con un’infiammazione reattiva delle più utili. Ma dall’al¬ 
tro lato P escara prodotta dal ferro rovente ò sempre superficiale, sot¬ 
tile, ed anche se più volte il bottone di fuoco si fa cadere sullo stesso 
punto, Pescara che la prima causticazione produce impedisce P appro¬ 
fondirsi dell’azione del secondo bottone.—Dal loro canto i caustici poten- 






— 96 — 

ziali hanno un’azione che non si può facilmente dominare c, eccezione 
fatta di qualcuno, producono un’escara molle e glutinosa. 

Bourgeois, che non era amico del caustico attuale, preferiva la 
potassa caustica. Secondo questo autore la potassa presenterebbe le im¬ 
pareggiabili garanzie di essere molto maneggiabile , di agile piofonda 
mente così, che si può essere sicuri che tutto il male ò distrutto. 

La potassa caustica si può applicare in pezzetti , i quali si lasciano 
sul luogo di applicazione, se non si ha a temere danno dall approfon¬ 
dirsi dell’azione di questo caustico in qualche organo sottoposto. Al¬ 
trimenti con un lapis di potassa caustica si striscia più volte su di un 
luogo, fìnchò il solco che vi produce non sia di tanto approfondato c a 
lasciar supporre che si sia sulle parti sane. Così pure si causticheranno 
le vescicole e le escare , badando che la potassa caustica che si scio¬ 
glie non coli lungo i tessuti sani, dove potrebbe produrre causticaziom 

ed escare. _ . 

La pasta di Vienna si può applicare come in altri casi, cioè con un 

pezzo di sparadrappo forato, c poi si fissa con una fasciatura. 

La pasta di Canquoiu, meno usata, si deve adoperare su superficie 
nuda di epidermide. 

Il nitrato di argento è un mezzo poco sicuro , e solo nei casi leg¬ 
gieri, c non avendo altro di meglio, si potrebbe usare ; poiché l’escara 
leggera e superficiale che produce non rassicura pienamente che 1 a 
zione caustica sia penetrata profondamente nella tumefazione. 

Il cloruro di antimonio , si porta nella pozzetta che resta dall esci- 
sione dell’escara; si porla anche sull’areola e poi, coverta di sfila, si 
fascia la parte affetta. 

Anche il sublimato corrosivo si porta sul centro della pustula e 
sull’areola, attraverso un foro praticato su di un pezzo di sparadrappo, 
i cui limiti servono di confine all’ azione del medicamento. Per tenere 
a posto questa medicatura di sopra al foro si stende un altro pezzo di 
sparadrappo c si fascia. 

Se si vuole un’escara profonda, bisogna togliere l’escara della pustula, 
o lacerare le vescicole, o allontanare 1 epidermide. 

L’ uso del sublimato è antico. Alcuni 1’ adoperano cosi come abbia¬ 
mo descritto , altri praticano le incisioni e vi cacciano del sublimato 
in polvere ; altri preferiscono un' incisione circolare , attorno la pu¬ 
stola , ed il sublimato ; qualcuno finalmente al sublimato aggiunge 
P oppio e le canfora e di questo miscuglio riempie i solchi aperti col 
bisturi. 

Coloro che preferiscono il sublimato a qualunque altro rimedio , lo 
lodano perchè produce escare secche e dure, e non fonde ì tessuti. Essi 
dicono che, tra i caustici potenziali, quello la di cui azione si avvicina 
al caustico attuale è il sublimato corrosivo. Produce un’ escara densa, 
secca , spessa , ed attorno una reazione che di molto si rassomiglia a 
quella prodotta dal ferro rovente. Altri aggiungono che ad una certa 




- S7 — 

profondità razione di questo caustico si arresta, quasi quasi si com¬ 
binasse in proporzioni definite coi tessuti ; e finalmente è solo in rari 
casi che si manifesta la salivazione ed i fenomeni dell 1 avvelenamento 
da mercurio. Di questo avvelenamento si trovano registrate osservazioni 
negli scrittori antichi, quando l’uso di questo caustico era più comune, 
e specialmente in Enaux e Chaussier. 

V acido nitrico è stato anche adoperato come caustico nella pustula 
maligna. Korànyi, tra gli altri, che dopo averlo lasciato, riprese con 
amore questo rimedio, raccomandato da pratici sporimentati, Korànyi 
usa fare incisioni multiple sulla tumefazione prodotta dalla postula, e 
in ciascuna incisione mette dei piumaccinoli inzuppati nell 1 acido ni¬ 
trico. Le incisioni poi sono circondate di filaccia bagnata in una so¬ 
luzione di carbonato di soda, affinchè, se dell'acido nitrico cola,, non pro¬ 
duca causticazione e lesioni di continuo su punti sani. 

Dopo un corto tempo che si è formata un’escara asciutta, la tume¬ 
fazione ed il gonfiore spariscono. Korànyi soggiunge, che, se questo 
acido, oltre all 1 azione caustica, abbia quella ossidante, è ancora in qui- 
stione. 

Le medicature successive a questa coll 1 acido nitrico si fanno colle fi¬ 
laccia imbevute in acqua di cloro , finché la suppurazione eliminatrice 
non distacca l 1 escare. Distaccatele, le ulcere che ne risultano sono cu¬ 
rate come si curano ordinariamente in chirurgia. 

Tacendo degli altri acidi e caustici liquidi, adoperati nella cura della 
pustula maligna, i quali, salvo poche proprietà che si riferiscono a cia¬ 
scuno, hanno tutti la stessa azione e gl 1 inconvenienti dei caustici po¬ 
tenziali, vogliamo dire di un solo acido, il quale agisce da caustico e 
da antisettico nel tempo stesso. È V acido fenico , destinato a grandi 
risultati in terapia, sempre che si tratti di processi che si debbono al¬ 
l’azione di microrganismi. 

È da qualche tempo che nella pratica, circondato dalla grande fiducia 
che gli aveano procurato gli studi di Lisler, 1 acido fenico è entrato 
come rimedio nella cura della pustula maligna. L acido fenico si può 
usare come caustico, sulla superficie dell 1 escara, sulla tumefazione car¬ 
bonchiosa, e può usarsi anche in soluzione acquosa per injezioui ipo¬ 
dermiche. Finalmente si usa anche come rimedio interno. 

Allorché si deve usare sulla superficie della tumefazione e sull escara 
della pustula, 1' acido fenico cristallizzato si fonde col calore e si ap¬ 
plica in modo da causticare il più profondamente possibile. In questo 
modo F usò Klingelhoeffer '), e cosi pure Nott 2 ). 11 caso di Nott 
era ostinatissimo e guarì solo dopo 7 applicazioni di questo caustico, 
ch’ò dotato di una potenza antisettica grande e spiega una grande azione 
penetrativa. Klingelhoeffer dopo le causticazioni coll acido fenico 


’) Berliner. Klin, Wochenschr. Novembre. 1874). 

2 ) The Med. Record. 1871. 


13 








— 98 — 

usava continuamente, notte e giorno , delle pezzuole bagnate in una 
soluzione acquosa od oleosa dello stesso acido, nelle proporzioni di 1 di 
acido fenico in 8 di acqua o di olio di lino. Contemporaneamente 1 am¬ 
malato ogni ora prendeva un cucchiajo da zuppa di una soluzione fe¬ 
nica : 60 centigrammi di acido fenico in 180 grammi di acqua. 

In tre casi, in cui Klin ge 1 ho e f fer usò questo metodo, ha trionfato 

sempre. 

Nel 1876 Raimbert *) riferì due casi di pustula maligna, in cpi, 
nonostante la causticazione al ferro rovente, gli ammalati erano per soc¬ 
combere. Raimbert allora si decise a fare le injezioui sottocutanee 
di una soluzione acquosa di acido fenico. 

Contemporaneamente o poco prima, ma certamente ignorando gli studi 
di Raimbert, il dott. Maffucci aveva ottimi risultati, adoperando 
l'iniezione sottocutanea di acqua fenicata. Egli, guidato dalle teorie di 
Davaine e dagli studi di H il ter sull’uso dell’acido fenico nell ere- 
si pela, fu tratto all’uso di questo rimedio per via ipodermica nella pu¬ 
stula maligna. Usò una injezione al 5 % di acido fenico, praticala at¬ 
torno all’ escara, nei diversi strati del tumore, superQciali e profondi, 
e perfino nel connettivo sottocutaneo e nelle regioni edematose della 
pustula. Di 5 ammalati non vide soccombere alcuno. Solo una volta, 
in cui volle usare la soluzione al 10 %, ebbe, per quel che riferisce, 
non la sola azione antisettica, ma anche quella caustica. 

Nella Clinica Chirurgica di qui, diretta dal mio illustre maestro. Prof. 
Gallo zzi, il trattamento della pustula maligna coll’acido fenico ha 

dato risultati felici. , . 

Tra i non pochi ammalati che han toccata la guarigione e notevole 

uno che ricoverò nella Clinica per pustula maligna al collo. 

Non solo i fenomeni locali erano imponenti, la tumefazioue estesis- 
sima ma erano sorti, e da lungo tempo, i fenomeni generali cd accen¬ 
tuati’erano quelli riguardanti il tubo gastrointestinale. L’ammalato era 
vicino a finire, quando si caustico la pustula col ferro rovente, e poi si 
fecero su vasta scala injezioni ipodermiche di soluzione acquosa di acido 
fenico. L’infelice, della cu : guarigione tutti dubitavano, uscì dalla Clinica 

interamente guarito. ...... 

Di recente il dott, Marchisio ha ottenuto anche ottimi risul¬ 
tati dall’acido fenico usato come caustico sulla pustula, e a dosi, sem¬ 
plicemente antisettiche per injezioni ipodermiche. In qualcuna delle sue 
osservazioni l’ha anche usato per via interna assieme al solfato di chi¬ 
nina. L’aminahito della prima osservazione, curato colla incisione dell’e¬ 
scara e colle caustica zi on i all’acido fenico, guarì dopo due applicazioni 
del caustico. Nel secondo si usarono le injezioni ipodermiche di acido fe¬ 
nico, 1 °/ 0 c la causticazione collo stesso acido , clic fu somministrato 


«) Gazette Hebdomadaire. 

Contribuzione allo studio dell'antrace o pustula maligna. Tonno 1S/8 






— 99 — 


anche internamente nelle proporzioni in cui l’usa Leube (2 grammi di 
solfato di chinina, 1 di acido fenico). L'ammalato guarì. 

Il terzo, quarto e quinto ammalato , curati colte incisioni e causti- 
cazioni locali, chinino ed acido fenico per via interna, guarirono anche 
essi. E guarì pure il sesto ammalato, al quale, oltre quello che fu fatto 
per gli ammalati precedenti, fu praticata anche f injezione ipodermica 
di acido fenico puro tra il tumore e le parti sane ; dappoiché le ina¬ 
zioni ipodermiche di soluzione acquosa non aveano dato risultato. 

Finalmente il dott. Giovami itti ha in due casi usato con esito 
felice le injezioni di acido fenico e chinino ai limiti della pustula. 

Che l’acido fenico, adoperato sulla pustula o per injezioni ipodermi¬ 
che, dovesse produrre i felici risultati che ha dato ai diversi osserva¬ 
tori, è una conclusione che si potea desumere razionalmente dallo stu¬ 
dio della natura della pustula maligna e dell 1 azione dell’acido fenico. 

Questo rimedio olire duplice garanzia : come caustico e come anti¬ 
settico. Il suo uso è indicato sulla pustula, quando non vi sieno fe¬ 
nomeni estesi d 1 infiltrazione locale. Ma, allorquando razione del virus 
si e abbastanza estesa, tornerebbe insufficiente la semplice causticazio- 
ne della pustula, e la sana pratica consiglia che si ricorra alle incisioni 
e causticazioni collo stesso acido , o meglio ancora alle injezioni ipo¬ 
dermiche negli strati del tumore e nei dintorni, fino ai limiti colle parti 
sane. Le injezioni permettono di portare la soluzione fenicata in qualun¬ 
que punto ci sieno infiltrazioni, essudazioni , edemi, in qualunque pun¬ 
to si possa sospettare che fazione del virus faccia mal governo dei tessu¬ 
ti. fi ci ò anche dippiù. Siccome nell*escare si> può conservare il virus 
per qualche tempo, è utile consiglio eseguire sulla pustula maligna la 
medicatura antisettica, e quando sarà incominciata la suppurazione eli- 
minatrice, che deve allontanare l’escara, non si 1 osceni per questo il 
metodo antisettico. Le lavande si faranno sempre con una soluzione 
acquosa di acido fenico, e sui tessuti in via di eliminazione si metterà 
della filaccia inzuppata nella stessa soluzione. 

Allorché si sono sviluppati i fenomeni generali , 1 acido lenico si 
adopererà anche internamente. 

Fin qui dei rimedi che hanno una razionalo applicazione ed hanno 
ricevuto la sanzione della pratica. Ci re3ta a dire dei rimedi empiimi. 

Si è preteso guarire la pustula maligna coi rimedi cosidetti irritanti 
od astringenti. 

Nel 1853 Pomayrol negli Annali clinici di Montpellier annunziala 
guarigione della pustula maligna colle foglie o la scorza di noce fre¬ 
sche. Schwann è pure entusiasta del decotto di scorze di noce. En¬ 
trambi ne decantano gli effetti e Schwann su 22 osservazioni non ebbe 
mai un disinganno. Una infiammazione eliminatrice si desta , che da 
come risultato finale una piaga detersa e poi la guarigione. Questo 
dicono. 




- 100 - 

Noi non indagheremo che ci sia di vero in queste vittorie che si 
cantano ; molto meno vorremo investigare come mai spiegherebbero la 
loro azione questi rimedi. Domanderemo invece: non sono questi i casi 
in cui la pustola maligna guarirebbe da sé? Quella di Pomayrol e 
Schwann ci pare troppo poca terapia a troppo grave malattia per po 
ter pensare altrimenti. Tuttavia registriamo il risultato, ma non osiamo 
additare ad alcuno la fiducia che si vorrebbe nutrire per quei rimedi. Gol 
pericolo di vedere uscire la malattia da quei limiti tra i quali è domina¬ 
bile, non ci sarà un solo che vorrà addossarsi la grave responsabilità di ri¬ 
correre alle foglie di noce, quando altri rimedi più razionali e di esito più 
sicuro possono risolvere più sollecitamente il problema per 1 ammalato, e 
lasciar tranquillo lo spirito del medico sulla utilità del mezzo adoperalo. 

Hanno goduto di un certo favore, in altri tempi: il sale dì cucina col 
torlo d’ uovo , il fiele di bue disseccato , il pepe , la cipolla , l aglio ecc. 
Il tempo ha fatto spietata giustizia di simile empirismo, non però cosi 
piena che anche oggi non serpeggi tra una certa classe di medici una vena 
di errori della patologia antica e, più che della patologia antica, della te¬ 
rapia volgare. 

Presso alcuni abitanti di regioni montuose, dove a causa di armenti ò 
relativamente frequente la pustula maligna , si usano alcuni rimedi noti 
col nome di (( medicamenti contro la pustula maligna ». Nell’Appennino 
toscano è molto in voga un certo miscuglio d* incenso e torlo di uovo : 
nelle Calabrie si usa una certa poltiglia, nota col nomedi rimedio contro 
il cancro — dappoiché la pustula maligna volgarmente è conosciuta col 
nome di cancro—e eh 1 è fatta di miele, torlo di uovo ed un erba, che mi 
pare sia artemisia. 

Io non avrei voluto elevare all’ onore di un ricordo questi rimedi bu¬ 
giardi e volgari; ina pur troppo oggi ci è gente cho ha fede in essi; 
e, ciò che è tanto peggio e più vergognoso, anche tra i medici non man¬ 
cano coloro che sono, o fìngono di essere convinti dell’efficacia di certi un¬ 
guenti da segretisti. Come pel cancro vi sono i salvatori da quarta pagina, 
come per la rabbia vi sono di coloro che danno rimedi sicuri, sicuri so¬ 
lamente quando il virus della rabbia non è stato inoculato, così per la 
pustula maligna non mancano i mezzi di sicuro effetto. 

Storia di tutt 1 i tempi questa ! Storia dolorosa per V umanità, vergo¬ 
gnosa per coloro tra i medici che sagrificano ad ignobili e sordidi inte¬ 
ressi il sentimento della loro nobile missione, coprendo coll’autorità del 
loro nome, ed a scapito della salute di tanti infelici, la merce impura del 
ciarlatanismo. 


Cura generale . 

Come cura generale della pustula maligua un tempo s’ indicò il sa¬ 
lasso. Vi fu chi n’ era fautore entusiasta fino ad ammettere che le sot¬ 
trazioni sanguigne poteano rappresentare un rimedio radicale ; ma vi fu 



101 — 


pure chi fin d’ allora respinse questa pratica come funesta. Alcuni altri 
vollero limitare l’uso del salasso in casi speciali, quando cioè l'individuo 
affetto era forte c robusto, o la malattia presentava fenomeni esagerati 
di reazione locale. 

Però, anche quando questo metodo irrazionale avea i suoi fautori in 
Lisfranc, Regnier, Schaker, T li o m ass i n, ed i suoi oppositori in 
Chambon, Enaux , Chaussier, in molti casi remissioni sanguigne 
si faceano contemporaneamente all’applicazione del caustico, sicché esse 
molte volte rubarono la gloria che a questo era dovuta. Lisfranc però 
col tempo riconobbe l’errore e si convertì. 

Oggi non ci è un solo che segua una pratica così erronea e tanto 
pericolosa per l’ammalato. 11 salasso non può ch’essere nocivo il piò 
delle volte, ed è sempre inutile. 

I vomitivi od i purganti erano aneli’essi in onore ai tempi andati. 

Degli emetici Four nier fece la base delia cura, e con lui Tho- 
m assin ed altri. 

Si somministravano nello scopo di sbarazzare le vie digestive e te¬ 
nerle aperte all’ assorbimento dei medicamenti. 

Senza dubbio di questa pratica non si può lodare che la sola buona 
intenzione; e gli emetici avian potuto rendere qualche utile servigio solo 
allorché si sia trattato dell’ ingestione di carne carbonchiosa. 

In altri casi non potrebbero produrre quel bene che se ne spera ; 
poiché i fenomeni intestinali spesso sono secondari alla lesione cutanea 
ed ogni rimedio che non riuscisse a domiuare questa sarebbe illusorio 
ed inutile. 

Ci è dippiù anzi : essi tornerebbero nocivi, se fossero somministrati 
in tempo in cui potrebbero aumentare la depressione e lo sfinimento. 

Anche piu nocivi possono essere i purganti. Quale governo potreb¬ 
bero essi fare delle vie intestinali, sedi d’iperemie, di congestioni, d’in¬ 
filtrazioni ecc. ? Aneli’ essi potrebbero essere utili nel caso d’ ingestione 
di sostanze carbonchiose ; ma al di fuori di questi casi sono sempre 
pericolosi. Se occorre di dover tenere obbediente il ventre, sarà più utile 
ricorrere ai clisteri evacuativi semplici; ovvero medicati, se si vogliono 
raggiungere altri scopi. 

Secondo quello che il dott. Gabriele ha scritto nell’Archivio Cli¬ 
nico italiano, il mercurio c è il tossico per eccellenza dei batteri del car¬ 
bonchio ed adoperato in principio di malattia vale a distruggerli com¬ 
pletamente, liberandone 1’ organismo prima che abbiano avuto il tempo 
ri’ indurre micidiali alterazioni nella massa sanguigna». 

È solo per condannarla che abbiamo ricordato questa opinione del 
doti. Gabriele ; ma non sapremmo con lui dividere la fiducia in 
questo medicamento. La sua dottrina del resto non ha neppure il merito 
della novità; poiché si conosce che alcuni da lungo tempo proposero la 
idrargirosi al luogo della causticazione, ed anch essi ebbero, secondo af¬ 
fermarono, la loro statistica di numerosi trionfi dirimpetto a qualche scon- 





— 102 — 


fitta. Ma, come nota De Rensis, questo rimedio che ebbe caldi fautori 
nell 1 Italia Meridionale, trovò anche qui decisi avversari, i quali, non 
guidati da illusioni, dimostrarono questo metodo irrazionale ed impossi¬ 
bile al primo annunciarsi. 

La cura interna della pustula maligna deve fondare su di un prin¬ 
cipio razionale. Le vie digestive non debbono servire che per combat¬ 
tere i fenomeui che si manifestano nel corso della malattia. Fino a 
tanto che la pustula maligna resta limitata alla cute, senza produrre 
fenomeni generali, i rimedi debbono essere locali. Ma, quando incomin¬ 
ciano a manifestarsi fenomeui generali febbrili, è utile somministrare 
delle dosi di chinino. A questo si potrà associare 1 acido fenico; ovvero 
si potrà somministrare una soluzione acquosa di acido fenico. Leube 
dà il solfato di chinina misto all’acido fenico nella dose di 2 grammi 
il primo ed un grammo 1' altro. 

Contemporaneamente si somministreranno bevande acidule e fresche ; 
limonee minerali o vegetali, e la limonea cloridrica in primo luogo. 

Poi, eccitanti e tonici, secondo che io stadio ed in fenomeni della ma¬ 
lattia richiedono. Cosi la china, il vino, le acque aromatiche, gli al- 
coolici, T infuso di cannella o di menta, il rhum ec. 

Gli alimenti di facile digestione, i brodi concentrati, completeranno, 
abitandola, Fazione dei rimedi interni. 


FINE. 



INDICE 


CARBONCHIO. 

I. Considerazioni sulla storia, sulla nomenclatura e sull’ importanza 


delle malattie carbonchiose . pag. 

II. Definizione del carbonchio ...... » 

III. Etiologia ......... » 

IV. Del virus o principio infettivo del carbonchio . . a 

V. Sintomatologia ........ * 

VI, Diagnosi ......... 

VII. Prognosi ......... » 

Vili. Anatomia patologica ....... » 

IX. Profilassi ......... » 


PUSTOLA MALIGNA 

I. Definizione della pustola maligna . . , n 

II. Etiologia della pustola maligna ..... » 

III. Sintomatologia 

IV. Diagnosi differenziale ....... 

Y. Prognosi 11 

VI. Anatomia patologica ...••** 

VII. Varietà di pustole maligne ...... 

Vili. Di altre formo carbonchiose che hanno la stessa natura della pu¬ 
stola maligna ....•••• 

1: Edema carbonchioso, edema maligno, della palpebra . » 

2; Della micosi intestinale e del carbonchio interno . B 

IX. Profilassi 

X. Terapia 
Cura locale 

Cura generale . 


1 

12 

ivi 

20 

34 

38 

39 
ivi 
43 


4G 

ivi 

63 

68 

74 

77 

83 

86 

ivi 

89 

91 

92 

93 
100